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Un asilo

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Ci risiamo. Anche con il decreto Rilancio il rischio è quello di non uscire di fatto dalla trappola della spesa storica e, per gli asili nido, di fare addirittura un passo indietro rispetto al “traguardo” del nuovo meccanismo di spesa annunciato nell’ottobre dello scorso anno in Commissione Finanze alla Camera dalla Sose (Società per il Sistema Economico Spa).

Se, infatti, in quella sede era finalmente passato il principio di spesa che assegna a tutti i Comuni, anche a quelli che finora non hanno erogato il servizio, un fabbisogno minimo necessario a raggiungere il 33% di soglia minima di copertura di posti che l’Europa ci chiede dal 2010 – e rispetto alla quale il Sud è lontano anni luce – le procedure per assegnare i fondi del nuovo decreto Rilancio rischiano di annullare tutto e vanificare quel risultato faticosamente raggiunto.

IL RISCHIO

In queste ore, e in attesa della pubblicazione in Gazzetta ufficiale del decreto Rilancio, pare che si stia già lavorando a qualche emendamento che salvi il salvabile, senza toccare l’importo delle risorse rese disponibili. I riferimenti normativi e statistici ci sono, visto che il 33% di posti disponibili negli asili nido sotto il quale non si può scendere è fissato dall’Agenda europea di Lisbona e ribadito dal nostro decreto legislativo n. 65 del 2017, che anche per quanto riguarda il sistema integrato di educazione e di istruzione dalla nascita sino a sei anni, parla di riequilibro territoriale nei criteri di riparto.

Invece, se lo stanziamento fissato dal testo del decreto per la fascia 0-6 anni parla, oltre che di 65 milioni per il mancato pagamento delle rette, anche di 15 milioni per incrementare il cosiddetto “Fondo 0-6” (che arriverebbe così a 254 milioni), in piedi dal 2017 e destinato alle regioni, la procedura prevista per quest’ultimo e per fare presto in queste settimane d’emergenza andrà ad aggravare proprio ora – cioè quando meno se ne sentiva il bisogno – l’ennesima, odiosa diseguaglianza territoriale tra Nord e Sud. Quella riguardante, appunto, l’infanzia. Se, infatti, la ministra può mettere mano al decreto di riparto del “Fondo 0-6”, sentita entro 15 giorni la Conferenza Stato/Regioni/enti locali, il tutto può avvenire prescindendo da quel Piano nazionale di azione pluriennale che avrebbe dovuto – sempre che fosse stato messo a punto – correggere la regola inaccettabile secondo la quale i soldi, e quindi i servizi, vanno a chi già li ha, sulla base della spesa storica.

Tenuto conto che la spesa per i nidi è di 88 euro l’anno per un bambino residente in Calabria e di 2.209 euro l’anno nella Provincia Autonoma di Trento.

CIFRE IMPIETOSE

Sui servizi all’infanzia, del resto, non mancano nemmeno i dati inequivocabili – secondo l’ultima Relazione del Cnel (con contributo dell’Istat e dell’Ocse) sui livelli e la qualità dei servizi offerti dalle Pubbliche amministrazioni centrali e locali alle imprese e ai cittadini, inviata a gennaio 2020 a governo e Parlamento – secondo cui mentre le Regioni del centro-nord e le Province autonome hanno superato, o rasentano, la famosa soglia del 33%, le Regioni del sud sono tutte molto al di sotto di tale percentuale, cosicché i posti disponibili nei servizi per l’infanzia variano dal minimo del 7,6% per la Campania al 44,7% della Valle d’Aosta. Con relativo esborso privato proprio nei territori che detengono i redditi più bassi (e quindi rinunciano più spesso ad avvalersi del servizio).

Non è un caso che nelle regioni con maggiore percentuale di copertura siano presenti più strutture pubbliche (a Trento il 73%), mentre in quelle con minor copertura, il dato di strutture private è capovolto, con la Calabria a titolarità privata per il 73% delle strutture.

Nello specifico, se In Italia i nidi sono 11.017 – 6.767 privati e 4.250 pubblici – e i posti disponibili sono 320.296, distribuiti fra 153.316 privati e 166.980 pubblici, la prevalenza di posti pubblici si trova soprattutto al Nord – in particolare, Emilia Romagna, Piemonte, Toscana, Trentino Alto Adige – mentre al Sud la stessa riguarda solo Basilicata, Molise e Sicilia. Viceversa, troviamo più copertura nei nidi privati in Calabria, Campania, Puglia e Sardegna, insieme a Friuli Venezia Giulia, Lombardia e Veneto.

OBIETTIVO: IL RIEQUILIBRIO

Riequilibrare la spesa per i servizi all’infanzia in tempi di emergenza sanitaria significa per l’ennesima volta provare a lavorare sull’emergenza ormai cronica di un Sud dimenticato, sulle risorse messe a disposizione come sul loro criterio di assegnazione.

Non si può tornare indietro e speriamo basti un emendamento. Che tenga presente, però, che se in Italia, fino all’esplosione del virus, trovava posto in un asilo nido pubblico o convenzionato poco più di un bimbo su cinque e in Umbria un totale del 34%, in Campania sono 3 su 50 i bambini più fortunati che possono andare all’asilo, appena il 6,7%. A seguire, Calabria (8,8%), Sicilia (9,3%), Puglia (13,6%), Basilicata (14,2%), Abruzzo (19,9%), secondo il dossier realizzato grazie al progetto finanziato dal ministero dello Sviluppo Economico e pubblicato nel 2019 dall’Osservatorio prezzi e tariffe di Cittadinanzattiva. Una condizione di sofferenza che va letta anche alla luce dei dati rilevati nel 2018 dall’Ispettorato del lavoro, secondo cui l’incompatibilità tra occupazione lavorativa ed esigenze di cura della prole è motivo di dimissioni e risoluzioni consensuali delle lavoratrici madri per il 36% dei casi su un totale di 35.963 provvedimenti.

IL MONITO DELL’ONU

Anche il Senato, a metà dello scorso anno, aveva voluto indagare e, con una ricerca sugli asili nido affidata al suo Ufficio valutazione impatto, aveva esaminato gli interventi degli ultimi 10 anni. Tra le criticità – insufficienza dei finanziamenti disponibili, mancata sinergia tra pubblico e privato e tra profili professionali di educatori e insegnanti – anche la sperequazione Nord /Sud, l’insufficiente integrazione tra Stato, Regioni e Comuni e una gravissima disuguaglianza territoriale, legata al tasso di povertà materiale ed educativa dei bambini di Campania, Sicilia, Calabria, Puglia e Molise.

La stessa diseguaglianza denunciata da anni dal Comitato sui Diritti dell’Infanzia delle Nazioni Unite, che dopo aver rilevato un grave rischio di esclusione economica e sociale, dunque anche formativa, per la prima infanzia nelle regioni del Sud Italia, ha prescritto al nostro Paese misure correttive entro il 2023. Inderogabili, secondo l’Onu, «anche in situazioni di crisi economica, disastri naturali o altre emergenze».

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