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Ignazio Visco

Tempo di lettura 5 Minuti

«Nessuno deve perdere la speranza»: le ultime parole delle “Considerazioni finali” del Governatore Ignazio Visco possono ben essere le prime di questo commento. Il commento a una Relazione amara ma costruttiva. Amara perché descrive una crisi che è più uno tsunami che una recessione. Costruttiva perché, fedele al doppio significato di “weiji”, la parola cinese che vuol dire assieme “crisi” e “opportunità”, Visco esorta i suoi compatrioti a «non sprecare una crisi» (parole di Winston Churchill). Proprio perché la devastazione è così epocale, ci invita a guardare lontano, a usare le risorse che abbiamo – «i punti di forza di cui qualche volta ci scordiamo» – per ricostruire quelle condizioni che ci permettano di tornare a crescere.

LA CRESCITA MANCATA

Contrariamente alla volgata tradizionale, l’Italia è entrata nella crisi con sani fondamentali finanziari. Il deficit del bilancio pubblico nel 2019 è il migliore da molti anni: all’1,6% del Pil è nettamente più basso del deficit della Francia, della Spagna, del Belgio… Il suo debito netto con l’estero è praticamente zero, e da molti anni ormai l’Italia consuma meno di quel che produce, inanellando avanzi correnti col resto del mondo. Le banche italiane hanno fatto grossi passi avanti, sia aumentando di molto il capitale proprio che diminuendo di molto il peso delle sofferenze.

Perché, allora, il divario fra i rendimenti dei titoli pubblici italiani e spagnoli è così grande, e il famoso spread con la Germania è doppio rispetto a quello della Spagna? La risposta è una sola, e non ha niente a che fare con i conti pubblici: la risposta sta nell’economia reale, nella disperante incapacità di crescere dell’economia italiana. Incapacità, questa, frutto di antiche magagne, dalla scarsa qualità del capitale umano (bassa percentuale di laureati, frutto a sua volta di insufficienti stanziamenti per l’istruzione universitaria) alle più grosse palle al piede: la pesantezza degli adempimenti burocratici e regolamentari, la giustizia lenta (che diventa giustizia negata), le confuse competenze concorrenti fra i diversi livelli di governo, l’un contro l’altro armati, e, ultimo ma non in ordine di importanza, una cultura giuridico-legale e una tendenza alla litigiosità che hanno reso l’Italia, “madre del diritto”, la patria degli azzeccagarbugli.

QUANDO, SE NON ORA?

Il Governatore ci invita ad affrontare questi lacci e lacciuoli, come li definiva famosamente il suo predecessore Guido Carli. Diamogli la parola: «Come il distanziamento sociale appiattisce la curva dei contagi senza eliminare il virus, così le misure di sostegno contribuiscono a diluire nel tempo e ad attutire le conseguenze della crisi senza eliminarne le cause».

E, per eliminare le cause, con parole condite di storia e di dottrina e intrise di passione civile, Visco invita il nostro Paese a «uno straordinario sforzo, tecnico e di progettazione, per sfruttare le opportunità offerte meglio di quanto non abbia fatto negli ultimi decenni con i programmi dell’Unione».
Quando, se non ora? Si dice spesso come questa crisi stia minando non solo la produzione effettiva ma anche quella potenziale, con il vuoto degli investimenti e l’uscita dalla forza-lavoro di tanti disoccupati scoraggiati. Sarebbe esiziale per l’Italia se, dopo tanti lustri di stagnazione dovesse ancora discendere nella capacità di crescere. La via, allora, è quella non solo di usare di tutta la potenza di fuoco disponibile dalla meritoria risposta dell’Europa alla crisi, ma di usarla bene. C’è bisogno, naturalmente, di sostenere i redditi di coloro che hanno perso di più (e che sono, afferma Visco, i più deboli, con ciò contribuendo a un ulteriore allargamento delle diseguaglianze); ma c’è bisogno, soprattutto, di riformare e investire (specie al Sud), c’è bisogno di tagliare i nodi gordiani della burocrazia (e gli atteggiamenti burocratici si ritrovano anche nel settore privato, e non solo quello bancario, in una singolare riedizione della “sindrome di Stoccolma”), c’è bisogno di riformare la giustizia.

FRIZIONI PER I PRESTITI

In Italia – registrano le “Considerazioni finali” del Governatore – le misure discrezionali di supporto all’attività economica (che si aggiungono all’impatto degli stabilizzatori automatici) sono state fra le più massicce dell’area euro, al livello di quelle della Germania (circa il 4,5% del Pil). Ma un conto è lo stanziamento, un altro conto è l’esecuzione. Per esempio, ricorda pudicamente il Governatore, «nell’erogazione di prestiti assistiti da garanzie pubbliche si riscontrano frizioni». Mentre, per quanto riguarda altri aiuti alle imprese e agli autonomi, le buone intenzioni sono state spesso seppellite da quelle scartoffie fustigate da Carlo Emilio Gadda, già quasi un secolo fa, in “Quer pasticciaccio brutto de Via Merulana”: «Là, da più lune, la sua pratica risognata attendeva, attendeva. Come delle pere, delle nespole, anche il maturare d’una pratica s’insignisce di quella capacità di perfettibile macerazione che la capitale dell’ex-regno conferisce alla carta, si commisura a un tempo non revolutorio ma interno alla carta e ai relativi bolli, d’incubazione e di rammollimento romano. S’addobbano, di muta polvere, tutte le filze e gli schedari degli archivi: di ragnatele grevi tutti gli scatoloni del tempo: del tempo incubante. Roma doma. Roma cova. In sul pagliaio de’ decreti sua».

LA VERITÀ NON DETTA

Passiamo a un altro punto cruciale. Chi paga poi i debiti che stiamo facendo? Qui bisogna rivelare un segreto, che i banchieri centrali in doppiopetto non possono dire apertamente: i debiti pubblici che si allargano non saranno mai restituiti e non costeranno niente anche per quanto riguarda il servizio del debito.

I titoli pubblici sottoscritti in quantità industriali dalle Banche centrali rimarranno in pancia alle Banche stesse, a parte le formalità del rimborso e del ri-acquisto; e quel poco di interessi che i governi devono pagare gli ritorneranno come distribuzione degli utili delle Banche centrali. Quando si dice, come in effetti si dice nei documenti del Governo, che quest’anno il peso del debito andrà al 156% del Pil, si parla di tecnicalità contabile.

Oramai, per valutare il peso del debito, bisognerà guardare al debito netto, sottraendo al debito lordo quello detenuto da altri enti del settore pubblico (che include la Banca centrale). Per esempio, il Giappone – caso preclaro di Paese con debito pubblico superiore a quello dell’Italia, al 226% del Pil nel 2019 – ha un debito netto inferiore di 100 punti di Pil. Per l’Italia, secondo le statistiche dell’Ocse, il debito netto è inferiore di circa 30 punti di Pil a quello lordo, e questa percentuale è destinata ad aumentare di molto (il grafico pubblicato in prima pagina mostra, con qualche eroica stima, quello che potrebbe essere il debito lordo e netto quest’anno).

Ma torniamo alle Considerazioni: delle quali è solo da citare la chiusa, a costo di ripetere quel che abbiamo scritto più sopra: «Ce la faremo con scelte mature, consapevoli, guardando lontano. Ce la faremo partendo dai punti di forza di cui qualche volta ci scordiamo; affrontando finalmente le debolezze che qualche volta non vogliamo vedere. Molti hanno perso la vita, molti piangono i loro cari, molti temono per il proprio lavoro. Nessuno deve perdere la speranza».

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