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Palazzo Chigi

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Chi sale su questa avventura governativa penso sia utile debba conoscere bene cinque distinte emergenze:

1. Il peso della pandemia e il piano vaccinale rappresentano una condizione talmente vincolante e talmente interdipendente con ogni scelta da coinvolgere, direttamente ed indirettamente, tutti i Dicasteri.

2. La sottovalutazione del passato Governo nel redigere il Recovery Plan, nel rispetto delle Linee Guida prodotte con 4 distinte note formali dalla Unione Europea, diventa oggi un altro pilastro obbligato da affrontare e definire in tempi davvero inimmaginabili (30 – 40 giorni), cioè un arco temporale talmente limitato da imporre forse una richiesta di proroga di almeno due mesi.

3. La lettura attenta del quadro finanziario, cioè delle coperture disponibili, ricordando che l’ultima Legge di Stabilità, per non creare ulteriori aumenti del debito pubblico ha preferito (vedi commi da 1036 a 1050) ricorrere alle risorse che arriveranno da Recovery Fund e quindi creando seri problemi di disponibilità di “cassa” almeno per il 2021 (si ritiene, infatti, che le disponibilità del Recovery Fund non arriveranno prima dell’autunno del 2021).

4. La emergenza Mezzogiorno. In questa Legislatura, in realtà, i Governi che si sono succeduti non hanno prodotto nessuna azione strategica mirata alla crescita di questa vasta area del Paese. In quasi tre anni l’azione del Movimento 5 Stelle ha ritardato la realizzazione della Trans Adriatic Pipeline (TAP); ma il Governo ha gestito male anche la crisi del centro siderurgico di Taranto, ha gestito male le crisi di molte attività produttive (oltre 150) senza risolvere in particolare il caso Termini Imerese, escluso i lavori dell’asse ferroviario AV/AC Napoli-Bari, tra l’altro avviati sin dal 2013, il Governo non ha realizzato praticamente nulla delle infrastrutture definite sin dal 2011 come l’asse stradale 106 Jonica, la Caianello-Benevento (Telesina), l’asse viario Maglie-Santa Maria di Leuca, l’asse ferroviario AV/AC Palermo-Messina-Catania, ecc. E, cosa ancor più grave le imprese del Sud non possono ancora alleggerire i versamenti contributivi nei confronti dell’INPS (cioè lo sconto del 30% sulla quota a carico del datore di lavoro) perché ancora non si dispone del benestare della Unione Europea, Solo il “reddito di cittadinanza” ha avuto un successo nel Sud: il 62% di circa un milioni di famiglie lo ha ottenuto; ancora una volta ha vinto l’assistenzialismo “dannoso”, ha vinto la illusione temporanea di uscita dalla crisi.

5. La fine, forse irreversibile, di uno dei comparti chiave del sistema socio economico del Paese: quello delle costruzioni; negli ultimi anni sono fallite 120.000 imprese.

Sicuramente ci sono tante altre emergenze ma, senza dubbio, queste prima riportate sono tra le più incisive e più gravi, sono le criticità lasciate in eredità da due Governi, Conte I° e Conte II°, criticità che erano ulteriormente drogate dai sistematici annunci e dalle continue anticipazioni su risultati da raggiungere e che solo oggi stiamo capendo, stiamo misurando l’inesistente raggiungimento.

Primo consiglio, che sembra scontato formulare, è quello di definire un programma a 100 giorni, in cui sarà bene che l’intera compagine di Governo lavori in modo collegiale; sì, è necessario evitare che i singoli Dicasteri lavorino autonomamente perché le interazioni e le interdipendenze tra i vari Dicasteri in questa delicata fase diventano la condizione essenziale per riuscire a ricomporre le tessere socio-economiche del mosaico Paese. È, infatti, impensabile che la Ministra del Mezzogiorno Mara Carfagna possa produrre delle linee strategiche essenziali per la crescita del Sud senza lavorare, durante i primi 100 giorni, con la Ministra degli Affari Regionali Gelmini, con il Ministro delle Infrastrutture e dei Trasporti Giovannini, con il Ministro dell’Economia e delle Finanze Franco, ecc. In realtà sono sempre più convinto che la caratteristica più forte di questo Governo sia proprio questa elevata carica di collegialità nel formulare le proposte, nel varare le scelte.

Secondo consiglio è quello relativo alla definizione delle riforme; non entro in quelle relative alla “Giustizia”, alla “Pubblica Amministrazione”, all’ “Ambiente”, ecc. ma anche in questo caso diventa necessario che si pervenga alla definizione delle riforme misurando, caso per caso, le ricadute che ogni riforma provocano in comparti diversi. Sono sicuro ad esempio che la riforma della Giustizia civile dovrà necessariamente essere affrontata leggendo, in modo capillare, le ricadute che si generano nel comparto delle costruzioni. Analogamente la riforma del trasporto pubblico locale dovrà essere definita non solo dal Dicastero delle Infrastrutture e dei Trasporti ma anche dal Ministero dell’Ambiente, dal Ministero degli Affari Regionali e dal Ministero del Sud. Questa esigenza di complementarietà nasce proprio dalla esigenza di trasferire su mezzi pubblici la massima domanda di trasporto che invece usa ancora, per oltre il 65%, mezzi di trasporto privati. Occorre quindi rivedere le logiche con cui lo Stato oggi copre circa il 65% dei disavanzi delle società preposte alla gestione di una tale offerta di trasporto e forse occorre misurare quanto incida sulla produzione di CO2 e di polvere sottili tale trasporto e concordare con il Ministero dell’Ambiente la istituzione di un apposito Fondo rotativo capace di premiare le gestioni virtuose e tutto questo coinvolgendo le Regioni che, nel caso specifico potrebbero concordare con lo Stato l’utilizzo delle risorse comunitarie (PON e POR) per implementare al massimo la offerta di trasporto pubblico su guida vincolata (metropolitane pesanti e leggere).

Terzo consiglio è invece di natura strutturale: cercare che la esperienza legata alla redazione del Recovery Plan, esperienza che proprio in questi giorni sta partendo, non sia vissuta come una esercitazione finalizzata essenzialmente all’ottenimento di questo rilevante volano di risorse da parte della Unione Europea ma sia, soprattutto, una rivisitazione sostanziale del modo con cui la Pubblica Amministrazione deve, sia nelle attività ordinarie che in quelle straordinarie, reinventare se stessa per evitare che il fattore “tempo” diventi un elemento che annulli la incisività e la concretezza delle scelte del Governo. Negli ultimi cinque anni abbiamo raggiunto una soglia di inefficienza elevatissima: il Governo decideva, il Parlamento approvava le scelte, il Presidente della Repubblica promulgava le Leggi e poi i Decreti Attuativi, cioè gli strumenti che davano consistenza operativa alle scelte, non venivano varati; in proposito solo un esempio: le risorse destinate per investimenti nella Legge di Stabilità 2020 per un valore di circa 20 miliardi alla fine del 2020 non disponevano dei Decreti Attuativi e quindi le scelte del Governo e del Parlamento erano rimaste “proposte” con grande soddisfazione del Ministero dell’Economia e delle Finanze. Come superare questa assurdità? In un solo modo: formulando le norme in modo tale da contenere anche i provvedimenti attuativi. Questo toglierà un po’ di spazio alle attività mediatiche, agli annunci di Disegni di Legge varati salvo intesa ma almeno renderà più sicuro l’avanzamento concreto delle decisioni.

Quarto consiglio è mirato alla rivisitazione della fase autorizzativa delle proposte progettuali relative alle opere che si riterrà opportuno non solo inserire nel Recovery Plan ma in quel Programma di opere che il Ministero delle Infrastrutture e dei Trasporti, dopo un aggiornamento del Programma delle Infrastrutture Strategiche di cui alla Legge Obiettivo, intenderà confermare. Ebbene la fase autorizzativa che mediamente impiega oltre 30 mesi (con punte di 70 mesi) deve ridursi ad un arco temporale di soli 90 giorni. Trattasi della riforma senza dubbio più rilevante ma possibile; perché le motivazioni dei tempi lunghi e delle scadenze temporali non rispettate è legata alla frantumazione dei pareri e alla disarticolata tempistica con cui questi vengono prodotti; la proposta è di effettuare l’esame di ogni proposta in una sede unica con la presenza dei vari Dicasteri competenti, con la emissione contestuale di tutti i pareri, con la partecipazione della Corte dei Conti e con un unico esame definitivo del CIPE.

Sono consigli legati soprattutto al buon senso e ci si meraviglia che da sei anni la macchina dello Stato sia rimasta estranea proprio al buon senso: bastava davvero poco!


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