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L'Unical di Rende

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Non è forse giusto dare più risorse a chi ha avuto risultati migliori? Il rendimento dei finanziamenti che vengono dati dal pubblico alle università non deve entrare nella valutazione per dimensionare gli importi da assegnare successivamente? Sembrerebbe tutto corretto.

Se approfondiamo però l’argomento ci accorgiamo che vi sono due limiti fondamentali a questo approccio: il primo riguarda il fatto che se dovessimo mettere in concorrenza tutti gli atenei del mondo, in una sorta di classifica unica alla quale fare riferimento, per dare le risorse a chi ha i risultati migliori, probabilmente, visto che gli atenei italiani non sono ai primi posti, sarebbero tutti esclusi dai fondi per le ricerche.

Il secondo è che, valutando il livello delle ricerche prodotte, in realtà si danno i finanziamenti in base non alle esigenze del territorio, quanto piuttosto alla capacità del corpo docente di produrre buone performance. Per cui il territorio verrebbe penalizzato due volte. Una prima per avere dei docenti non all’altezza dei migliori nel Paese, e una seconda perché il corpo docente non avrebbe risorse sufficienti per portare avanti le ricerche.

MECCANISMO PERVERSO

La cosa strana è che gli atenei meridionali, e i rettori che li rappresentano, invece di sollevarsi unanimemente e rifiutare i criteri imposti dal Ministero, si adeguano e cercano di correre con gli altri del Nord, pur avendo una gamba legata.

Si parla di 1,355 miliardi di euro, caratterizzati per «l’eccellenza nella qualità della ricerca e nella progettualità scientifica, organizzativa e didattica», come spiega il ministero guidato da Maria Cristina Messa.

Il meccanismo si ripete ed è come quello dei concorsi a bando per le risorse del Pnrr.

Ma il risultato è di quelli aberranti per cui gli asili nido vanno alle realtà in cui già ci sono. Così adesso le università che saranno avvantaggiate sono quelle che sono localizzate nelle realtà economicamente più evolute, per cui possono, per esempio, avere anche risorse private, considerato che il territorio ha un tessuto economico sviluppato.

Un meccanismo che si ripete in tutti i finanziamenti, anche in quello, per esempio, dei teatri lirici che se possono utilizzare più risorse private hanno diritto anche a più risorse pubbliche.

Un meccanismo che metterà sempre più all’angolo le Università meridionali che, invece di essere aiutate a ottenere risultati di eccellenza da parte di un ministero centrale che dovrebbe dare di più a chi ha più difficoltà, vedono perpetuato un meccanismo per il quale le realtà più disagiate vengono più marginalizzate.

Tutto questo, peraltro, sulla base dei risultati ottenuti nel periodo 2015-2019 che diventa base per il 2023-2027.

GRUPPI DI SERIE A E SERIE B

E allora i risultati diventano di quelli che farebbero cambiare metodo a chiunque avesse un minimo di voglia di evitare che questo Paese sia così ingiusto. Per cui dei 350 dipartimenti italiani in Lombardia sono 62 gli ammessi alla gara per l’eccellenza, e sono 39 in Emilia, che avendo la stessa popolazione della Puglia la surclassa per 39 a 6. La Basilicata non compete, la Sicilia, che ha la stessa popolazione del Veneto, ne ha 3 contro i 45 veneti.
Insomma, una distribuzione che invece di evidenziare i bisogni e in funzione di essi dare le risorse, individua coloro che sono più avanti per farli affermare ulteriormente.

In realtà vi è un progetto ben preciso di distribuire gli atenei italiani in due grandi gruppi: uno che includerebbe tutti quelli meridionali, che diventano super licei, buoni per preparare i giovani che poi andranno a infoltire i lavoratori del Nord. Il secondo gruppo sarà invece quello di eccellenza in cui vi sono quasi solo i dipartimenti del Nord.

E i meridionali stanno guardare, come le stelle di Cronin, invece di far saltare il tavolo e pretendere criteri diversi. Eppure gli Atenei sono parte fondamentale del progetto di sviluppo del Sud.

Perché l’attrazione di investimenti dall’esterno dell’area ha come elemento base che vi siano dipartimenti di eccellenza che possano contribuire, con le aziende che si vogliono localizzare nel sud del Paese, a produrre dei progetti innovativi che consentano di fornire delle produzioni che siano all’avanguardia nei mercati.

L’esempio della St Microelectronics che si localizza a Catania e collabora in modo continuo con l’Università del capoluogo etneo è illuminante di quale dovrebbe essere l’approccio.

Ma sappiamo bene che in Italia è bene che quello che fa la mano sinistra non lo sappia la destra, per cui da un lato continuano le prediche sulla volontà di fare sviluppare il Mezzogiorno, sulla centralità che questo deve avere per il prossimo futuro, sull’esigenza che diventino gli Atenei meridionali attrattivi per tutti gli studenti del Nord Africa che sono a due passi e che possono trovare nel Mezzogiorno la possibilità di prepararsi adeguatamente, in uno scambio virtuoso verso i paesi dell’Africa mediterranea, e dall’altro invece si procede come sempre quando si tratta di passare dalle parole ai fatti privilegiando una parte.

Se le risorse fossero erogate in base alla popolazione come sarebbe corretto, dei 1.400 miliardi, visto che nel Sud abita il 33% degli italiani, ne dovrebbero arrivare più o meno 450. Non so quanti ne arriveranno, ma certamente molto meno di quanti ne toccherebbero.

ITALIA PROVINCIALE

La scusa è l’eccellenza, e allora se così deve essere togliamo le risorse a tutte le università italiane e finanziamo il Mit o Harvard, oppure Oxford che di eccellenza ne hanno da vendere, e poi vedremo come riusciranno a competere quelli che fanno i galletti in un’Italia provinciale. Forse capiranno che il criterio adottato non è proprio quello giusto.

La Gran Bretagna ha selezionato una serie di atenei nel mondo che considera di eccellenza e provenendo dai quali, dopo Brexit, non occorre comunque avere il visto. Non hanno selezionato nemmeno un’università italiana. Questi fanno i gradassi con le università del Sud, ma nel panorama mondiale non esistono.

Ovviamente non si deve dimenticare che i fondi per la ricerca significano anche la possibilità di assumere giovani e di farli lavorare, mentre noi continuiamo, invece che spostare il lavoro là dove i giovani ci sono, a fare spostare i giovani dove creiamo, anche con il contributo del pubblico, il lavoro, facendo emigrare le migliori risorse che contribuiranno allo sviluppo della parte che si pone come madrepatria rispetto a una colonia che viene sempre più emarginata.


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