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Uno sportello bancario

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Un virus classista. Guardando i dati forniti ieri dalla Banca d’Italia emerge l’aumento delle diseguaglianze provocate dall’emergenza sanitaria. Un dato su tutti deve far riflettere: da una parte c’è il calo medio dei consumi (meno 9.8%) e dei redditi. Dall’altra parte, però, l’aumento dei depositi bancari che ormai si avvicinano a duemila miliardi di euro. Un valore superiore al Pil italiano (1.700 miliardi).

Gli italiani spendono meno e mettono da parte più che possono: la raccolta dei fondi d’investimento ha raggiunto livelli record e i le Borse viaggiano vicino ai massimi. Ovviamente può risparmiare chi ha dei guadagni sicuri nel tempo. Ma gli altri? Possono solo soffrire. La testimonianza che il Covid 19 è un virus classista: chi era ricco prima dell’emergenza sanitaria oggi è più ricco. I poveri sono sempre più poveri e non sono stati certo sussidi e contributi a cambiare la situazione. Forse avranno curato qualche sbucciatura sulla pelle. Non certo le grandi ferite.

La stragrande maggioranza dei colletti bianchi può effettuare il proprio lavoro a casa e comunque in ambiente protetto. Ma soprattutto è in grado di conservare il suo reddito. Basterà pensare ai dipendenti pubblici o a quelli delle grandi aziende. Per non parlare di banche, assicurazioni e servizi finanziari. Il loro reddito non corre nessun rischio così come quello dei pensionati. Grandi e piccoli. Non è così per un gran numero di operai, soprattutto quelli con rapporti precari che lavorano in microimprese senza tutele sindacali.

L’epidemiologo Giuseppe Costa e il sociologo Antonio Schizzerotto osservano sulla voce.info che quando tutto sarà finito, si vedrà che l’infezione, lungi dall’operare in modi egualitari, avrà inciso, in termini di contagi e di decessi, in misura proporzionalmente maggiore negli strati sociali inferiori.

Banca d’Italia fornisce le cifre di questa diseguaglianza. La stretta ai consumi che ha pesato su imprese, commercianti e partite Iva ha condotto a un risparmio netto pari a 51,6 miliardi. Il tasso di accumulazione è più che triplicato rispetto alla fine del 2019, passando dal 2,8 al 9,2%, contrariamente a quanto era accaduto durante le due precedenti crisi.

La ‘lievitazione’ del risparmio, per lo studio Bankitalia, si spiega con l’impossibilità di effettuare spese a causa delle misure restrittive anti coronavirus in vigore. Ma anche con “un atteggiamento di spesa più cauto da parte delle famiglie a fronte dei rischi di caduta dei redditi e di quelli di contagio connessi con alcune attività di consumo.

Gli acquisti di titoli pubblici si sono concentrati nel secondo trimestre, quando le famiglie hanno assorbito titoli per 9,9 miliardi, pari a circa il 9% delle emissioni nette, più che compensando le vendite per 4,8 miliardi registrate nel primo trimestre. Sempre sulla base delle statistiche bancarie, oltre la metà degli acquisti del semestre è riconducibile a conti di deposito titoli con valori mobiliari a custodia compresi tra i 50 e i 250 mila euro.

Fatti i conti in tasca agli italiani, Banca d’Italia stima la ricchezza complessiva in 4.445 miliardi di euro, quasi tre volte il prodotto interno lordo dell’intero Paese. Soldi però in gran parte immobilizzati, considerati un paracadute per il futuro, semmai arrivassero tempi ancor più bui. Servirebbero per finanziare la ripresa ma in realtà sono congelati.

Il fenomeno va osservato da più punti di vista. Da un lato c’è l’effetto diretto delle misure di sostegno alla liquidità introdotte per famiglie e imprese. Le moratorie hanno congelato 2,7 milioni di crediti e, di conseguenza, piani di ammortamento per 301 miliardi. Si affiancano i prestiti garantiti erogati, finora per 80 miliardi, e le sospensioni dei pagamenti (tasse, cartelle e contributi).

Dall’altro lato c’è l’incertezza che avvolge i prossimi mesi, con gli spettri di una riduzione dei redditi, della disoccupazione e di una prolungata reticenza alla spesa che potrebbe minare la ripresa: il tutto si traduce in un atteggiamento prudenziale, che porta ad accantonare liquidità. Un fenomeno non solo italiano: un’indagine della Bce, pubblicata a metà anno e relativa al mese di marzo 2020, aveva individuato un aumento esponenziale dei depositi in quattro dei cinque Paesi europei analizzati (Francia, Italia, Regno Unito, Spagna, con l’unica eccezione della Germania). Un trend che, secondo Francoforte, può essere controproducente in termini di mancati consumi o investimenti, se prolungato nel tempo.

D’altro canto, il forte flusso di liquidità degli ultimi mesi, stimolato soprattutto dalle garanzie pubbliche, per le aziende è «appena sufficiente» (42%), se non addirittura insufficiente (12%). Lo hanno affermato le imprese del Lazio interpellate da Bankitalia : «L’incertezza di poter fronteggiare le spese incomprimibili – recita l’indagine – spinge a rimandare investimenti programmati e ad avere una liquidità precauzionale».


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