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Un rendering del ponte sullo Stretto

Tempo di lettura 5 Minuti

Ci sono due modi di affrontare il tema del Recovery Plan per impiegare le risorse che a fondo perduto arriveranno nel nostro Paese. Il più logico prevederebbe di investirle in funzione della popolazione, se si partisse dallo stesso livello. Ma è quello che da anni non si fa, rispetto alle risorse ordinarie, privilegiando la spesa storica. 

Un altro potrebbe essere quello di rapportare gli investimenti alla struttura economica delle varie parti d’Italia, per darli in funzione delle imprese esistenti. E anche tale approccio può trovare tanti consensi perché il Paese riparte da dove si è fermato.

Un altro sistema dovrebbe prevedere di aiutare di più chi ha più bisogno. Ma qualcuno potrebbe dire che bisogna insegnare a pescare e non dare un pesce ogni giorno, come molti sostengono è stato fatto con il reddito di cittadinanza. 

LE PRIORITÀ

Ma certamente se vogliamo guardare al Paese reale non lo possiamo fare attraverso il metodo tradizionale che guarda ai suoi dati medi. Con un reddito pro capite di 31 milioni di euro l’anno, con un tasso di disoccupazione del 9-10%. Con una buona infrastrutturazione media, con la seconda manifattura d’Europa, con un export che contribuisce all’aumento del Pil in modo consistente, terzo Paese per presenze turistiche nel mondo.

Se l’Europa avesse guardato a questo Paese con questi occhiali dei dati medi non ci avrebbe dato le risorse che ci ha dato. Non si capisce perché avremmo dovuto avere più risorse di tutti. Forse perché siamo stati i primi e i più colpiti dal virus, nella prima fase? Ma tutti i Paesi europei stanno soffrendo. 

Quindi un primo punto da non dimenticare è che stanno arrivando più risorse perché le diseguaglianze  all’interno della nostra  realtà sono le più evidenti e macroscopiche. Per questo non ha senso che ci sia una lista della spesa proveniente da tutte le aree del Paese. Le esigenze sono molte e tutte legittime. Ma bisogna fare una lista delle priorità, cosa che è estremamente complessa.

Per questo è necessario un progetto che abbia in alcuni parametri fondamentali i punti di riferimento. Possibilmente quantitativo che guardi alla ricchezza da produrre e ai posti di lavoro da creare. Ovviamente tale progetto non può fare a meno di prevedere la dislocazione geografica degli interventi. Quindi il compito che aspetta il ministro dell’Economia è di quelli epocali: è grande il rischio che una coperta alla fine sempre troppo stretta, malgrado la quantità di risorse, venga tirata da una parte all’altra e che privilegi i più forti.

L’ARBITRO

L’arbitro non potrà essere che la presidenza del Consiglio, ma anche essa dovrà tenere conto delle forze in campo e delle esigenze di ciascuno di loro. Operazione complicata, e già sul collegamento infrastrutturale del Sud non vi è accordo. I Cinque stelle, per esempio, convinti ormai che l’alta velocità ferroviaria debba arrivare fino ad Augusta/Pozzallo, si sono persi, non si sa bene se per calcolo elettorale o per insipienza, dietro il falso, quasi ridicolo, dilemma tunnel o ponte.

Dimenticando che il ponte è l’unica grande opera immediatamente cantierabile e che rispecchia i vincoli dell’Unione che vuole una svolta green che il ponte rispetterebbe, considerate le emissioni delle navi che attraversano lo Stretto.  

Ma poi tutto il resto dell’alta velocità ferroviaria che dovrebbe dare un senso all’attraversamento stabile, è ancora nella fase progettuale o nemmeno in tale fase. Quindi  siamo  di fronte a una situazione che non ha nemmeno la disponibilità dei progetti cantierabili.

L’alta velocità ferroviaria prevede poi che i porti di Augusta-Pozzallo siano utilizzabili. E invece quello di Augusta è inquinato, con residui importanti di mercurio, e non mi pare che ci sia un progetto disponibile per il suo  risanamento.

IL RISCHIO

Ma  anche  l’Unione europea  quando  dà le scadenze e le risorse in realtà sta privilegiando le realtà più evolute. Sono esse che hanno capacità progettuale. Il ritardo di sviluppo si caratterizza da incapacità di progettazione e di spesa quando le risorse arrivano. In realtà il Mezzogiorno non è arretrato solo per la mancanza di risorse che sono state destinate, ma anche per una condizione complessiva che rende tutto più complicato, le decisioni più lente, la capacità di spesa minore, i vincoli territoriali più determinanti, perché le classi dominanti estrattive, avendo come obiettivo il bene dei loro clientes, sono pronti a mettersi di traverso rispetto a progetti che non li favoriscano. È illuminante quello che è accaduto con Gioia Tauro.

Se alle difficoltà obiettive relative a una realtà complicata si aggiungono quelle di una classe dirigente del Paese che non ha una volontà ferrea di mettere a regime i territori periferici, perché questo conviene a tutti, il rischio che ogni idea di sviluppo finisca come negli ultimi anni è grande. Questa idea che il futuro dell’Italia passi dal Mezzogiorno, è vera solo nelle parole di alcuni. Tante volte nemmeno nelle parole. Se si dà una occhiata a tutti i media, in particolare cartacei, ci si accorge che non è un pensiero condiviso. Come non lo è nei partiti, che hanno tutti una parte che rema contro il Mezzogiorno.

IL GRANDE SONNO

Quindi una operazione di tale portata, che dovrebbe far destinare la maggior parte delle risorse alle realtà meno sviluppate, è difficilissimo (con questi chiari di luna) che possa essere realizzata. Si continuerà probabilmente con gli stessi criteri che si sono adottati fino a oggi cercando di far passare il solito messaggio del Sud assistito e sprecone. E magari si riusciranno a convincere anche i meridionali, come è avvenuto negli ultimi anni.

D’altra parte la maggior parte si fa la propria opinione attraverso i quotidiani del Nord, le televisioni del Nord e la stessa Rai rispecchia l’opinione prevalente. L’India per liberarsi dagli inglesi ebbe bisogno di Gandhi, il Sud Africa di Nelson Mandela. Nel Mezzogiorno di figure che si intestino una battaglia per uguali diritti di cittadinanza rispetto ai cittadini del Nord non se ne vedono.

E quindi la cosa più facile è che anche il Recovery plan segua le logiche passate. Difficile che si cambi verso.

«Il sonno, caro Chevalley, il sonno è ciò che i siciliani vogliono, ed essi odieranno sempre chi li vorrà svegliare» dice Tomasi di Lampedusa nel  Gattopardo: e forse non è difficile pensare che tale idea riguardi tutti i meridionali. 

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