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In Calabria il Covid 19 si è abbattuto su un sistema economico già in fase di stagnazione e un tessuto produttivo, fatto di piccole e micro imprese, strutturalmente fragile, e che ancora non aveva recuperato la contrazione registrata durante la “lunga crisi”.

Prometeia stima una caduta del Pil regionale di 9 punti percentuali, cui si è “accompagnato” «un balzo indietro di oltre due decenni compiuto dal livello del reddito del territorio», imputabile a una crescita anemica, «di cui hanno fatto le spese in Calabria soprattutto i livelli occupazionali, già in forte svantaggio rispetto al resto del Paese, che nonostante i puntelli del blocco dei licenziamenti e delle misure di sostegno si sono ridotti di quasi il doppio della media italiana, penalizzando soprattutto le fasce più deboli della popolazione, ma potenzialmente più dinamiche, i giovani e le donne».

Questo il quadro dell’economia calabrese, e dell’impatto della crisi pandemica, fotografato dal Rapporto annuale di Bankitalia – Economie Regionali – e illustrato da Sergio Magarelli, direttore della filiale di Catanzaro della Banca d’Italia.

La crisi ha colpito pesantemente il sistema imprenditoriale, che ha risentito del crollo dei consumi (- 11,8%), dovuto al crollo dei redditi, alle chiusure ma anche alle scorte di liquidità che tanto le imprese quanto le famiglie hanno deciso di fare di fronte al clima di sfiducia e di incertezza.

I SETTORI PIÙ COLPITI

A soffrire maggiormente è stato il comparto dei servizi: i trasporti, il commercio al dettaglio, la ristorazione e il settore alberghiero su cui ha pesato il brusco calo del turismo. Due dati su tutti: secondo l’Osservatorio turistico della Regione Calabria, le presenze nel 2020 sono diminuite di oltre il 50 %, mentre lo scorso anno il numero di passeggeri transitati per gli aeroporti regionali si è ridotto di circa il 70 % rispetto al 2019.

“Brusca” anche la caduta dell’attività industriale: oltre la metà del campione di imprese industriali, con almeno 20 addetti, sondate da Bankitalia conferma la forte riduzione del fatturato rispetto al 2019. Meno penalizzate quelle dei settori “essenziali”. Le misure di sostegno alla liquidità messe in campo dal governo ha garantito la sopravvivenza di molte realtà.

Calo dei ricavi e tempi e prospettive incerte hanno “tagliato” i piani di investimento delle imprese: quasi il 60% di quelle intervistate, segnala Bankitalia, ha infatti segnalato nell’anno una riduzione della spesa, che si trovava peraltro ancora sui livelli contenuti registrati a partire dalla doppia recessione del periodo 2008-2013.

I TEMPI DELLE OPERE PUBBLICHE

Più contenuto il calo nelle costruzioni che hanno beneficiato dell’aumento della spesa per investimenti degli enti locali. Secondo le informazioni fornite

dal Cresme, il valore delle nuove gare per opere pubbliche bandite in regione sono state pari a 1,2 miliardi di euro (700 milioni nel 2019). Un maggiore impulso al comparto dei lavori pubblici, si sottolinea, potrebbe derivare da un’accelerazione nei tempi di realizzazione delle opere, che in Calabria si attesta a circa 4 anni e mezzo, un dato superiore alla media nazionale, con una fase di progettazione “lunga” in media 24 mesi.

La crisi pandemia ha messo a dura prova i bilanci familiari: il reddito disponibile delle famiglie calabresi, già inferiore alla media nazionale, si è ridotto in termini reali del 3,3% nel 2020 rispetto all’anno precedente (-2,7%

in Italia), aggravando le diseguaglianze già esistenti. La quota delle famiglie in povertà assoluta è tornata a salire, come il numero dei minori che vivono in nuclei in cui nessuno lavora che ora supera il 24%. Il ricorso alle misure di sostegno al reddito è stato massiccio: reddito e pensione di cittadinanza e reddito di emergenza hanno raggiunto il 13,1% delle famiglie residenti.

IL MERCATO DEL LAVORO

Nel 2020, come rileva l’Istat, il numero degli occupati calabresi si è ridotto del 4,3%, oltre il doppio rispetto al dato nazionale e del Mezzogiorno: una variazione peggiore è stata registrata solo nel 2013 (-6,2%), in seguito alla risi del debito sovrano. Il tasso di occupazione è sceso al 41,1%, con una differenza di 17 punti percentuali dal dato medio nazionale.

A pagare sono stati soprattutto i giovani e le donne e le persone meno istruite e gli autonomi. Il blocco dei licenziamenti ha limitato l’impatto sul lavoro a tempo indeterminato e i numeri della Cig danno la misura della gravità della situazione: 51 milioni di ore autorizzate, equivalenti a 30mila occupati.

LA RIPRESA

La ripresa è legata alla campagna vaccinale e al buon uso delle risorse europee del Recovery Plan e dei fondi strutturali, ha sottolineato Magarelli, ma anche al necessario cambio di passo sulla progettazione ed esecuzione degli investimenti e all’altrettanto necessaria determinazione nel volere «spezzare la catena di tollerante acquiescenza quando non di consapevole complicità che coinvolge esponenti dell’élite economica, sociale e istituzionale sovente legata da relazione di sodalizio ben poco trasparenti con il consorzio del malaffare che mira a acquisire livelli di sostanziale controllo del territorio».


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