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Un tratto autostradale

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La vicenda Autostrade continua a fissarsi sui modi con cui lo Stato rientra nella proprietà della società privatizzata venti anni fa, ma non c’è all’orizzonte nessuna riflessione sul dopo, su quale ruolo definire per lo Stato per il futuro dell’economia italiana. In maniera più o meno surrettizia stiamo infatti tornando ad una economia in cui lo Stato gioca un ruolo fondamentale. L’Alitalia non vola ed allora si nazionalizza, le Autostrade non girano ed allora lo Stato diviene il regolatore, l’imprenditore e il giudice di ultima istanza. Dovendo rispondere ad un bisogno immediato si trovano soluzioni d’emergenza.

La presenza dello Stato nell’economia italiana è connaturata con tutta la storia di questo nostro Paese. È addirittura il Conte di Cavour che nel 1854 per modernizzare il decrepito Regno di Sardegna mette insieme un po’  di imprenditori locali, trova un giovine ingegnere di nome Giovanni Ansaldo, garantisce gli acquisiti pubblici e promuove la nascita della Gio.Ansaldo e C.per  costruire quelle locomotive, quelle corazzate, quegli armamenti che un piccolo paese dalle grandi ambizioni richiede, ma  che le esistenti forze di mercato non sono in grado di realizzare senza un forte intervento dello Stato. In questa funzione modernizzatrice lo Stato diviene certamente portatore di capitali, ma sopratutto deve offrire di una visione lunga che vada al di là della gestione corrente.

Negli anni ottanta dell’Ottocento la fragile Italia ha bisogno di un salto di modernizzazione, necessario non solo per spingere l’economia, ma anche per permettere al giovane Regno di giocare un ruolo politico in una Europa in ricostruzione. Occorrevano capitali e competenze e quindi lo Stato favori’ l’entrata delle banche mobiliari prima francesi e poi tedesche, ed ogni volta che queste fallivano lo Stato diveniva salvatore di ultima istanza di istituti bancari e di imprese  da questi possedute. Dopo la crisi del ’29, l’Iri diventa lo strumento con cui lo Stato possiede imprese formalmente di mercato, per poi rivenderle. Poiché diventa impossibile privatizzare queste imprese che erano il cuore dell’industria pesante italiana – ed al cui centro stava sempre la stessa Ansaldo – allora bisogna inventare nuovi obiettivi pubblici, prima l’autarchia prima della guerra, poi le infrastrutture per un paese che nel dopoguerra doveva modernizzarsi e competere in Europa. Nasce così Autostrade, privatizzata nel 2000 insieme con il resto dell’Iri. Ed oggi tutto il vertice dell’industria italiana è dato dagli esiti di quelle privatizzazioni, da Leonardo – che ha oggi la stessa Ansaldo – a Eni, da Telecom a Enel, ma anche Ilva, Alitalia e Autostrade, che raccontano storie in cui non sempre i “capitani coraggiosi” hanno dimostrato di essere anche gestori occulati di un grande patrimonio industriale. Quale ruolo allora per lo Stato in questa Italia del nuovo secolo? Quale obiettivi di modernizzazione e quale organizzazione delle competenze, delle strategie, delle alleanze definire per perseguire obiettivi straordinariamente rilevanti per l’Italia che si deve rilanciare non solo dopo il coronavirus ma dopo venti anni di crescita stentata?

Al di là   della revoca della concessione ai Benetton, o alle peripezie per evitare il default della loro impresa, con conseguente perdita di credibilità   dell’intero Paese su tutti mercati finanziari del mondo, la domanda cruciale è quale sia la strategie italiana in materia di grandi infrastrutture. Appare del resto evidente che proprio sulle grandi infrastrutture, sulla loro costruzione e sulla loro gestione si giocherà il rilancio europeo e presentarsi a questo appuntamento con la maggiore impresa italiana – operante nel settore autostrade, aeroporti, stazioni ferroviarie, in Italia, in Francia, in Spagna e in altri 20 paesi – in default, forse costituisce una minaccia per la stessa crescita italiana.

Urge allora compiere scelte ancora una volta di lungo periodo, anche proponendo soluzioni che vedano la partecipazione dell’ormai onnipresente Cassa Depositi e Prestiti, ma che siano inserite in strategie-paese che vadano oltre le occasioni che hanno determinato l’intervento pubblico. Quale ruolo vuole giocare il nostro Paese nel mercato mondiale delle costruzione e della gestione delle grandi infrastrutture di mobilità? Questa è la domanda, per rispondere alla quale bisogna trovare soluzioni coerenti e competenti, da proiettare nel lungo periodo per poter avere un qualche ruolo nel futuro di questa Europa.

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