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Noi siamo Enea che prende sulle spalle Anchise, il suo vecchio e paralizzato padre, per portarlo in salvo dall’incendio di Troia, e che protegge il figlio Ascanio, terrorizzato.
Così il post sui social dell’ex commissario tecnico della Nazionale di pallavolo, Mauro Berruto, all’annuncio di Boris Johnson che diceva che gli abitanti del Regno Unito si dovevano abituare a perdere i propri cari.

Per questi principi, che fanno parte della nostra civiltà, vanno perseguiti tutti i comportamenti che hanno portato a tante morti dei nostri anziani soprattutto in Lombardia. Certo qualche dubbio viene, che siamo proprio eredi di Enea, vedendo come nel momento in cui non si è produttivi, l’abitudine diffusa è quella di “depositare” i propri cari presso strutture che, quando sono di buon livello, sono tristissime. Ma siamo anche quell’Enea che porta per mano il proprio figlio Ascanio. In questa immagine c’è la nostra civiltà.

E cosa è più importante quindi della formazione dei tanti nostri figli Ascani, un po’ terrorizzati e sconvolti in questi giorni infausti? Abbiamo chiuso le loro scuole e deciso che si doveva continuare in smart working da casa.

Non si poteva certamente fare diversamente.

Forse si poteva fare a meno di dare la sensazione del “liberi tutti” così anticipatamente. E che non si sarebbe più avuta la selezione che prevede che si possa anche essere bocciati.

Far circolare l’ informazione, in modo così prematuro, che tutti sarebbero stati promossi è stato un modo per togliere slancio a chi stava correndo per arrivare al traguardo, e che aveva già fatto metà della corsa. Forse anche un po’ prematuramente si è fissata la riapertura per settembre. Si poteva stare un po’ di più a guardare cosa sarebbe accaduto prima di abbandonare la speranza che si potesse riaprire prima. Certamente nelle realtà meno contagiate. Ma supponiamo che fosse l’unica opzione possibile anche se con molti dubbi Germania, Francia, Spagna, Danimarca ed Austria stanno già riaprendo. Se così fosse è adesso che bisogna pensare a come riaprire. Perché nulla sarà come prima se con questo virus dobbiamo convivere. Ed allora i temi che bisogna affrontare sono tanti. Il primo è quello del distanziamento. Le nostre classi spesso formate dai 20 ai 30 alunni dovranno essere riportate ad un numero molto più contenuto. Forse in aula non potranno starci più di 10 ragazzi. Se si vogliono mantenere le distanze di sicurezza. Per questo sarà necessario andare avanti su tre turni probabilmente. Con tutte le conseguenze che tale diradamento comporta in termini di esigenze di personale scolastico, docente e non docente, di sistemi di protezione individuale, di adattamento delle strutture scolastiche. Ma la ripresa deve essere l’occasione per incrementare le conoscenze e per dotarsi di apparecchiature informatiche che consentano in ogni caso di non perdere quell’accelerazione che si è stati obbligati ad avere per l’emergenza e farla diventare base minima da incrementare, sia in termini di apparecchiature hardware disponibili e di reti, ma anche di conoscenza diffusa.

E soprattutto fare in modo che le grandi differenze tra Nord e Sud si colmino, pensando a come evitare che la classe sociale sia penalizzante anche nella disponibilità di tali attrezzature.
Perché il digital divide non diventi un ulteriore handicap che metta in discussione i principi costituzionali del diritto allo studio ed alla formazione, ma anche l’esigenza del Paese di fare una selezione delle professionalità in base alle capacità e non in base alle possibilità economiche. Se perdiamo ragazzi per strada non dimentichiamo che tra essi potrebbero esserci tanti Einstein ed il nostro Paese non può permetterselo. L’Istat, recentemente, ha ben documentato e dato le evidenze numeriche di tale distacco, che come peraltro in tanti settori è scandaloso. Altro che autonomie differenziate richieste dal Lombardo Veneto, bulimico di risorse.

Perché la ripartenza potrà anche far tesoro dell’esperienza dell’emergenza per continuare in parte ad utilizzarla. Senza perdere quel contatto indispensabile diretto con il corpo docente, ma cercando di implementare l’utilizzo di strumenti informatici sia all’interno delle scuole ma anche a distanza. Nulla di semplice ovviamente.

Per questo anche un grande programma di ristrutturazione dei plessi scolastici dovrebbe partire immediatamente, se la decisione di riaprire a settembre non è più negoziabile anche se lo potrebbe essere, per lo meno nelle aree meno colpite dal virus. Per esempio in Sardegna con meno di 1300 contagiati su 1.700.000 abitanti.

Tale attività di ristrutturazione delle scuole non solo metterebbe in sicurezza i nostri ragazzi per il futuro, ma rimetterebbe in movimento un settore importantissimo per l’Italia che è l’edilizia. Le previsioni del FMI sono che la decrescita del nostro Paese sia nell’ordine del 10%, più bassa solo di quella della Grecia. Ma le previsioni sono fatte perché non si avverino.

Ma non affidandoci alla buona sorte ma con azioni conseguenti.

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