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Il presidente del Consiglio Mario Draghi

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UN ASSETTO a geometria variabile articolato su tre piani. Dentro saranno in tanti: ministri, presidenti delle regioni, sindaci e sindacati. Ma alla fine a decidere saranno in pochi. Su tutti Mario Draghi.

È questo il messaggio che arriva da Palazzo Chigi con il decreto sulla governance dei 248 miliardi del Recovery. Il testo riflette la strategia politica del capo del governo: tutti saranno ascoltati e tutte le proposte valutate. Ma alla fine a decidere saranno in pochi. Vale a dire Draghi, la struttura dei tecnici di palazzo Chigi, il titolare dell’Economia Daniele Franco e i dicasteri coinvolti nel Recovery. 

Il primo livello della governance è quello politico. Sarà il premier a presiedere una cabina di regia che avrà sede a palazzo Chigi. Ne faranno parte di volta in volta, i ministri competenti sul tema della riunione.  È quello che il premier ha battezzato schema “a geometrie variabili” quando, ieri mattina, ha riunito le forze di maggioranza per illustrare, in poco più di mezz’ora, come funzionerà la governance del Recovery. È stato l’ultimo passaggio prima dell’arrivo sul tavolo del Consiglio dei ministri previsto in settimana. Rispetto al governo Conte, che aveva abbozzato una cabina di regia a tre (palazzo Chigi, Tesoro e ministero dello Sviluppo economico), questa volta il tavolo è aperto a tutti i ministri, ma alcuni si recheranno con più frequenza a palazzo Chigi. Le sei missioni del Recovery, infatti, riguardano le competenze di alcuni ministri, non di tutti.

Ospiti praticamente fissi saranno Cingolani (ambiente), Colao (digitalizzazione), Giovannini (Infrastrutture). In più ci sono la sanità con Roberto Speranza, l’istruzione e l’università (Patrizio Bianchi e Maria Cristina Messa). Con l’eccezione di Speranza sono tutti tecnici.

Sarà difficile, però, tenere i partiti fuori dalla porta. Tanto più che il piano prevede interventi importanti per cultura e lavoro. Ecco allora che convocare i due ministri responsabili, Dario Franceschini e Andrea Orlando, entrambi Pd, potrebbe acuire le gelosie. Soprattutto se si guarda alla Lega che in chiave Recovery ha come unico ministro di peso Giancarlo Giorgietti La possibilità che alla cabina di regia possano partecipare, a rotazione, i presidenti delle Regioni compensa un po’ perché la Lega ha con Massimiliano Fedriga la presidenza della Conferenza delle Regioni, ma è pur vero che ogni governatore risponde al suo partito.

Sotto questo aspetto anche Forza Italia con Mariastella Gelmini agli Affari regionali, può rientrare nel ragionamento delle geometrie variabili anche politiche e non solo tra i ministri tecnici.  Litigi e gelosie sono dietro la porta. Non a caso c’è voluto quasi un mese per preparare il testo. Doveva essere pronto il 30 aprile insieme al Pnrr per essere inviato a Bruxelles. Arriverà con un mese di ritardo.

Il problema riguarda il perimetro di competenza della cabina di regia. Ci saranno operazioni che possono creare problemi di consenso politico, come il monitoraggio periodico o l’individuazione delle criticità normative, su cui la cabina di regia avrà potere d’intervento qualora il meccanismo dei progetti e della spesa dovesse incepparsi. È il cosiddetto potere sostitutivo, cioè la possibilità di fermare tutto, togliere il progetto al gestore e rimettere ordine. Insomma la cabina di regia potrà rivendicare di aver sbloccato una pista ciclabile oppure una linea ad alta velocità ferroviaria. 

Una struttura di tecnici avrà il compito di collaborare con la cabina di regia. Saranno collocati a palazzo Chigi e lavoreranno in stretto contatto con il Dipartimento per gli affari giuridici e legislativi e il Dipartimento per la programmazione e il coordinamento della politica economica. Prepareranno i documenti necessari ad assumere decisioni a livello politico. Anche la segreteria tecnica di palazzo Chigi avrà un peso politico: sarà il raccordo con il Tesoro, da dove arriveranno le segnalazioni sugli intoppi. Il meccanismo è questo: Mef segnala, la segreteria tecnica di palazzo Chigi prepara l’istruttoria, la cabina di regia decide. Vuol dire che l’asse portante sarà costituito da Daniele Franco, dal sottosegretario alla presidenza del Consiglio Roberto Garofoli, e dallo stesso Draghi. Saranno il cervello del Recovery. Le funzioni operative saranno collocate in via XX Settembre sede del Tesoro.

Il ministero seguirà l’attuazione del piano. Controllerà la destinazione che ai fondi daranno i ministeri, ma anche i Comuni e gli altri enti locali. Sarà il punto di contatto esclusivo con la Commissione europea che chiederà conto dello stato di avanzamento dei progetti ma anche delle riforme. Una super centrale operativa che si doterà di due strutture: una Direzione generale per il Recovery e un’unità di missione per il monitoraggio della spesa. Lavorerà insieme alla Ragioneria generale e alla Corte dei Conti. 

Ai sindacati confederali (Cgil, Cisl, Uil, alla Confindustria e alle altre associazioni d’impresa sarà dedicato il “Tavolo  permanente per il partenariato economico, sociale e territoriale” cui parteciperanno anche i Comuni. Draghi sa che il Recovery ha bisogno di un clima sociale in linea con lo sforzo che bisognerà intraprendere. Anche questo è un punto politico. Dal Recovery, infatti, passa la possibilità di recuperare i posti di lavoro persi a causa della pandemia, ma anche la riforma degli ammortizzatori sociali e le politiche attive del lavoro. Ancora le misure per favorire l’occupazione di giovani e donne. I soldi ci sono, le linee guida pure. Ma è chi li tradurrà in spese e possibilmente in risultati che potrà rivendicare di averlo fatto.


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