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Mario Draghi

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John Maynard Keynes la chiamava “irriducibile incertezza”. Molti premi Nobel dell’economia (a cominciare dall’ultimo) sono stati vinti da economisti che hanno affrontato il problema delle decisioni in condizione di incertezza. Ma c’è un’incertezza “irriducibile” – quella connaturata a questo complicato terzo pianeta in cui viviamo, assortito di complicati bipedi – e ce n’è un’altra “riducibile”, che dipende da quello che facciamo o non facciamo.

L’incertezza è sempre un problema per l’economia. Ricordo che, nel bel discorso di Mario Draghi a Rimini, questi disse: “Dalla politica economica ci si aspetta che non aggiunga incertezza a quella provocata dalla pandemia e dal cambiamento. Altrimenti finiremo per essere controllati dall’incertezza invece di esser noi a controllarla. Perderemo la strada. Vengono in mente le parole della ‘preghiera per la serenità’ di Karl Paul Reinhold Niebuhr che chiede al Signore: «Dammi la serenità per accettare le cose che non posso cambiare, il coraggio di cambiare le cose che posso cambiare, e la saggezza di capire la differenza»”. Tornano alla mente queste parole nel momento in cui la politica economica, nella veste dei nuovi decreti del governo italiano per contrastare il ritorno dei contagi, somministra un putiferio di regole e sotto-regole, eccezioni e precisazioni, che creano incertezza nell’applicazione.

Beninteso, il problema non è solo italiano. Come detto pochi giorni fa su queste colonne: “Si staglia con penosa evidenza il dilemma di sempre: bisogna riaprire l’economia, ma ad ogni riapertura si accompagna anche una ripartenza del virus, che poi porta a nuove chiusure, che poi portano a nuove insofferenze, che poi portano a nuovi allentamenti, che poi portano a nuovi contagi… È un crinale molto sottile quello che devono percorrere i governi: bisogna trovare il giusto equilibrio fra prevenzione, contrasto e restrizioni. Nessun Paese ha trovato ancora il giusto mezzo e stiamo tutti cercandolo affannosamente”. E, in questa tormentosa ricerca, l’Italia è posizionata meglio di molti Paesi. Ci preoccupiamo, giustamente, dei 4-5mila e passa casi al giorno che abbiamo registrato in questa fase di recrudescenza. Ma che dire di Paesi “seri” (con doppie virgolette) come Olanda e Belgio, i cui casi al giorno, se avessero una popolazione eguale a quella italiana, sarebbero dell’ordine dei 20-25mila nuovi contagi? In tutti i Paesi, dall’America all’Europa e altrove, registriamo proteste e insofferenze contro le restrizioni. Spesso si dice che, per risolvere tanti nostri problemi, dovremmo importare dall’estero le best practices disponibili sul mercato delle pubbliche amministrazioni. Ma, in questo convulso flusso dei contrasti al virus, non ci sono a oggi best practices facilmente importabili. Tuttavia, questa è una ragione in più per raddoppiare gli sforzi per identificare il ‘crinale sottile’ di cui sopra. C’è già abbastanza ‘incertezza irriducibile’ per non dover rincarare la dose con norme confuse e spesso inapplicabili.

C’è un problema di contrasto medico al virus, e c’è un problema di disinfezione delle conseguenze economiche del Covid-19. Sul primo problema, non c’è che da affidarsi alla scienza, sperando che anche gli esperti si mettano d’accordo. Sul secondo problema, non c’è che da spingere sugli investimenti. Un recentissimo studio del Fondo monetario mette l’accento sugli investimenti pubblici. Dato che quelli privati sono paralizzati dall’incertezza, il Fondo calcola che devono essere gli investimenti pubblici a dare il ‘la’ alla ripresa: le stime del Fondo sono clamorose: un miliardo in più di investimenti pubblici aumenta il Pil di 2,7 miliardi. E gli investimenti, specialmente quelli in opere pubbliche e costruzioni, sono ad alta intensità di lavoro.

Sì, ci sono i soliti problemi di smantellamento di lacci e lacciuoli. E qui sia consentito un modesto suggerimento. Perché partire sempre dall’altro (top-down) e non dal basso (bottom-up)? La legge sulle semplificazioni è un tipico esempio del metodo top-down. Ma c’è un altro approccio. Sabino Cassese, sul Corriere della Sera, ci ha detto che, per aprire una gelateria, «sono necessari fino a 73 adempimenti, con 26 enti diversi, e un costo di 13 mila euro, secondo un’accurata ricerca svolta dalla Confederazione nazionale dell’artigianato e della piccola e media impresa». Ecco un ‘compito a casa’ per il governo. Prendete quella ricerca della Confartigianato, elencate i 73 adempimenti per la gelateria, smontateli tutti ad uno ad uno, per vedere dove si possa abolire, semplificare, accorpare… Molte delle soluzioni trovate potranno poi automaticamente risolvere altre lungaggini valide per molte altre fattispecie. Partire dal basso, insomma…


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