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Giuseppe Conte e Ursula von der Leyen

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Pian piano cominciamo a capire come il ministro dell’Economia e delle Finanze, Gualtieri, pensi di utilizzare le risorse del Recovery Fund; ci viene incontro un ottimo articolo di Federico Fubini apparso il 30 settembre sul Corriere della Sera.

LA DISTINZIONE

La parte di prestiti di Next Generation Eu (Recovery Fund) riservata all’Italia, per circa 127 miliardi, precisa Fubini, non dev’essere assorbita dal governo se non in piccole parti; oppure, se quei soldi sono presi, questa parte di prestiti europei non viene utilizzata per finanziare investimenti in più rispetto a quelli già previsti dal 2019. Al contrario, questa porzione di finanziamento deve servire principalmente per sostituire con debito verso l’Unione europea il debito verso il mercato che lo Stato italiano avrebbe comunque contratto per finanziare vecchi progetti che esistevano già. In sostanza, la spinta addizionale alla ripresa garantita dal Recovery Fund, in base ai piani attuali, vale circa la metà dei 209 miliardi di euro assegnati al Paese nel negoziato di Bruxelles. Il resto è sostituzione di debito con altro debito a condizioni meno onerose per pagare gli stessi piani di prima. In realtà in un mio articolo di dieci giorni fa avevo distinto l’utilizzo dei prestiti e dei trasferimenti a fondo perduto: infatti i circa 38 miliardi di euro di risorse da destinare a investimenti in infrastrutture nel Mezzogiorno dovevano essere reperiti dalla quota a fondo perduto, mentre i circa 41 miliardi di euro del Centro-Nord potevano essere assicurati dalla quota a prestito, pari a circa 127 miliardi di euro. Questa distinzione in realtà teneva conto che la maggior parte delle opere del Centro-Nord è già avviata a realizzazione o lo sarà nei prossimi mesi e quindi, come precisa Fubini, sarà possibile sostituire debito con altro debito.

LE INESATTEZZE

Ho voluto riportare queste semplici informazioni proprio nell’esigenza ormai diffusa di un vero bagno di verità che giorno dopo giorno inseguiamo: giorno dopo giorno restiamo esterrefatti nello scoprire la serie di informazioni inesatte o completamente diverse dai vari comunicati ufficiali degli organi di governo. In realtà l’unico beneficio è rappresentato da un abbattimento del tasso di interesse sul prestito di circa 100 miliardi di euro da assegnare a interventi, ripeto, che erano già stati programmati. Questa scelta emerge chiaramente nel Nadef e comparirà in modo ancor più chiaro nel disegno di legge di Stabilità 2021. In realtà, come riportato in più comunicati stampa «lo sforzo di Gualtieri dovrà essere quello di spiegare alla maggioranza che i vincoli di bilancio si sono allentati, ma non sono saltati del tutto». Allora questa ampia ammissione delle informazioni inesatte (non dico false, perché riconosco in fondo la buona fede) consente automaticamente due distinte considerazioni.

GLI ERRORI

1) Tutte le certezze sulle coperture e sulle disponibilità di cassa anticipate dalla ministra De Micheli, quelle che garantivano 130 miliardi di euro del Programma Italia Veloce, più volte da me dichiarate inesistenti, oggi diventano inequivocabilmente inesistenti.

2) Il ministro dell’Economia, Gualtieri, denuncia chiaramente che l’esplosione del debito fa davvero paura e ciò non solo perché prima o poi tornerà di nuovo il Patto di Stabilità, ma anche perché non sarà facile andare sui mercati con un debito che cresce sempre più e con un crollo del Pil così elevato e, ancora peggio, con una soglia del Pil che nel 2021 risale a un valore davvero sovrastimato del + 6%.

Allora mi chiedo se non sarebbe stato meglio se la notte del 21 luglio il presidente Conte ci avesse raccontato innanzitutto che il Recovery Fund era solo «una proposta condivisa solo dai presidenti dell’Unione europea» (ripeto per evitare gratuite interpretazioni: «Una proposta condivisa solo dai presidenti dell’Unione europea»); che alcuni presidenti avevano sollevato sostanziali osservazioni e che sarebbe stato necessario effettuare una serie di approfondimenti, inoltre che il Parlamento della Ue aveva dichiarato inaccettabile e da rivedere la proposta e che solo dopo l’approvazione della stessa da parte del Parlamento sarebbe stato possibile andare sui mercati per rendere concreto il Fondo e rendere così possibile il trasferimento delle quote ai singoli Stati.

Anche perché Conte sapeva benissimo che in pochi giorni (entro il 27 settembre, con la presentazione della Nota di aggiornamento al Documento di economia e finanza), sarebbero crollate tutte le informazioni non coerenti a quanto realmente definito a Bruxelles, sarebbe venuta meno la carica di ottimismo che, come ho riportato in diversi miei blog, è venuta del tutto meno sia il 1° settembre con le dichiarazioni del commissario Ue all’Economia, Gentiloni, sia il 28 settembre con l’intervista del ministro per gli Affari europei, Amendola.

LA PSICOSI

Ora però prende corpo naturalmente una psicosi diffusa: se ci sono state tutte queste informazioni e queste immediate rivisitazioni forse rischiamo di apprendere fra poco delle notizie ancora più preoccupanti? In realtà questa preoccupazione sta diventando sempre più reale e proprio in questi giorni è emerso un ulteriore dato: i sussidi della Recovery and Resilience Facility e degli altri programmi rilanciati da Next Generation Eu viaggeranno fuori dai saldi di bilancio, secondo un meccanismo analogo a quello che governa le politiche di coesione del quadro finanziario pluriennale. Si impone quindi un provvedimento collegato alla legge di bilancio che possa blindare anche i tempi di approvazione in Parlamento, un provvedimento che identifichi formalmente il gestore unico del Recovery Plan. Questa non è una invenzione del presidente Conte anticipata all’assemblea della Confindustria, ma nasce dalla precisa richiesta della Commissione europea che proprio nelle linee guida inviate agli Stati membri dettaglia il ruolo e i compiti che in ogni Stato membro dovrà avere un “interlocutore unico”. La Commissione in particolare precisa: «Per garantire l’attuazione efficace del Recovery Plan le responsabilità devono essere stabilite in modo chiaro perciò dovrebbe essere nominato un ministero o un Authority – guida che abbia la responsabilità generale del Recovery Plan e sia interlocutore unico della Commissione».

IL PARLAMENTO TACE

Dopo questi chiarimenti, dopo questi tentativi di reale trasparenza di un processo fondamentale per la crescita del Paese, mi chiedo come mai il Parlamento, sia la maggioranza che appoggia l’attuale compagine sia l’opposizione, non abbia chiesto non solo delucidazioni al presidente del Consiglio, ma ampie motivazioni su un comportamento che penso abbia prodotto una misurabile perdita di credibilità non solo del Presidente stesso ma anche di altri ministri direttamente attori e responsabili di un simile discutibile e sconcertante racconto.

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