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Una protesta degli operatori del Wedding

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Tempo di lettura 3 Minuti

Cinquanta miliardi di euro persi in un anno e altri trenta che rischiano di sfumare con i centottanta matrimoni messi in standby dalla pandemia. «E parliamo solo dell’indotto primario, le perdite di quello secondario sono incalcolabili» ragiona Serena Ranieri, presidente di Feder matrimoni ed eventi privati (Federmep), fra le associazioni di categoria del wedding che oggi saranno in piazza, a Roma e non solo, per protestare contro l’ultimo dl Covid.

«Nel decreto sulle riaperture il governo si è scordato di noi – spiega – per tutte le categorie di lavoratori è stata indicata una data, anche al lungo termine, per la ripartenza. Per noi no».

Un problema enorme, afferma, per un comparto che «vive sulla lunga programmazione, con eventi fissati per tutta la stagione estiva ma anche a settembre e ottobre». Quello che serve, prosegue, «è una data, non necessariamente nell’immediato. Nessuno si aspettava di ricominciare a lavorare oggi. Ma questo silenzio non va bene. Tanti sposi stanno annullando o riprogrammando per l’anno prossimo, altri sono già arrivati anche al terzo/quarto rinvio delle nozze. Clienti che rischiamo di perdere definitivamente: decideranno comunque di sposarsi quando preventivato ma si limiteranno alla celebrazione».

Senza contare «che molte location, parliamo di circa il 30% dell’indotto, sono munite del codice Ateco della ristorazione. Di conseguenza si stanno riorganizzando come ristoranti per sfruttare le riaperture. Un ricevimento limitato solo al pranzo, però, taglia fuori tantissimi operatori del settore, generando una perdita di quasi il 50%». E, sostiene ancora Ranieri, «comporta rischi, perché si tratta di eventi che si svolgeranno senza protocolli e col pericolo degli assembramenti. Meglio sarebbe stato avere delle regole certe, valide per tutti, e la garanzia dei controlli».

Richieste che i manifestanti, con la mobilitazione odierna, intendono sottoporre all’esecutivo. «Questa sperequazione fra attività che potranno lavorare senza protocolli e altre che potrebbero fare lo stesso secondo regole prestabilite deve finire – sottolinea – è l’unico modo per salvare aziende e lavoratori. Parliamo di 300mila persone che arrivano a 1 milione considerando i 700mila stagionali. Fra un po’ non sarà più solo un problema economico ma sociale».

Ranieri si dice però fiduciosa sul fatto che la questione venga risolta «nelle prossime settimane modificando il decreto in vigore». Ma allora perché questa dimenticanza? «Il governo – risponde – teme che i festeggiamenti possano diventare occasione di contagio in assenza di controlli. Non nascondiamoci: è possibile che qualcuno non rispetti le regole. Proprio per questo, assieme al protocollo, chiediamo anche il controllo». In generale «è difficile capire come si possa prevedere la riapertura delle fiere e tenere chiusi noi. Abbiamo il tracciamento degli ospiti già diversi giorni prima, possiamo chiedere le autocertificazioni e tenerle per due settimane. Nelle fiere, con tante persone sconosciute che entrano, questo non è possibile».

Sullo sfondo lo stato d’animo dei clienti: gli sposi. «La preparazione di un matrimonio è già uno stress in condizioni normali, figuriamoci in questa fase – osserva -. Ci sono persone che hanno acquistato casa, pagano il mutuo, e non possono abitarla perché, magari, hanno deciso di andare a convivere solo dopo le nozze».

Se il governo non dovesse ascoltare le richieste degli operatori del wedding «l’alternativa è quella di una class action contro l’esecutivo per denunciarne le carenze gestionali e chiedere un risarcimento del danno patito dal settore. Quotidianamente mi confronto con imprenditori disperati». Il futuro, d’altronde, è un’incognita. «Se la situazione non si sblocca – conclude Ranieri – avremo problemi anche l’anno prossimo. Dovremo recuperare gli eventi di quest’anno, lavorando, di fatto, per nulla».


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