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Vincenzo De Luca

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«Per dieci anni la Campania è stata penalizzata al di là di ogni decenza istituzionale e di ogni ragionevolezza. Sarebbe uno scandalo non tollerabile, perseverare con criteri da rapina verso il Sud e la Campania perfino per l’assegnazione di risorse aggiuntive e straordinarie. Siamo pronti ad accettare la sfida dell’efficienza nei confronti di chiunque ma ci tuteleremo in ogni caso in tutte le sedi», compreso rivolgendosi «al Capo dello Stato oltre che alla Corte Costituzionale, nel caso in cui dovesse essere formalizzata tale ipotesi».

VIncenzo De Luca, governatore della Campania, rilancia con decisione, in alcune dichiarazioni quella che è una battaglia che il Quotidiano del Sud l’Altravoce dell’Italia ha intrapreso fin dal suo primo numero: porre fine allo scippo ai danni del Mezzogiorno in base al quale miliardi di euro, con il trucco della spesa storica, vengono fatti confluire verso le regioni del Nord a discapito delle regioni del Sud. Una operazione che inevitabilmente fa il paio con la grande balla, denunciata dal direttore Roberto Napoletano, secondo la quale il Sud vivrebbe sulle spalle del Nord. Una falsità dimostrata dai numeri della finanza pubblica e certificata dagli enti istituzionali della Repubblica e non certo da consulenti di parte.

L’occasione per tornare sull’argomento a De Luca l’ha data la simulazione, pubblicata dal Corriere della Sera, in base alla quale è stata disegnata una mappa delle assegnazioni dei possibili fondi del Mes tra le regioni Italiane qualora il Governo vi facesse ricorso. Lo schema assegna le risorse in base agli attuali criteri di spesa, quindi la spesa storica, e porta come risultato l’ennesimo squilibrio a vantaggio del Nord e discapito del Sud ossia l’ennesima incarnazione dello Scippo al Sud.

Le somme del Mes, sempre se il governo vi farà ricorso, hanno un unico vincolo ossia devono essere destinate alla sanità con specifico riferimento ad investimenti e spese dirette e indirette collegate alla pandemia da coronavirus Covid-19 e da spendere nel 2020 e nel 2021 per un ammontare complessivo di circa 36 miliardi di euro. 

Fondo immensi fondamentali per rimettere in piedi un settore, quello sanitario, fatto letteralmente a pezzi nel corso degli ultimi quindici anni al Sud molto più che al Nord. Con la scusa dei piani di rientro e delle spese poco chiare, infatti, in tutto il Mezzogiorno, e non solo in Campania, sono stati progressivamente tagliati ospedali, punti nascite, poliambulatori, assunzioni di medici e di infermieri, riducendo la sanità del Sud ad una piccola porzione della sua struttura originaria. Tagli effettuati badando esclusivamente ai bilanci spessa senza considerare l’importanza della presenza di un ospedale in un’area montana o la necessarietà di prevedere la presenza del giusto numero di addetti (infermieri, medici e personale amministrativo) nei vari reparti progressivamente ridimensionati o addirittura chiusi.

Ma De Luca si infuria perché quel criterio da oltre un anno denunciato dal Quotidiano Del Sud (LEGGI TUTTI I NUMERI DELLO SCIPPO AL SUD CHE AFFOSSANO IL FUTURO DEL PAESE) si basa ricalcandolo pedissequamente sull’attuale criterio di riparto tra le Regioni del fondo sanitario nazionale basato sul principio che bisogna ignorare il numero totale degli abitanti presenti in regione in luogo delle incidenze di giovani e anziani sul totale della popolazione causando in questo modo una forte riduzione delle somme trasferite al Sud a tutto vantaggio, ancora una volta, del Nord.

Appare palese, a questo punto, che per far ripartire l’Italia serve veramente cambiare i presupposti di partenza, rompere il diabolico meccanismo per cui chi è più ricco ottiene più fondi e chi è più povero ne ottiene sempre meno e ricordarsi che un cittadino italiano è tale in qualunque luogo della Repubblica risieda e, pertanto, alcuni servizi, e la sanità è indubbiamente il principale tra questi, non devono assolutamente soffrire decurtazioni in base a latitudine e longitudine. La crisi del coronavirus può veramente essere l’occasione per fare quell’Italia unita che in 160 anni non è stata fatta.

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