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«La diseguaglianza economica e sociale dell’Italia resta il limite strutturale più evidente e meno affrontato». È quanto scrive il Rapporto Italia 2021 preparato dall’Eurispes. «La più grande incongruenza del nostro Paese – premette l’istituto di ricerca – è che una parte di esso (pari al 41% dell’intero territorio) vive in condizioni sociali, economiche e civili così dissimili da farla sembrare quasi una nazione a parte».

Una situazione frutto di un gigantesco trasferimento di ricchezza e di capitale umano dal sud al nord. In particolare per quanto riguarda la spesa pubblica. Il “furto”, secondo l’istituto guidato da Gian Maria Fava, è stato di 840 miliardi in circa vent’anni, pari a 46,7 miliardi di euro l’anno. Mediamente lo Stato italiano spende 15.062 euro pro-capite al Centro-Nord e 12.040 euro pro capite al Meridione. In sostanza, ciascun cittadino meridionale ha ricevuto in media 3.022 euro in meno rispetto a un connazionale residente al Centro-Nord.

LA MIOPIA FATALE

«Il Sud è un socio di minoranza dell’Italia» osserva con amara ironia il rapporto. «La domanda assillante da porsi è questa: può una nazione dirsi tale se un suo terzo è in condizioni radicalmente diverse da quelle degli altri due terzi?». Nell’indifferenza non si riflette minimamente sul fatto che se quel territorio arretrato recuperasse la via della crescita e si avvicinasse alle prestazioni delle altre due parti, l’Italia tornerebbe tra le nazioni leader dell’economia mondiale.

«La coesione dell’Italia è la nostra più grande riforma economica – dice l’Eurispes – il superamento del divario la nostra strategia più lungimirante». Sull’esempio di quanto avvenuto in Germania con la riunificazione. «In Germania Est si è investito in 30 anni quasi 5 volte più di quello che si è speso in circa 60 anni nel Sud d’Italia, cioè tra i 1.500 e i 2.000 miliardi di euro». Per il Sud ecco le cifre: in 58 anni, cioè dall’avvio della Cassa del Mezzogiorno nel 1950 al 2008 sono stati investiti 342,5 miliardi. Nelle regioni orientali tedesche 70 miliardi in media l’anno, nel Sud 6 miliardi l’anno. In Italia il divario territoriale dura dunque da 160 anni.

«Eppure, qualcosa sembra rendere possibile ciò che fino a qualche tempo fa sembrava impensabile – dice l’Eurispes – Cospicue risorse pubbliche arriveranno dall’Europa e Draghi ha davanti a sé la possibilità di ripetere un nuovo miracolo economico. Non si potrà certo replicare il modello della Cassa per il Mezzogiorno, ma la nazione ha bisogno di una strategia che inglobi il suo Sud».

DIVARIO CONGELATO

Nel 2020 – ricorda il rapporto – abbiamo “festeggiato” 50 anni dalla nascita delle Regioni. Una delle più clamorose conseguenze del regionalismo all’italiana è che in un’unica nazione abbiamo costruito ben 20 differenti sistemi sanitari e oggi di fronte alle stesse esigenze di cura e di prevenzione registriamo e continueremo a registrare 20 risposte diverse».

Le Regioni sono state utili a farci superare le differenze economiche con il Centro-Nord prima della loro nascita? «La risposta è no: nessuna delle 8 Regioni meridionali negli ultimi 50 anni ha superato per reddito e attività produttive una Regione del Centro-Nord». Negli ultimi decenni, al divario economico – sempre secondo Eurispes – si è accompagnato in Italia un divario nei servizi tra Centro-Nord e Sud che quasi specularmente riflette quello economico.

SANITÀ NEGATA

«Oggi, le statistiche sanitarie ci dicono che chi vive nel Sud muore in media due anni prima di chi risiede al Nord». E se a Napoli e Caserta la speranza di vita si ferma a 80,6 anni, a Rimini e a Firenze si arriva a 84. La media in tutte le Regioni del Sud è di 79,8 anni per gli uomini e di 84,1 per le donne, mentre nella provincia autonoma di Trento è di 81,6 per i maschi e di ben 86,3 per le femmine.

«L’Italia non è uno Stato federale come la Svizzera o la Germania, come gli Stati Uniti d’America o il Canada, ma durante tutta la gestione della pandemia ci si è comportati come se lo fosse, affidando alle Regioni funzioni mai assegnate nel passato. Nel nostro Paese è in vigore solo un regionalismo “rafforzato”, con alcuni poteri delegati che non configurano però “Stati autonomi”. Insomma, le Regioni-Stato sono un’invenzione dei loro presidenti, non un’interpretazione della nostra Costituzione».


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