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Mario Draghi si ripresenta sul palco della politica italiana con un discorso di largo respiro e di ampia visione prospettica, in netto contrasto con l’ossessione emergenziale che domina il governo in questa spasmodica attesa di un autunno, che sarà difficile per tutti, ma in particolare per chi vive alla giornata.
Con il tono apparentemente neutrale, anche se di tanto in tanto affannato, Super Mario – come è stato definito da tanta stampa europea – insegna che è proprio nei momenti più difficili che bisogna guardare oltre l’emergenza.

LA VISIONE

Cita Keynes, cita De Gasperi, cita i Padri fondatori dell’Unità europea, che nei giorni più bui, quando tutto sembrava perduto, pensavano già a una ricostruzione, che non fosse il ritorno al passato, ma fosse un avvenire in cui gli ideali di libertà e di eguaglianza diventassero il motore di uno sviluppo, che poteva solo aversi superando i vincoli del passato.

Altro che accanirsi sui centimetri da tenere fra le “rime buccali” – cioè la punta della lingua – per allontanare la pandemia prossima ventura, ma visione del futuro e investimenti che proiettino in quel futuro le nostre scelte, le nostre speranze, la nostra responsabilità.

Così si presenta Mario Draghi in questa ormai tarda estate, in cui di decreto in decreto si richiede sempre più al presidente del Consiglio e ai suoi ministri non solo di rincorrere gli eventi e di rintanarsi dietro una sempre rinnovata emergenza, ma di offrire una visione di lungo respiro per la scuola, il lavoro, lo sviluppo, l’Europa.
Proprio questa emergenza – sostiene Draghi – va utilizzata infatti innanzitutto per costruire una rinnovata Europa, che riesca a darsi un ministro unico del Tesoro, per gestire uno sviluppo che non sia più il frutto di negoziazioni intergovernative, ma di un disegno effettivamente comune, una nuova Europa che superi un’Unione in cui perfino la solidarietà è stata negoziata fino all’ultimo euro.

I GIOVANI

Particolarmente rilevante a tal punto è il riferimento di Draghi ai giovani, a lungo applaudito dalla platea del Meeting di Cielle. I giovani non sono, nel discorso di Draghi, un’entità astratta, così come il futuro non è vuoto contenitore di promesse elettorali, da collocare certamente oltre le prossime elezioni e sicuramente oltre le edizioni serali dei telegiornali.

Il futuro va costruito oggi, a partire dagli investimenti sull’educazione, cioè sulle competenze che debbono costituire il fondamento di una nuova economia, che deve essere rivolta a quegli obiettivi di sostenibilità ambientale e sociale, di cui tutti ci riempiamo la bocca, ma che rimangono abbandonati a se stessi, travolti da questa pandemia che rischia di essere la coperta sotto cui si nascondono tutti i problemi che avevano portato l’Italia già prima del Covid a una stagnazione che durava ormai da anni.

LEZIONE DI STILE

«Privare un giovane del futuro è una delle forme più gravi di diseguaglianza» scandisce Draghi, ma questo è oggi inaccettabile «se discende da quella forma di egoismo collettivo che ha indotto i governi a distrarre risorse umane e finanziarie in favore di obiettivi con più certo e immediato ritorno politico».

Trasparenza, condivisione e umiltà sono allora le virtù che sono oggi richieste ai governanti, a cui si aggiunge certamente quella competenza e quella dimensione internazionale, che Draghi sfoggia qui nel suo stile accuratamente dimesso.

Quanto questa lezione di stile inciderà sulla vita politica italiana si vedrà a breve, comunque Mario Draghi è in pista e diverrà comunque il metro di misura con cui dovrà misurarsi ogni ministro di lunga o corta militanza, che voglia presentarsi come indispensabile al futuro del Paese e dei nostri giovani.


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