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L'arresto di Giovanni Brusca

Tempo di lettura 4 Minuti

C’è una guerra sotterranea, ma neanche troppo, tra pentiti di mafia, alcuni dei quali di grande spessore, che si accusano a vicenda, si sbugiardano a vicenda, che si offendono pesantemente, e intanto nessuno, almeno fino a ora, li mette a confronto per capire chi dice il vero e chi dice il falso.

Ma la cosa più grave è che alcuni di questi pentiti che si accusano e si sbugiardano a vicenda rappresentano dei veri pilastri per i pubblici ministeri impegnati in processi ancora in corso.

Uno per tutti il cosiddetto processo per la cosiddetta “trattativa Stato-Mafia” (della quale Giovanni Brusca sapeva poco o niente, ma ne parleremo più avanti) dove sono imputati generali dei carabinieri, politici o ex politici, etc etc.

IL MISTERO DI “FACCIA DA MOSTRO”

Gli esempi di pentiti che dicono quello che vogliono, che ritrattano e poi riaccusano, sono molti, ma per brevità citiamo soltanto alcuni casi. L’ultimo in ordine di tempo è proprio lo “scanna cristiani” Giovani Brusca (il mafioso che premette il pulsante per fare esplodere la carica di tritolo che provocò la strage di Capaci e che fece sciogliere nell’acido il corpo del figlio 12enne del pentito Santino Di Matteo), da qualche settimana ritornato in libertà, che lancia un sasso pesantissimo che farà discutere.

L’insinuazione di Giovani Brusca riguarda un altro pentito, Vito Galatolo, ex boss del quartiere Acquasanta di Palermo. Brusca elimina dalla scena dei preparativi per la strage di via D’Amelio, dove furono uccisi il giudice Paolo Borsellino e gli agenti della sua scorta, il defunto agente di polizia e uomo dei servizi segreti, Giovanni Aiello, più noto con il soprannome “Faccia da mostro” che avrebbe partecipato, secondo l’altro pentito Gaspare Spatuzza, ai preparativi per la strage Borsellino.

Per tanti anni Brusca non avrebbe detto nulla su “Faccia da mostro” e, inspiegabilmente, tre giorni prima di tornare definitivamente in libertà dopo oltre 20 anni trascorsi in galera, sia pure con molti permessi, telefona al suo storico avvocato, il professor Luigi Li Gotti e, senza essere sollecitato, rivela che “Faccia da mostro” non sarebbe Giovanni Aiello ma il suo collega pentito, Vito Galatolo.

«Tre giorni prima di tornare in libertà, Giovanni Brusca era in permesso – racconta al Quotidiano del Sud l’avvocato Li Gotti – Giovanni Brusca mi telefona per salutarmi e mi dice che aveva bisogno di sfogarsi. Mi dice “c’è tutta questa storia dei servizi segreti” nella strage di via D’Amelio, ma noi mafiosi non avevamo bisogno dei servizi segreti, non c’era bisogno di questo “Faccia da mostro”, per Brusca “faccia da mostro” sarebbe Vito Galatolo».

LA TRATTATIVA STATO-MAFIA

«Andate a guardare la foto di Vito Galatolo – dice Brusca all’avvocato Li GottI – e vedete che faccia ha». Come a dire, secondo Brusca, che i servizi segreti nella strage Borsellino non c’entrano per nulla. Poi Brusca aggiunge: «Spatuzza potrebbe essersi confuso perché lui ancora non era un uomo d’onore e magari non conosceva il boss Vito Galatolo».

Insomma, una bella zeppola che mina in parte il processo sulla “Trattativa” ancora in corso. Speriamo che qualche magistrato o avvocato lo chiami al processo per chiarire questa torbida vicenda.

E, tornando alla presunta “trattativa” tra Totò Riina e lo Stato, Brusca sapeva ben poco e chi scrive ricorda benissimo quando, durante una udienza del processo per la strage di via D’Amelio che si svolgeva a Caltanissetta, Brusca disse che sì, sapeva che Totò Riina aveva presentato un “papello” (richieste per ottenere benefici per Cosa Nostra in cambio dell’ interruzione della stagione stragista, ndr) allo Stato.

A chi e come, però, Brusca non sapeva e durante un’udienza disse di aver appreso dei carabinieri del medico mafioso Antonino Cinà e dell’ex sindaco mafioso Vito Ciancimino che erano i protagonisti della “Trattativa”, dai giornali.

«Ho dedotto tutto leggendo un articolo di Francesco Viviano su Repubblica” (dove si citavano i carabinieri, Cinà e Ciancimino, ndr) disse candidamente Giovanni Brusca. Poi fu prodigo di dettagli e particolari, ma prima non sapeva quasi nulla. Strano no? Ma le anomalie su alcuni pentiti (tra questi, alcuni che hanno davvero consentito di disarticolare Cosa Nostra, ndr) non finiscono qui.

Tornando a “Faccia da mostro” e a Vito Galatolo, ci sono da registrare le pesantissime accuse che un altro pentito della sua “famiglia”, Gaetano Fontana, lancia a un altro pentito di un’altra “famiglia”, Francesco Onorato, tra i killer dell’eurodeputato democristiano, Salvo Lima.

«Quel pentito mente ed è più vigliacco dei mafiosi» ha detto recentemente Gaetano Fontana riferendosi al suo “collega”, collaboratore di giustizia, Francesco Onorato. Gaetano Fontana si riferisce, in particolare, a un omicidio che lui ha commesso, l’uccisione di un ragazzo, Paolo Gaeta, assassinato negli anni ’90. Fontana era stato assolto da questo omicidio, ma quando decise di collaborare con la giustizia confessò l’assassinio di Paolo Gaeta.

LE STRANEZZE

E, stranamente, di questo stesso omicidio si è accusato anche Francesco Onorato. «Francesco Onorato ha detto sempre una bugia su questa cosa, ha mentito sempre, non c’è mai stato Francesco Onorato. Io ricordo tutti i dettagli perché purtroppo l’ho commesso e mi dispiace perché Gaeta era un bravo ragazzo».

E tiene a rimarcare: «Io dico: ben vengano i collaboratori di giustizia, i mafiosi collaboratori di giustizia che dicono la verità, ma i mafiosi che già sono vigliacchi di suo, che devono collaborare con la giustizia e devono dire bugie sono più vigliacchi dei primi».

Ma non è finita: Gaetano Fontana, che sicuramente ha avuto degli attriti con Francesco Onorato, racconta anche altri retroscena inquietanti. Secondo Fontana, Francesco Onorato, da pentito, era andato a Milano a cercare proprio Fontana. «Ho temuto per la mia vita – ha raccontato Fontana – e quando ho scoperto che si aggirava nei pressi del mio negozio, a Milano, ho pensato che stesse “preparandomi” qualcosa».

Insomma molte cose non quadrano nel mondo dei pentiti: qualcuno prima o poi dovrebbe occuparsene per tentare di capire chi dice il vero e chi dice il falso inquinando processi e verità.


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