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“Se si vuole cambiare l’andazzo – profetizzò Carlo Bonomi, da poco eletto presidente della Confindustria, rilasciata in occasione degli Stati generali dell’economia una delle parate più inutili messe in scena dal governo Conte 2 – allora bisogna cambiare anche il metodo di lavoro. Bisogna tornare alla concertazione governo-parti sociali  come ai tempi del governo Ciampi, affinché  le decisioni siano prese solo dopo aver consultato chi quelle decisioni poi deve attuarle’’.

Peraltro Bonomi aveva cambiato persino lessico: non parlava più di ‘’concertazione’’ ma di ‘’democrazia sindacale’’ aggiungendo una nuova definizione al ‘’sarchioponismo’’ delle relazioni industriali.

In verità aveva azzeccato ad evocare il governo di Carlo Aze(g)lio Ciampi, perché è sempre più evidente che Mario Draghi non si sente estraneo a quella esperienza che portò governo e parti sociali a firmare – il 23 luglio del 1993, il giorno dedicato a san Tommaso – il padre di tutti protocolli, da sempre imitato ma mai eguagliato per importanza politica, perché fu una delle poche iniziative che servirono al Paese per regolare la struttura della contrattazione collettiva e la politica salariale sull’obiettivo del rientro dall’inflazione.

MERITO DI AMATO

I media, quando fu dato l’incarico a Draghi si prodigarono a risalire a quel precedente che spense la luce sulla Prima Repubblica, dimenticando – con un settarismo retroattivo che senza l’accordo realizzato con qualche forzatura da Giuliano Amato l’anno precedente nello stesso mese di luglio, il suo successore proveniente dalla Banca d’Italia non avrebbe trovato il cammino ormai sgombro dagli ostacoli che l’avevano reso difficilmente percorribile per una decina di anni. Mario Draghi – a quanto si vocifera – sembra intenzionato a stanare le parti sociali che, fino ad ora hanno finto di litigare sul blocco dei licenziamenti, ma non hanno esitato ad avvalersi delle tante risorse messe a disposizione per la cig.

Il valore e la tenuta del Protocollo del 1993, a differenza di altri che con una qualche solennità poi consumata nel pantano delle speranze deluse (come, per esempio quel Patto di Natale del 1998 che dal governo di Massimo D’Alema fu sottoposto persino ad un voto del Parlamento) stavano nello scambio che vi era sotteso, nel senso che i sindacati e la Confindustria ci ‘’mettevano del loro’’ per impostare una politica dei redditi.

Si pensi che – salvo qualche indisciplina della Fiom – in base alle regole di quel Patto il rinnovo dei contratti nazionali – prima teatro di scontri epici –divenne un fatto fisiologico e tale è rimasto (con eccezioni che hanno sempre confermato la regola). La domanda che Draghi dovrebbe rivolgere oggi a sindacati e a Confindustria viene da sé: che cosa avete, di vostra competenza, da mettere sul tavolo di un negoziato triangolare?

LE PAROLE DI VISCO

La linea di condotta – se si vuole agire nell’interesse del Paese – è tracciata niente meno che dal Governatore Ignazio Visco nelle sue Considerazioni finali: Ci vorrà tempo per comprendere quali saranno, dopo la pandemia e nella transizione digitale e ambientale, i nuovi “equilibri” di vita sociale e di sviluppo economico; siamo tutti chiamati a far si che cresca e sia diffuso il benessere, siano adeguatamente protetti coloro che piu saranno colpiti, chiari i costi da sopportare e progressivamente ridurre. E certo però che verrà meno lo stimolo, in parte artificiale, che oggi proviene da politiche macroeconomiche straordinarie ed eccezionali.

LA NUOVA TORTA

Cesseranno quindi il blocco dei licenziamenti, le garanzie dello Stato sui prestiti, le moratorie sui debiti. E andrà, gradualmente ma con continuità, ridotto il fardello del debito pubblico sull’economia. Bisogna essere preparati ai cambiamenti di cui abbiamo contezza e pronti per rispondere agli eventi e agli sviluppi inattesi, come dolorosamente ci insegna l’epidemia che ci ha tutti colpito’’.

C’è dunque materia, per le parti sociali, da affrontare non solo sul piano della contrattazione di prossimità ora negletta (orari, organizzazione del lavoro, formazione, ecc.) nonostante il suo contributo decisivo nel garantire la ripresa del lavoro dopo il lockdown. Vi è un terreno comune da esplorare nel dare corso al PNRR, e non solo sul piano degli investimenti, ma soprattutto su quello delle riforme. Comincino le parti sociali ad assumere iniziative e a realizzare obiettivi specifici su questo terreno. E non pensino che basti mettersi d’accordo tra di loro su come spartirsi la torta che ‘’viene dal freddo’’, con tanti miliardi al posto dei canditi.

Come il Protocollo del 1993 fu decisivo per combattere l’inflazione, quello del 2021, se ci sarà, dovrebbe servire a migliorare la qualità del lavoro e della produzione, a gestire i processi di esubero e di ricollocazione, attraverso un grande sforzo di riconversione professionale e di promozione di politiche attive.

Il tutto con uno sforzo solidale per recuperare il gap ormai patologico della produttività. Se questa sarà la pietra d’angolo, le parti sociali conquisteranno il diritto di pretendere dal governo e dal Parlamento le riforme necessarie. Anche se – come dice la saggezza contadina – è impossibile cavare il sangue da una rapa.

Nel 1993 il Protocollo fu il primo e più importante atto, compiuto dai sindacati, in sostituzione di un quadro politico morente, facendosi garante della transizione. Oggi potrebbero ripetersi quelle condizioni? E’ molto improbabile. Il sistema politico-istituzionale versa nelle condizioni di Lazzaro. Quello economico e sociale non si sente molto bene. E in giro non si vede nessun Nazareno, nei sindacati ma anche nelle controparti, in grado di compiere il miracolo della resurrezione.

Non si crea nulla di nuovo se le aziende saranno costrette a ripartire, con un carico assistenziale (il cui conto viene girato allo Stato) di esuberi congelati, in attesa che ritorni un passato che – chiediamo scusa del gioco di parole – è proprio passato per sempre. Esistono purtroppo un deficit di ‘’pensiero’’, una incapacità di ‘’intelligenza strategica’’ che non si recuperano nel breve periodo. Sempre che l’albero sia capace ancora di dare dei frutti.


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