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Infine ci siamo arrivati. È giunto il momento di dimostrare innanzitutto a noi stessi che tutto quel gran parlare di risorse europee si può tradurre in un Piano nazionale di ricostruzione, in un piano che ci permetta non solo di scavallare l’emergenza pandemica ma che faccia uscire tutto il Paese dalla palude di venti anni di bassa crescita.

Per evitare che quest’eccezionale disponibilità di risorse pubbliche offerte dall’Europa diventino un boomerang, occorre che i progetti posti sul tavolo non siano solo dichiarazioni di volontà o l’elenco di opere più volte rinviate. Debbono essere parti organiche di un disegno, di cui dimostrare visione, capacità di progettazione operativa e convincente impegno di realizzazione nei tempi previsti. Dopo una lunga stagione in cui si è venduta per concretezza l’incapacità di visione e si sono irrise le competenze in nome della presunta saggezza dell’uomo qualunque, l’emergenza ci spinge ora a riscoprire la programmazione.

Ci spinge cioè a dimostrare di possedere la capacità di proiettare nel tempo le nostre scelte, fondandosi su conoscenze certe e acclarate competenze tecniche per la realizzazione di progetti, che, nel loro insieme o meglio nel loro comporsi in un quadro coerente, possano mutare il contesto complessivo della nostra economia. Ci viene chiesta una programmazione che si dia come mandato il rilancio dell’intero Paese, da Nord a Sud, o meglio da Sud a Nord, come hanno sapientemente deciso in Spagna.

La programmazione conobbe una stagione gloriosa tra la fine degli anni cinquanta e i primi anni sessanta, nel pieno del miracolo economico italiano, quando tutto il Paese si rimise in movimento dopo una prima fase di ricostruzione. Furono gli anni in cui si progettò e realizzò l’Autostrada del Sole con la traversale appenninica che negli ottanta chilometri tra Bologna e Firenze allineava quaranta ponti ed il resto era in galleria.

Posta la prima pietra il 19 maggio 1956 l’Autostrada del Sole arrivava a Firenze Nord il 3 dicembre 1960 e il 19 settembre 1963 giungeva al casello di Roma, con uno sforzo programmatico prolungato che superava l’orizzonte del singolo governo. Era questa una programmazione, che coinvolgeva tutte le maggiori imprese private e a partecipazione statale, ma che stava sotto l’occhio attento di un comitato per la programmazione in cui stavano i migliori economisti del Paese, guidati dallo sguardo lunghissimo di Pasquale Saraceno.

Oggi, quello sforzo programmatico deve ripartire dal Sud, per assumere una visione di Paese, su cui poter effettivamente esercitare una programmazione di sistema, che non sia una macedonia di progettini e progettoni aziendali. Occorre un disegno di lungo periodo, in cui tutte le tecnologie disponibili vengano utilizzate e messe a disposizione di tutte le imprese che partecipano a questo movimento di trasformazione del Paese.

L’opportunità che viene data all’Italia ed a tutta Europa è di superare la lunga fase di una modalità di intendere l’Unione, che non era legato all’austerità, ma agli egoismi nazionali e che ha bloccato non solo l’Italia ma l’intero continente, escludendolo dalla straordinaria trasformazione digitale che stava coinvolgendo il mondo intero e che ha visto affermarsi imprese americane e cinesi, ma non imprese europee nel nuovo contesto dell’economia globale. Un approccio del resto che ha creato nuove periferie e nuove marginalità, restringendo sempre più le aree trainanti, fino a disseccarle.

Dimostrare proprio in Italia che si può ritrovare quella linea di una programmazione capace di progettare e realizzare opere che possano spingere l’intera Europa verso una sua rinascita è ciò che ci viene chiesto per andare oltre la sindrome dell’emergenza, che sembra invece oggi l’unico collante del Paese.

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