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L'ex commissario Saverio Cotticelli

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L’episodio del commissariamento della sanità calabra, che risale a 10 anni fa, diminuisce la forza della teoria dell’esigenza di meno federalismo e più centralismo.
Molti sono convinti che il Mezzogiorno abbia bisogno di essere in alcuni casi maggiormente guidato dal Governo centrale, con una sostituzione di poteri, nel caso le Regioni non fossero in grado di adempiere alle loro funzioni.

Ma, se lo Stato interviene nel modo in cui l’ha fatto in Calabria, allora in tanti nasce il dubbio che la cura sia peggiore del male. La povera Jole Santelli aveva denunciato: “Siamo vittime da anni di un commissariamento governativo che, improntato esclusivamente a logiche meramente ragionieristiche, ha distrutto la sanità calabrese” aveva tuonato.

La critica al titolo V della costituzione, che introduce le autonomie regionali e che ha portato alla messa in discussione della catena di comando, che ha visto recentemente scatenare la babele decisionale tra Regioni e Stato e che ha trovato molti consensi, rischia di essere sepolta da una incapacità di azione non tollerabile.
È così chiaro che in settori fondamentali del Paese, come la sanità, l’istruzione e l’infrastrutturazione non ci possano essere grandi autonomie, perché si rischia di avere 20 realtà differenti, ed in molti hanno richiesto il cambiamento di tale assetto istituzionale.

CONFLITTO DI POTERE

La clausola di supremazia viene richiesta per evitare che non si sappia, sopratutto nell’emergenza, chi debba intervenire. Probabilmente, essendo il Paese diviso in due parti completante diverse, l’effetto di norme simili potrebbero avere risultati differenti, perché chi è più avvertito potrebbe non subire commissariamenti come avverrebbe invece a chi non riesce a gestire in modo adeguato.

Quindi probabilmente il cambiamento richiesto potrebbe essere accettato anche dalle Regioni settentrionali che, ritenendosi più brave, invece chiedono di avere più autonomia. Ovviamente tutto a patto che i diritti di cittadinanza vengano garantiti a tutti e che la spesa pro capite sia uguale in tutti i territori.

Ci sarà tempo per mettersi d’accordo di quale spesa pro capite si tratti, considerato che in molti per esempio non vogliono che in tale spesa venga inserita quella delle imprese pubbliche, alcune quotate, che non dovrebbero avere l’obiettivo della redistribuzione ma solo quello di fare utili.

Per la spesa previdenziale non dovrebbe essere inserita perché corrispettivo di contributi versati, dimenticando che molta parte riguarda le pensioni calcolate con il metodo retributivo e che quindi gravano sulla fiscalità generale.

Ma andiamo con ordine: alcuni anni fa la sanità calabra viene commissariata perché spende troppo e male, non raggiungendo gli obiettivi che dovrebbe perseguire. Come è previsto dalla normativa nazionale, viene nominato dal Conte 1 e confermato dal Conte 2 un commissario che si dimette giorni fa perché non “ricorda” che l’emergenza Covid è di sua competenza.

Per cui la Calabria, pur avendo un rapporto di contagiati su popolazione che è il più basso del Paese, 18.44 su 100.000 abitanti, viene inserita, giustamente per l’andamento degli altri 20 indicatori, tra le zone rosse come il Piemonte che invece ha un indice di contagiati su popolazione di 89.16. Si interviene tempestivamente nominando un altro commissario dopo le dimissioni del primo, vicino a Leu e gradito al ministro Speranza. Nulla da ridire se avessero scelto un uomo vicino al partito, ma con competenza manageriale consolidata da un curriculum di eccellenza. Invece scelgono un uomo di Cesena, che scende in Calabria, non in aereo o in treno, ma con la macchina con l’autista, che dimostra tutta la sua protervia ed incapacità in un video semi negazionista, fatto quando l’epidemia era già in uno stadio maturo.

TRE MILIONI DI POSTI

Ed allora se questi sono i criteri di selezione, cioè quello dell’appartenenza, per cui “un Marcel diventa ogni villan che parteggiando viene” allora non c’è
centralismo che ci può salvare.

Per cui non è l’assetto istituzionale che diventa importante ma il modo in cui si gestisce la cosa pubblica.

Il vero cambiamento che serve al Paese è quello di rimettere al centro il merito e la competenza, dopo la notte buia dell’uno vale uno, che tanto danni ha fatto. Se le scelte sono fatte sulla base dell’appartenenza, se la democrazia in una parte è sospesa perché una classe dominante estrattiva ha preso il sopravvento piegando ai propri interessi la democrazia con un gigantesco voto di scambio, favorito dal bisogno estremo di un territorio che avrebbe bisogno di un saldo occupazionale di 3 milioni di posti di lavoro, mentre una parte quella Nord cerca di sottrarre al territorio più risorse possibili, approfittando della maggiore capacità di essere sul pezzo, gestendo nella conferenza delle Regioni a proprio favore la distribuzione delle risorse, allora il nostro Paese non può salvarsi. Il Covid è l’occasione per una riflessione più ampia e per il recupero di competenze e professionalità, sia in termini politici che tecnici. Il dubbio che tutto ciò possa non avvenire però è legittimo.


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