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Mario Draghi

Tempo di lettura 4 Minuti

Toh, chi si rivede: il vincolo esterno. Lo teorizzò Guido Carli alla fine degli anni ‘80, mentre rimbombavano cupi i terrificanti tuoni di Tangentopoli e la firma del trattato di Maastricht (febbraio 1992) diventava realtà. Carli, già governatore della Banca d’Italia, era diventato ministro del Tesoro nel sesto governo di Andreotti, avendo a fianco come titolare del Bilancio, Paolo Cirino Pomicino.

Per lui il vincolo esterno era l’unica salvezza dell’Italia: significava agganciarsi al carro dell’Europa e della moneta unica in modo che quella locomotiva trascinasse su binari virtuosi un Paese preda di troppi mandarini e burocrati (è ancora così…), con una classe politica forgiata nella Resistenza e nel dopoguerra ma avviata al tramonto con i suoi amuleti ideologici ormai obsoleti, con un sistema industriale asfittico, con istituzioni logore e improntate a logiche conservatrici.

Quella di Carli era una visione dettata dal pessimismo della ragione. Lo scrisse assieme a Paolo Peluffo nel libro “Cinquant’anni di storia italiana” ricordando il clima all’avvento della firma dei Trattati di Roma del 1957: «Nessuno aveva compreso le potenzialità della nostra economia, neppure noi che eravamo fortemente favorevoli a quel “bagno nell’acqua gelata” del mercato aperto. Lo eravamo per pessimismo: ritenevamo che senza un forte vincolo esterno, avrebbero prevalso le forze involutive». Parole profetiche.

IL MACIGNO DELLA POLITICA

La cosa interessante è che adesso il vincolo esterno riprende consistenza. Ne è mallevadore Mario Draghi, presidente del Consiglio (e anche lui ex Governatore) che con il Piano di resilienza approvato definitivamente ieri, aggancia ancora una volta l’Italia al carro europeo ma con uno stigma diverso dal suo predecessore a palazzo Koch e soprattutto con una capacità di manovra assai più ampia del suo vecchio maestro. Il Recovery plan impegna l’Italia per anni, costringe a varare riforme da tempo immemore prese e rimesse nel cassetto in un perverso moto perpetuo, rimette in discussione consolidati apparati burocratico-amministrativi che gelosi custodi delle proprie prerogative e dei propri poteri erano ieri: e ancor più lo sono oggi.

Al dunque il vincolo esterno è immaginato, e in pratica deve agire, alla stregua di una leva d’acciaio che svelle incrostazioni e zavorre. Ad occhio sembrerebbe una cosa fichissima, esattamente ciò che serve a un Paese che da oltre vent’anni ristagna nella palude della mancata crescita e dello sviluppo azzerato. Ma oltre alle resistenze già citate c’è un altro macigno da smuovere per ottenere che il vincolo raggiunga il suo scopo: la politica.

Quando Carli arrivò a via XX settembre, il sistema-Italia scricchiolava alla grande, sia sotto il profilo economico che sociale e politico. Subito dopo quell’esecutivo, infatti, arrivò il governo Amato e il prelievo sui conti correnti, mentre il motore industriale delle piccole e medie imprese si imballò. Sul fronte degli equilibri partitici, l’inchiesta di Mani Pulite agì come un colpo di maglio: il seguito è noto.

CONDIZIONI DIVERSE

In definitiva il vincolo esterno fu riposto nella soffitta delle cose finite in disuso. Ora Draghi in qualche maniera lo rispolvera. Però le condizioni sono completamente diverse dal periodo in cui fu evocato. In primo luogo è mutato il quadro di riferimento geo-politico. Allora finivano gli “anni da bere” e cominciava un tortuoso percorso di riorganizzazione dei player mondiali, a partire appunto dall’Europa riunita dopo il crollo del Muro di Berlino. Oggi siamo alle prese con la più devastante pandemia degli ultimi decenni, e i rapporti di forza socio-economici sono in fase di rielaborazione. Al tempo di Carli l’inflazione spolpava i redditi medio-bassi, ora è in atto una proletarizzazione del ceto medio che si affianca a una crescita esponenziale delle diseguaglianze. Ma soprattutto adesso l’Europa riversa risorse sui Paesi membri – e sull’Italia in maggior misura di tutti – come fosse una cornucopia. Non muta l’anima interna che costituisce il vincolo esterno: cambia il rivestimento che lo fodera.

IL FUTURO DI SUPERMARIO

E poi, appunto, c’è la politica. All’inizio degli anni ‘90 il vincolo ebbe parziale e limitata attuazione perché nessuno dei partiti storici poté, o meglio ancora volle, intestarsene la realizzazione. Adesso il rischio assume forme medesime se non ancora più gravi. Per capirci. Nessuno più e meglio di SuperMario può agire in ambito continentale con eguale autorevolezza e competenza. Non è un caso che la stampa europea lo acclami come nuovo punto di equilibrio, l’unico che, in determinate condizioni, può aspirare a svolgere il ruolo che ha finora assunto Angela Merkel. Bene per lui, benissimo per l’Italia che può finalmente riacquistare il posto che le compete in qualità di Paese fondatore dell’Europa. Serve tuttavia che proprio in Italia ci siano le condizioni che consentano a Draghi di esercitare fino in fondo la sua mission.

Il fatto che stia a palazzo Chigi, sotto l’ombrello del Quirinale che lo ha scelto e voluto, è una garanzia. Con l’auspicio che possa proseguire fino al termine della legislatura. Ma è evidente che quella stessa garanzia acquisterebbe uno spessore di straordinario rilievo se tra qualche mese Draghi succedesse a Mattarella, potendo dal colle più alto, e con mandato della giusta lunghezza temporale, seguire l’implementazione delle riforme che sono il piedistallo necessitato del Recovery.

LE CONDIZIONI PER VINCERE

Si vedrà. Però per condurre in porto una nave che bordeggia sotto l’urto delle onde in tempesta, solo il Timoniere, per quanto abile e affidabile, non basta. Serve che gli ufficiali di bordo e tutto l’equipaggio siano all’altezza della situazione. Fuor di metafora, è necessario che i partiti che sostengono l’esecutivo siano consci dei loro doveri e mettano in campo il giusto senso di responsabilità per fare in modo che da un lato il vincolo esterno non sia vissuto come un legaccio e dall’altro che la considerazione di Bruxelles e dei mercati non poggi su basi friabili. In altri termini le forze politiche non possono nascondersi dietro l’effigie di Draghi per continuare a fare i loro interessi. La sfida che è partita da Carli e arriva all’attuale premier sarà vinta unicamente se ciascuno fa la sua parte e il vincolo da esterno, per farla breve, si trasforma in intelaiatura politico-economica-istituzionale interna.


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