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Il 56% degli aiuti alle imprese nel 2020, durante l’emergenza Covid-19, è stato “assorbito” dalle imprese del Nord, con le imprese lombarde prime beneficiarie (22%, oltre 23 miliardi di euro), seguono quelle venete (11%, 11,7 miliardi) ed Emilia Romagna (10%, pari al 10,3 miliardi). Le imprese del Centro e del Sud e Isole, invece, hanno ricevuto, rispettivamente, il 21 e il 23% degli importi di aiuto concessi. È la Corte dei conti, analizzando il Registro nazionale degli aiuti (Rna), a ricostruire quale strada hanno fatto i fondi messi a disposizione dello Stato per sostenere il mondo produttivo italiano durante il lockdown e la crisi che ne è conseguita.

LA CRISI DEL 2020 E GLI AIUTI VERSO IL NORD

“Nel corso del 2020 – si legge nel “Rapporto 2021 sul coordinamento della finanza pubblica” – le conseguenze economiche della crisi sanitaria hanno reso necessario un consistente intervento pubblico a sostegno delle imprese, intervento agevolato dall’introduzione del regime temporaneo in tema di aiuti di stato a livello europeo. Tali interventi, essendo soggetti a specifici obblighi di comunicazione e pubblicazione, possono essere monitorati e analizzati attraverso il Registro Nazionale degli Aiuti”.

Alla Lombardia spetta anche il primato in termini di importo medio degli aiuti erogati, oltre 61 mila euro per ogni azienda. “Nel confronto con la distribuzione territoriale del 2019 – scrivono i magistrati contabili – l’operatività degli aiuti di Stato nel 2020 accentua il livello di concentrazione delle erogazioni nelle aree settentrionali (nel 2019 queste ultime assorbivano infatti il 48 per cento degli importi concessi).

Anche rapportando l’importo erogato al numero di imprese per regione, le imprese delle regioni del Nord e, in particolare, di Lombardia, Veneto, Friuli-Venezia Giulia e Emilia-Romagna risultano destinatarie di aiuti pro capite più elevati”. Secondo i dati forniti dal Mise, nel corso del 2020 sono state circa 2,7 milioni le concessioni di aiuti individuali (0,5 milioni nel 2019), con un controvalore complessivamente pari a 110,4 miliardi (8,7 miliardi di euro nel 2019).

“Tale differenza – viene spiegato – si è generata, per la parte preponderante, a seguito dei provvedimenti emergenziali presi nel corso dell’anno ed è da attribuire, in modo prevalente, agli interventi con garanzie pubbliche gestiti da Banca del Mezzogiorno MedioCredito Centrale S.p.A. attraverso il Fondo di garanzia per le Pmi”. Al ministero per lo Sviluppo economico è ascrivibile la quota principale di interventi concessi, sia in termini di numero (67% del totale corrispondente a 1,5 milioni di concessioni) sia in termini di valore (94% del totale, pari a oltre 100 miliardi).

“Tali misure di aiuto – si legge ancora – non sono tutte gestite in via diretta dalle amministrazioni ministeriali. Per molte di esse, i ministeri responsabili si avvalgono di soggetti concedenti che, nel 2020, sono stati circa 133. Tra questi emergono, in particolare, le figure di Banca del Mezzogiorno MedioCredito Centrale, l’Agenzia delle entrate e il Gestore servizi energetici”.

L’INTERVENTO DELLE REGIONI: PUGLIA E CAMPANIA PRIME

Alle Regioni e Province autonome si ricollega il 2,6% dell’importo delle concessioni (13,4% in termini di numero concessione). Tra queste figurano in primo piano la Campania e il Lazio, in termini di numero concessioni (rispettivamente 178 mila e 43 mila), mentre prevalgono, in termini di importo concesso, la Puglia e la Campania (rispettivamente 431,8 milioni e 380,6 milioni).

I BENEFICIARI

Analizzando, invece, i beneficiari degli aiuti di Stato e, in particolare, emerge che alle piccole imprese sono stati destinati 2,4 milioni di aiuti (89% del totale), per un valore di circa 63 miliardi (57% del totale). Seguono, la categoria della media impresa con 300mila aiuti (10% del totale), per un valore di 44,4 miliardi (40% del totale), e quella della grande impresa con un numero nettamente inferiore di aiuti (circa 10 mila), per un controvalore di 2,5 miliardi (2% del totale).

“Se, tuttavia, si considera l’importo medio degli aiuti – evidenzia la Corte dei Conti – al crescere delle dimensioni aumenta anche il valore medio della concessione. Infatti, le piccole imprese si attestano sul valore medio di 26 mila euro, quelle medie su 160 mila euro e i soggetti più grandi su 251 mila euro”.

Anche sotto il profilo della distribuzione per obiettivi, gli aiuti concessi nel 2020 risultano particolarmente concentrati sugli interventi più direttamente legati alla crisi. In particolare, sui 25 obiettivi censiti, i primi dieci per importo complessivo di aiuti concessi assorbono il 99% del totale; già solamente ai primi tre obiettivi è riferibile circa il 95% dell’importo delle concessioni.

Mentre “con riferimento agli strumenti di agevolazione, nel 2020 le garanzie pubbliche risultano quelle a maggior diffusione, sia in termini di numero concessioni che di importo concesso, cubando oltre un milione e mezzo di aiuti pubblici (57 per cento del totale) per un controvalore di 97,6 miliardi (88 per cento del totale). Trattasi di un dato che mette in luce il ruolo centrale svolto da questo strumento nel fronteggiare l’esigenza di liquidità delle imprese a causa della crisi.

Difatti, nel 2019 gli interventi di garanzia pubblica si attestavano su valori molto più limitati e inferiori ad altri strumenti, quali le sovvenzioni e i contributi in conto interesse. Questi ultimi, seppur in crescita rispetto al 2019, vedono la loro incidenza ridotta al 7 per cento”. Altro strumento in crescita rispetto al 2019 è rappresentato dai prestiti/anticipazioni rimborsabili con i quali sono state erogati aiuti per circa 4 miliardi (4 per cento del totale).

I SETTORI ECONOMICI PIÙ AIUTATI

Infine, per quanto riguarda i settori economici, in termini di importo concesso gli aiuti si concentrano verso le attività di costruzione di edifici residenziali e non residenziali per circa 4 miliardi e quelli destinati a ristoranti e attività di ristorazione mobile per 3,2 miliardi. Gli altri settori più importanti si attestano su importi totali intorno ai 2 miliardi di euro.

Lo studio dei settori, con riguardo al numero di agevolazioni, indica, tra le principali attività, la ristorazione, con oltre 170 mila concessioni (oltre 27 mila nel 2019), bar e altri esercizi simili senza cucina, con circa 114 mila concessioni, e le costruzioni circa 103 mila (circa 20 mila nel 2019).

“La versione definitiva del Piano nazionale di ripresa e resilienza – è l’analisi dei magistrati contabili – potrà determinare la destinazione di ulteriori risorse alle politiche di incentivo alle imprese, principalmente in chiave di incremento di produttività e di riconversione delle attività verso un’economia sostenibile. Al riguardo, si sottolinea come nel testo definitivo del PNRR, in sede di valutazione dell’impatto macroeconomico delle risorse aggiuntive (stimate in 182,7 miliardi), la componente relativa ai trasferimenti alle imprese è quantificata nel 18,7 per cento (circa 34 miliardi). In prospettiva, le decisioni in materia di misure a sostegno delle imprese dovranno contemperare l’esigenza di una progressiva riduzione dell’intervento pubblico a seguito del superamento dell’emergenza, con quella di accompagnare gli operatori economici nella fase di ripresa, attraverso strumenti caratterizzati da maggiore selettività e orientati al miglioramento strutturale della produttività del sistema economico”.

INVESTIMENTI DEGLI ENTI PUBBLICI, COMUNI PROTAGONISTI

Un discorso a parte lo merita la spesa degli Enti pubblici per gli investimenti fissi che vede sempre più protagonisti i Comuni rispetto a Regioni e Province.

“La realizzazione di investimenti pubblici – si legge nel report – vede in prima linea gli enti territoriali e i dati di contabilità nazionale offrono un quadro da cui emerge con evidenza la situazione di grave criticità che ha progressivamente colpito il settore negli ultimi venti anni. Dal 2001 al 2019, infatti, il mondo delle autonomie territoriali ha fatto registrare una caduta della spesa in conto capitale in termini reali di poco inferiore al 55 per cento, pari ad una perdita del volume di spesa (a prezzi 2015) di circa 28 miliardi. L’andamento negativo si è riverberato anche sugli investimenti fissi lordi che rappresentano oltre il 50 per cento della spesa in conto capitale e che si sono ridotti di oltre il 48 per cento (dai 24,2 miliardi del 2001 – sempre a prezzi 2015 – ai 12,5 del 2019). La flessione più consistente ha riguardato le regioni (-54,5 per cento) e le province (-45,3 per cento), sottosettori che tuttavia cumulano una spesa molto contenuta in valore assoluto; la contrazione di poco superiore al 45 per cento registrata dai comuni ha, invece, un peso ben diverso dal momento che oltre il 70 per cento degli investimenti territoriali si riconduce a tale livello di governo”.

Dallo studio della Corte dei Conti emerge che la quota prioritaria di spesa per investimenti appartiene proprio ai comuni: fra gli 8 e i 10 miliardi nel quadriennio 2017-2020. Una quota che ogni anno sfiora il 90 per cento della spesa in conto capitale complessiva. Dal 2017 al 2020 non si è interrotta la tendenza incrementale, seppure nel 2020 si sono palesati segni di difficoltà con una crescita che si è fermata al 2,4 per cento sul 2019 a fronte del 13,7 per cento dell’anno precedente. Nonostante tutto, lo sforzo dei comuni ha prodotto nel 2020 investimenti per 9,8 miliardi a fronte degli 8,3 miliardi del 2017. Le percentuali più significative di incremento si registrano nei comuni del nord ovest.


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