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Il Covid ha duramente colpito il sistema economico nazionale, mettendo “strutturalmente” a un rischio quasi la metà delle imprese. A soffrire di più è il tessuto produttivo del Mezzogiorno dove si concentrano le attività maggiormente in pericolo. La crisi scatenata dalla pandemia ha accentuato il divario tra il Nord e il Sud del Paese, certifica l’Istat nel Rapporto sulla competitività dei settori produttivi.

Secondo la “mappa della solidità” delle imprese tracciata dall’Istituto il 45% rischia la sopravvivenza: esposte a una crisi esogena, si sottolinea, subirebbero conseguenze tali da metterne a repentaglio l’operatività. E lo stato di difficoltà potrebbe avere riflessi anche sul sistema bancario. Solo l’11% si mostra solido. Nei servizi si mostra particolarmente fragile il 50% delle attività, con picchi elevati, tra gli altri, nella ristorazione (95,5%), nei servizi alla persona (92,1), nelle attività sportive e di intrattenimento (85,5%).

IL DIVARIO NORD-SUD

Stringendo l’obiettivo sui territori, l’analisi mette a fuoco l’acuirsi del divario tra le aree geografiche: l’indice di “rischio combinato” (in termini di imprese e occupati) evidenzia che delle sei regioni con il tessuto produttivo ad alto rischio (ovvero con riduzione di fatturato, seri rischi operativi e nessuna strategia di reazione alla crisi), cinque sono meridionali – Abruzzo, Basilicata, Calabria, Campania, Sardegna – e una è al Centro, ovvero l’Umbria.

Le sei classificabili a rischio basso sono tutte nell’Italia settentrionale: Piemonte, Liguria, Lombardia, Emilia-Romagna, Friuli-Venezia Giulia, Provincia autonoma di Trento. Un’indagine ancora più minuziosa – attraverso i 610 Sistemi locali del lavoro (SI) – porta l’Istat a rintracciare una «chiara dicotomia tra Nord e Sud, con il primo caratterizzato da un sistema di imprese meno fragile e il secondo con una esposizione al rischio significativamente maggiore». Dei 245 Sl ad alta o medio-alta fragilità, oltre tre quarti sono nelle regioni del Centro-Sud. E per il Mezzogiorno Puglia, Campania e Basilicata si caratterizzano per un grado elevato di fragilità, e il livello sale ancora per la Calabria, la Sicilia e la Sardegna più delle altre. 

In sofferenza sono soprattutto i territori a vocazione turistica: dai Sistemi locali di Capri, Ischia e Amalfi in Campania, a quelli di San Giovanni Rotondo, Fasano, Ostuni, Gallipoli in Puglia, a Maratea e Policoro in Basilicata, a Praia a Mare, Tropea e Cirò Marina in Calabria. Per la Sicilia, Gela, Sciacca, Licata, Noto fra le zone turistiche, Castelvetrano e Pachino fra quelle più agricole.

IN CALO VALORE AGGIUNTO E FATTURATO

Il Rapporto sulla competitività cristallizza l’entità del crollo del valore aggiunto provocato dalla pandemia nel 2020: – 11% nell’industria in senso stretto, – 8,1% nei servizi, – 6,3% nelle costruzioni e -6% nell’agricoltura.  Le cadute più significative si sono registrate in alcuni comparti dei servizi: commercio, trasporti, alberghi e ristorazione (-16%); attività artistiche, di intrattenimento e divertimento, di riparazione di beni per la casa (-14,6%); attività professionali, scientifiche e tecniche, amministrative e servizi di supporto alle imprese (-10,4%). Solo l’alimentare e il farmaceutico hanno registrato un aumento, rispettivamente, del 2% e del 3,5%.

LA CRISI DEL TURISMO

In termini di fatturato, la crisi ha colpito più duramente il terziario che ha segnato la flessione più bassa, il 12%, da quando esiste l’indicatore.  E per il turismo il Covid è stato un vero e proprio shock: il 2020 è stato l’anno peggiore da quando si registrano i flussi turistici: – 74% le presenze, -59,2% gli arrivi. Per l’88% delle agenzie di viaggio/tour operator e per il 47% delle imprese di trasporto marittimo i ricavi si sono più che dimezzati o azzerati. Il 49% delle imprese dei settori legati al turismo ha segnalato rischi di chiusura nel primo semestre 2021 (71% nelle agenzie di viaggio, 67% nel trasporto aereo e 53% nella ristorazione).

E IL FUTURO?

A novembre quasi un terzo delle imprese considerava compromesse le prospettive di sopravvivenza nei primi sei mesi del 2021, il 60% prendeva ricavi in calo mentre solo una impresa su cinque si dichiarava indenne o addirittura beneficiata dalla crisi. E sulla ripresa pochi sono disposti a scommettere: costrette a fare i conti con il crollo della domanda e la mancanza di liquidità, meno di una impresa su cinque prevede una normale prosecuzione dell’attività nella prima metà dell’anno.


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