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Un'aula

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Anche l’attesa per la riapertura delle scuole e la ripresa delle lezioni – che tutti vorrebbero in presenza e in sicurezza, ma che di ora in ora diventa sempre più incerta – deve fare i conti con le parole dell’ex presidente della Bce, Mario Draghi: «La chiusura delle scuole e di altri luoghi di apprendimento ha interrotto percorsi professionali ed educativi, approfondito le diseguaglianze».

Parole che indicano come, al netto delle ennesime, necessarie (e tuttavia ancora confuse) valutazioni del Comitato tecnico scientifico su distanziamenti, banchi e mascherine, investire sull’istruzione – farlo all’insegna della solidarietà, del pragmatismo e della responsabilità – sia una partita da giocare una volta per tutte e senza incertezze, annullando prima di tutto il virus più pericoloso, quello della diseguaglianza.

L’ELENCO INFINITO DELLE DISPARITÀ

Del cui “contagio” ci siamo occupati sin dall’inizio da queste pagine, sottolineando con i numeri della Ue e della Corte dei conti l’ingiustizia territoriale e la segregazione educativa su base regionale, che solo negli ultimi dieci anni di spesa storica e mancati livelli essenziali dei servizi e delle prestazioni ha prodotto la voragine tra Nord e Sud in quanto a dispersione e abbandono, sicurezza e igiene, tecnologia e ore di lezione, insegnanti di sostegno, mense e barriere architettoniche.

Numeri anticostituzionali che per il Meridione documentano scuole pericolanti senza collaudo e agibilità, locali non igienizzati, collegamenti insufficienti, palestre inesistenti o poco sicure. È qui che troviamo la maggior parte delle aree interne italiane, quelle difficilmente raggiungibili da uno scuolabus o da un’ambulanza nel giro di un’ora, eppure popolate da mezzo milione di studenti.

E’ qui che manca la copertura di domanda negli asili nido e nei servizi all’infanzia (88 euro l’anno di spesa pubblica per un bambino calabrese, 2.209 euro l’anno a Trento), così come un numero adeguato di docenti e personale Ata.

Una sperequazione che, oltre ad aver trascinato l’intero Paese agli ultimi posti della classifica Ocse per investimenti nell’istruzione, ha finito per rendere il Sud un territorio vietato a bambini e adolescenti. Creando la più pericolosa delle ingiustizie sociali, quella ad effetto moltiplicatore, allontanando ogni anno regioni come la Calabria e la Campania dalle percentuali minime europee di formazione, reddito e occupazione, ma anche di salute e aspettativa di vita.

UN DISASTRO CERTIFICATO

Basta questo per capire come nel caso dell’istruzione si tratti di una partita che va giocata senza sbagliare più nulla e soprattutto guardando oltre le misure emergenziali: «Ai giovani – ha detto Draghi – bisogna dare di più: i sussidi finiranno e resterà la mancanza di una qualificazione professionale, che potrà sacrificare la loro libertà di scelta e il loro reddito futuri». Tenendo ben presente che «privare un giovane del futuro è una delle forme più gravi di diseguaglianza».

Il messaggio – tiene a sottolinearlo lui stesso – è di natura etica prima ancora che di politica economica.

Del resto, quella che l’Onu ha definito a livello globale una vera e propria «catastrofe educativa», legata al cosiddetto learning loss (perdita di apprendimento) – a sua volta causato dell’interruzione per lunghi periodi dello studio e della scuola – è la stessa che da decenni riscontriamo nel Sud Italia. Certificata da anni proprio dalle Nazioni unite e che, a causa della pandemia ma anche dello stato pregresso e dell’indifferenza politica, ha subìto un aggravamento veloce e costante.

Complici, la povertà economica collegata a quella educativa (chi non ha il cibo o una casa, frequenta meno e abbandona prima la scuola) e tecnologica (sono soprattutto al Sud gli alunni “scomparsi” dalle lezioni a causa di una didattica a distanza resa impossibile dalla mancanza di tablet, pc e connessioni).

Il richiamo di Draghi riporta dunque l’istruzione non solo tra le priorità necessarie allo sviluppo del Paese, ma tra i presupposti più importanti di quello sviluppo. Forse il più importante. Di uno sviluppo, però, che riguardi tutti.

UN CONTO SALATISSIMO

E mentre la perdita immediata del “bene apprendimento” sull’anno scolastico mai concluso causa pandemia sarà valutabile solo con le prove Invalsi del prossimo anno, uno studio realizzato dal Sole24Ore sulla base dei criteri della Banca mondiale ci dice che i mesi di assenza dalla scuola causa Covid possono costare a ogni studente fino a 21mila euro di minori redditi in tutta la sua vita lavorativa. Un conto salatissimo che, se moltiplicato per i quasi 8 milioni e mezzo di studenti italiani, corrisponderebbe a un costo da pagare alla pandemia, anche solo potenziale, che si aggirerebbe per i prossimi decenni intono al 10% del Pil. E che annienterebbe definitivamente le percentuali di ricchezza più basse del Sud.

Per ora, però, siamo fermi alle novità che il Cts dovrebbe comunicare oggi sull’uso delle mascherine in aula e le indicazioni per la gestione di eventuali casi Covid a scuola, con le disposizioni dell’Istituto superiore di sanità. Una nuova valutazione degli indici epidemiologici sarà effettuata dal Cts il 29 agosto, due settimane prima del ritorno sui banchi, con un bilancio sull’andamento dei contagi fatto regione per regione. Due giorni dopo, la Conferenza internazionale promossa dall’Oms Europa, a cui parteciperà anche il ministro della Salute, Roberto Speranza. All’ordine del giorno, proprio la riapertura delle scuole e l’indicazione di procedure che potranno essere condivise, al di là delle differenti situazioni dei Paesi dell’Unione.

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