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Un tessuto economico ridotto a brandelli dalla crisi economica provocata dalla pandemia da Covid 19 e l’occasione di ricostruire il Paese grazie ai fondi europei del Recovery Fund: l’uno e l’altro sono un terreno fertile per la criminalità organizzata.

Sul primo rastrella tutti i beni e le attività economiche che non sono più in grado di stare sul mercato. Sull’altro l’enorme flusso di denaro pubblico e le possibilità di investire la grande liquidità di cui dispone. Una realtà e un rischio di cui aveva parlato anche il premier Mario Draghi nel suo discorso programmatico davanti alle Camere.

Le cronache ci raccontano che i tentacoli della criminalità avvolgono ormai l’intero stivale, ma al Sud, dove il tessuto è già più fragile e le radici criminali più profonde le possibilità, i pericoli di infiltrazione sono di gran lunga maggiori.

«La pandemia da Covid 19 offre nuove occasioni di business illegale alla criminalità organizzata che mette a frutto esperienze e reti relazionali consolidate nel tempo e sa avvalersi, con grande abilità, dei più avanzati e moderni strumenti anche tecnologici», scrive Giovanni Russo, procuratore nazionale antimafia e antiterrorismo aggiunto sul numero monografico della Rivista giuridica del Mezzogiorno 1/2021, che verrà presentata oggi alla presenza, tra gli altri, del direttore della Rgm, Mani Carabba, il presidente e del direttore generale della Svimez, Adriano Giannola e Luca Bianchi nel corso del webinar sugli effetti della pandemia sulle strategie di infiltrazione della criminalità organizzata nelle attività economiche (pagina Facebook dell’associazione).

E così le mafie e la criminalità organizzata hanno ampliato il loro “tradizionale” ventaglio di attività, guardando anche a settori strategici come l’eolico, l’offerta di servizi, la fornitura di dispositivi medici e farmaceutici, l’intermediazione finanziaria e immobiliare, mantenendo ben saldo il controllo su quelli “classici” della ristorazione, del commercio, la logistica, l’edilizia, le scommesse, i trasporti servizi funerari.

Un business a tantissimi zeri. Campania e Calabria sono i terreni più fertili: i dati della Svimez, elaborati su quelli della Dna, mostrano che il maggior numero di episodi criminali si concentra soltanto in alcune delle regioni in cui sono radicate le organizzazioni di tipo mafioso. Nel territorio campano e calabrese sono stati registrati, rispettivamente, il 39,9% e il 29,1% di quelli registrati tra il 2013 e il 2020.

Più marginale il peso della Puglia e della Sicilia, che insieme raggiungono appena il 6%. Seppure più recente, l’infiltrazione mafiosa ha raggiunto una presenza significativa nel Lazio, dove sono stati registrati il 19% dei casi, con Mafia Capitale a fare da traino. Trascurabili, invece, i numeri del Centro Nord: le regioni raggiungono insieme percentuali inferiori al 5%.

Riciclaggio e acquisizioni patrimoniali attraverso le aste giudiziarie, l’ingresso nella gestione delle società in crisi di liquidità direttamente o attraverso prestanome, nuovi patti corruttivi per poter ampliare la rete in cui impigliare gli affari attesi dalla messa a terra delle risorse europee.

Il modus operandi, come sottolinea Svimez, contempla il ricorso a professionisti e figure competenti che agiscono con fare imprenditoriale e assumono il volto legale dell’agire economico. Oppure si trasferisce la titolarità e disponibilità dell’attività a persone incensurate ma prossime, investendo e rendendo l’attività capace di esistere sul mercato.

Incrociando i settori di attività e le “famiglie” mafiose, emerge una maggior presenza della camorra e della ‘ndrangheta nel settore degli appalti pubblici, la mafia mantiene una forte presa su quelli per la concessione di servizi, un primato insidiato dalla criminalità organizzata romana.

Nelle aree di nuovo insediamento, rileva Svimez, la presenza di ‘ndrangheta e gruppi mafiosi siciliani è molto spesso determinata dalle catene migratorie criminali che si sono costruite nel tempo o da taciti accordi fra le compagini ma anche, molto più raramente, in seguito al conseguimento di una posizione di supremazia di un gruppo su un altro conquistata attraverso l’uso della violenza.

«La questione – avverte Svimez – è ancora più attuale in quanto lo strumento più idoneo per superare la crisi dovuta al Covid è stato opportunamente rinvenuto nella massiccia operazione di investimenti pubblici indirizzati verso opere pubbliche, infrastrutturali e di ammodernamento digitale. È auspicabile realizzare questo “shock infrastrutturale” in tempi veloci per far fronte al rallentamento economico post-pandemico. Tuttavia, bisogna agire su un duplice fronte, nell’ottica comune della trasparenza. Da un lato, trasparenza nelle procedure, andando ad individuare quale sia il modo migliore per far sì che un’opera pubblica sia portata a termine in tempi rapidi e soprattutto che i lavori vengano eseguiti a regola d’arte, scongiurando il rischio delle infiltrazioni mafiose nell’economia legale. Dall’altro, trasparenza nel campo delle strategie di prevenzione della corruzione. Dunque, l’emergenza post-pandemia dev’essere caratterizzata da una diversa gestione amministrativa, che si ispiri alla prevenzione della corruzione mediante lo strumento della trasparenza integrale di ogni spesa e acquisto pubblico».


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