X
<
>

Tempo di lettura 4 Minuti

Un progetto per il 2030 per il Sud. Smetterla di pensare alle prossime elezioni e occuparsi delle prossime generazioni. Sembra semplice ma in realtà è la cosa più complicata che possa esserci. Perché è legittimo che un rappresentante in Parlamento si preoccupi di cosa fare quando la legislatura sarà finita. E per assicurarsi la rielezione ha bisogno di consenso. Del partito che lo metta in lista in una posizione favorevole, di un consenso nel proprio territorio che aiuti la decisione del partito. E per questo è necessario occuparsi dei propri clientes, ai quali spesso interessa poco il progetto a medio perché deve pensare alla sopravvivenza, soprattutto al Sud. Per imporre una visione è necessaria poi la convergenza di tale idea della realtà nazionale, in accordo con quella locale, spesso invischiata in logiche clientelari. Per fortuna sembra che le indicazione della Commissione Europea siano stringenti e quindi forse questa volta saremo costretti ad un progetto a medio, anche se è più probabile che si trovi un modo per sfuggire alle logiche degli statisti e rientrare in quelle dei clientes.

Ma supponiamo che si voglia fare un progetto a medio termine per il Sud che utilizzi il capitale umano formato, disponibile nelle aree. Per avere un’ idea di progetto bisogna partire dal numero di occupati esistenti al Sud prima della epidemia, che ha evidentemente distrutto alcune realtà produttive. Eravamo ormai da parecchi anni a sei milioni e centomila occupati compresi i sommersi. Con un rapporto tra popolazione e occupati di poco più di uno su quattro. In realtà uno ogni 3.40. Se riteniamo che l’obiettivo sia quello delle realtà a sviluppo compiuto, come l’Emilia Romagna, che ha una percentuale di lavoratori rispetto alla popolazione di poco meno di uno su due. Infatti su 4 milioni di abitanti lavorano, sempre compresi i sommersi, quasi 2 milioni. Per arrivare a questi rapporti nel Sud è necessario un saldo occupazionale di poco più di 3 milioni di posti di lavoro.

Anche Svimez conferma tale obiettivo. In quali settori potrà crearsi tale saldo occupazionale? In quelli che molti ritengono prioritari per il Sud? Quell’agricoltura e quel turismo sul quale si dovrebbero basare ogni possibilità di occupazione? Ebbene no! Tali branche  invece non hanno alcuna possibilità di soddisfare le esigenze dei molti giovani meridionali, costretti ad emigrare. Chi pensa che l’agricoltura continuerà aumentare l’occupazione, chi immagina un ritorno alla terra e solo un inguaribile romantico. Il Mezzogiorno ha delle realtà importanti e delle produzioni di eccellenza. Dal vino all’olio, ai formaggi, quindi la filiera agricola può essere interessante ma continuerà ad aumentare il suo valore aggiunto senza contribuire all’occupazione, come ci insegnano tutti territori a vocazione agricola nei Paesi industrializzati. Siamo oggi in agricoltura nell’ordine dei 500 mila occupati che rappresentano il 7-8 per cento della occupazione e che sono destinati a diminuire per arrivare a quel 3 per cento dei paesi industrializzati. Probabilmente aumentando l’occupazione negli altri settori rimarrà ai livelli attuali diminuendo la percentuale sugli occupati complessivi.

Il turismo nel Sud è una attività ancora ai primordi. Gli 80 milioni di presenze turistiche, poco più del solo Veneto, ci dimostrano i grandi spazi ancora esistenti se si vuole passare dal turismo alla Goethe ad una industria turistica, con tutti i suoi limiti. Rimane quel manifatturiero, mai in realtà veramente sviluppato, che dovrebbe dare la maggior parte di quel saldo occupazionale indispensabile se si vuole evitare quel processo di spopolamento in atto e quell’emigrazione, non mobilità che è invece auspicabile, che ha evidenziato tutti i problemi per il Paese nella fuga dal Nord. Bene un’accelerazione dell’occupazione nel manifatturiero, ce lo insegnano tutti i paesi che hanno avuto questo obiettivo, dalla Cina alla Polonia all’Ungheria all’Irlanda, può avvenire solo se si attrarranno capitali da altre realtà. Complicato in un momento in cui molti vorrebbero seguire questa idea di sviluppo. Perché il Mezzogiorno non è l’area ideale in cui investire. Perché non è ben infrastrutturato, perché vi è una presenza di criminalità organizzata che scoraggia, perché il costo del lavoro è ancora alto malgrado la fiscalità di vantaggio recentemente approvata che dovrebbe diminuire il cuneo fiscale per le imprese. E poi non vi è una tassazione particolarmente favorevole sugli utili delle imprese.

A parte la complicazione amministrativa che fa si che per ogni autorizzazioni ci vogliano anni. Per superare questa serie di problemi si sono varate le Zes manifatturiere, che dovrebbero essere lo strumento per un’ accelerazione dello sviluppo in tale settore, e su esse bisognerebbe investire con il recovery plan, con obiettivi precisi per ciascuna Zes, in termini occupazionali e tempi precisi sui quali impegnare i responsabili di tali aree. L’obiettivo dovrebbe essere quello di creare quei 2 milioni di posti di lavoro che, insieme a quelli conseguenti e collegati nei servizi, dovrebbero costituire l’asse portante dello sviluppo del Sud.

L’altro settore sul quale bisogna lavorare in modo serio è il turistico. Fermo ormai da parecchi anni a quelle 80 milioni di presenze che fanno dell’area una miniera ancora non scoperta. Probabilmente la creazione di una ventina di Zes turistiche, una legge che le normi ed un investimento importante in tali aree potrebbe rappresentare una soluzione che con un raddoppio di presenze potrebbe aumentare gli addetti tra diretti ed indiretti di 300-400 mila occupati. Il settore delle costruzioni, sia quelli pubblici che quelli privati dovrebbe fare il resto. Certo una missione importante, che trascinerebbe la crescita di tutto il Paese sui livelli degli altri partner europei, perché è chiaro che il Mezzogiorno è una pentola bucata e se investi in esso le conseguenze si avranno sul sistema produttivo centro nordico. Sembra un meccanismo semplice ma che in molti non riescono a capire, in una visione provinciale di piccoli Stati in concorrenza tra loro.  Ma deve essere lo Stato italiano, per primo, a far capire che vuole veramente sviluppare tali aree. Investendo su grandi progetti, su infrastrutture, su agenzie internazionali da far arrivare, su grandi eventi, sul ponte sullo stretto di Messina, delocalizzando grandi enti. Mi pare che siamo ancora molto lontani.

  •  
  • 3
  •  
  •  
  •  
  •  
  •  
  •  
  •  

COPYRIGHT
Il Quotidiano del Sud © - RIPRODUZIONE RISERVATA

shares