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«L’è deslippa!»: questa è un po’ sfiga, direbbero in Brianza. Prima il Veneto che cresce (anzi, decresce) solo del +1,7% . E ora le mitiche aziende di Monza e dell’operoso hinterland lombardo che incespicano, anche loro, nella frenata dei mercati globali, con una produzione che nei primi nove mesi arretra dell’1,1%, rallentata soprattutto dall’export che scende addirittura di 8 punti nei primi sei mesi dell’anno.

Nella ricerca di Assolombarda e PwC appena sfornata ecco, dunque, la scomoda verità: rispetto ai numeri del 2018, che vedevano il territorio lanciato per tutti gli indicatori, con ricavi in progresso dell’8,8% e miglioramenti visibili anche nei margini e nei risultati netti, oggi tra le 800 migliori realtà del territorio – con 52 miliardi di ricavi – vige la crescita zero. Di nuovo. A frenare le aziende è anzitutto il minor tiraggio dell’export, che nei primi sei mesi si riduce di 400 milioni di euro, soprattutto nei settori farmaceutica, elettronica e macchinari.

I PERCHÈ DEL CALO

Perché tutto questo? Spiega il presidente di Assolombarda Carlo Bonomi: «Le frenate di Pil ed export si sono purtroppo estese a tutta la fascia del Nord manifatturiero. Se per la domanda estera scontiamo l’effetto della guerra sui dazi, i motivi che ci hanno portato a essere gli ultimi per crescita in Europa sono dovuti all’assenza di una politica industriale del Paese. Avevamo chiesto di concentrare tutte le risorse sul cuneo fiscale e ci hanno restituito una manovra con più deficit, più debito pubblico, più tasse. Per non parlare del fortissimo ridimensionamento di Industria 4.0 e della rinuncia alle politiche attive del lavoro. In queste condizioni anche un territorio ricco di eccellenza come quello lombardo, e in particolare di Monza e Brianza, fatica a esercitare la funzione di locomotiva del Paese».
Ribadisce il di lui collega Andrea Dell’Orto, presidente del presidio Monza e Brianza: «È un quadro fortemente influenzato da un rallentamento del commercio mondiale, ma che le imprese sapranno affrontare anche attraverso nuove strategie che vedono l’innovazione quale driver per tornare a crescere».
E, per carità, sta bene. I dazi di Trump e della Cina, e l’economia mondiale e il commercio internazionale che rallentando rendono la crescita asfittica sono senz’altro massi d’alabastro nell’ingranaggio della nostra grande manifattura. E mettiamoci anche – non a torto – che, come dice un sondaggio Unioncamere veneto che la colpa della “brusca frenata” sia della burocrazia, dell’incertezza fiscale (17 miliardi persi circa ogni anno) e di quella giudiziaria.

LA LOCOMOTIVA ARRANCA

Epperò, parliamoci chiaro. Se la grande locomotiva sbuffa e arranca con fatica, c’è dell’altro. Attiene sempre alla scarsa memoria di un passato glorioso. Un tempo, da queste parti svettavano marchi di peso che esaltavano i grandi distretti industriali: Pirelli, Montedison, Pesenti, Falck, la Breda, la Bianchi e l’Alfa Romeo. Ed è quasi inutile rievocare il genio lombardo di Giulio Natta che s’inventa la plastica magica della Moplen; o i transistor formidabili che la Magneti Marelli vendeva ai giapponesi; o le ricerche scientifiche del fratello di Dino Buzzati, Adriano Buzzati Traverso, il grande genetista ricercato dalla industria di mezz’Europa.
Oggi, i grandi capitani d’industria italiani, che rischiavano in proprio conquistando i mercati mondiali non abitano più lo Stivale. Ora, di italiano, resta una mappa frastagliata di imprese medie piccole e piccolissime che, sì, lavorano sodo e fatturano; ma non innovano, e sono destinate a fare dell’Italia un covo di contoterzisti, soprattutto stranieri. Il grosso stesso del tessuto industriale della Brianza, ossia del territorio-simbolo della produttività lombarda, è oggi fatto di una rete sottile di piccole aziende. Una rete sottilissima. E questo non va bene: la resilienza – che pure c’è – qui non basta per svoltare.
«Oggi sul mercato è indispensabile saper innovare processi e prodotti e avviare programmi di formazione e upskilling delle persone – dice Francesco Ferrara, Partner Assurance di PwC Italia – L’acquisizione di nuove competenze, in particolare nell’ambito digital, sta diventando imprescindibile come fattore abilitante all’innovazione e alla crescita di know-how, ricavi e margini». E ha ragione. Ci salviamo, certo, per un avanzo primario formidabile; la nostra bilancia commerciale ancora regge. Ma fino a quando durerà?

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