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Più povero, con meno occupati, il Pil tornato ai livelli del 1998 e i consumi mai così bassi dal secondo dopoguerra. La pandemia ha aggravato le disuguaglianze strutturali, a partire dall’istruzione, evidenziando, in particolare, le forti differenze tra Nord e Sud nella dotazione di capitale umano.

Ma la ripresa è avviata, le attività economiche sono ripartite e imprese e famiglie hanno ritrovato la fiducia. Dopo il crollo dello scorso anno, -8,9%, la crescita del Pil dovrebbe essere del 4,7% nel 2021. La robusta ripresa dell’attività, dei consumi e degli investimenti, previsti nel 2021 saranno spinti anche dall’avvio del Pnrr che dovrebbe nel 2026 un innalzamento del Pil compreso tra il 2,3 e il 2,8 nel 2026.

È l’immagine dell’Italia, “reduce” dalla grande crisi economica innescata dal Covid 19, messa a fuoco, tra luci e ombre, dall’Istat nel ventinovesimo rapporto annuale illustrato, ieri alla Camera, dal presidente Gian Carlo Blangiardo.

Le ripercussioni sono state pesantissime, ma nel primo trimestre 2021, l’economia italiana ha segnato un lievissimo recupero congiunturale (+0,1% il Pil), un risultato migliore di quello registrato dalle altre grandi economie europee.

Le cicatrici lasciate dal Covid sono profonde: mai così tanti morti dal dopoguerra e mai così poche nascite. Ci sono i 735mila posti di lavoro andati in fumo da recuperare. Il reddito disponibile delle famiglie si è ridotto del 2,8% (- 32 miliardi), i consumi sono crollati del 10,9%, e il reddito primario delle famiglie è sceso di 92,8 miliardi (-7,3%). Gli interventi pubblici hanno attutito la caduta, con un contributo di circa 61 miliardi, sostenendo il il potere d’acquisto delle famiglie.

La povertà assoluta è aumentata nel 2020, toccando oltre 2 milioni di famiglie (7,7% dal 6,4% del 2019) e più di 5,6 milioni di persone (9,4% dal 7,7 per cento). A risentirne maggiormente è stato il Nord (+ 2 punti nel Nord Est, + 1 nel Nord Ovest), più lieve l’aumento al Sud, dove però l’incidenza resta al 9,4%, la più elevata.

Le ricadute economiche della pandemia hanno interessato l’intero territorio, ma nel Mezzogiorno, sottolinea l’Istat, si sono aggiunti a una situazione già difficile, con la conseguenza che il 30,7 % dei cittadini ha avuto difficoltà, a fronte del 18,4% nel Nord e del 17% nel Centro. Bollette, affitto, spesa alimentare, rate del mutuo o di un prestito, una spesa improvvisa: nel Mezzogiorno anche la concomitanza di più problemi è maggiormente frequente: il 12,2 % ha dovuto affrontarne almeno quattro insieme, una quota doppia rispetto al Nord e tre volte quella del Centro.

La crisi economica, poi, ha aggravato le disuguaglianze strutturali del Paese, e il rapporto mette l’accento sulle forti differenze tra Centro Nord e Mezzogiorno nella dotazione di capitale umano, sottolineando che questo si colloca in un quadro che vede l’Italia in ritardo rispetto agli altri partner europei: la quota dei laureati tra i 30 e i 34 anni la pone al penultimo posto (27,8% contro 40% della media Ue27). Nel 2020, inoltre, il 13,1% dei giovani tra i 18 e i 24 anni ha abbandonato gli studi, ritrovandosi in tasca al massimo la licenza media (contro 10,1% nella Ue27).

L’incidenza degli abbandoni si è ridotta notevolmente, evidenzi il rapporto (era quasi il 20% nel 2008), e questo ha interessato in particolare il Mezzogiorno, che resta tuttavia al 16,3% contro circa l’11% del Centro Nord. Tra chi ha lasciato precocemente gli studi è aumentato il numero di chi vorrebbe entrare nel mercato del lavoro, ma coloro che vivono nel Mezzogiorno difficilmente vi riescono: qui la quota degli occupati non va oltre il 23,3% contro il 40% del Centro Nord. 

L’annus horribilis della pandemia ha visto aumentare anche l’esercito dei Neet (Neither in Employment nor in Education and Training), giovani tra i 15 e i 19 anni che né studiano, né lavorano: erano 2 milioni e 100 mila nel 2020 – il 23,2% degli italiani in questa fascia d’età – +22,1% rispetto al 2019. Il battaglione più numeroso – oltre quello degli stranieri (35% contro il 22% degli italiani) – ovviamente era stanziato nel Meridione dove erano il 32,6%, mentre il Nord ne contava il 16,8%. E risiedere nel Mezzogiorno è uno dei fattori cui è più frequentemente associato il passaggio dalla condizione di studente o occupato a quella di Neet.

La pandemia, poi, ha chiuso le scuole, la didattica a distanza ha provato a garantire un minimo di continuità, ma di fatto oltre 600mila studenti, l’8%, delle scuole primarie e secondarie non hanno potuto seguire le video lezioni e la percentuale sale al 9% sui territori meridionali.

Intanto il rapporto analizza i benefici dell’accumulazione del capitale umano: pur in misura inferiore rispetto al resto d’Europa, la laurea garantisce un vantaggio nell’accesso al mercato del lavoro, e questo è vero soprattutto per le donne (+20% in termini di tasso d’occupazione contro +4% degli uomini), e lo è ancora di più per le giovani donne del Sud (24 punti). Tuttavia, si sottolinea, rispetto alle coetanee laureate che risiedono al Nord e al Centro, il divario nei tassi di occupazione delle giovani tra i 30 e i 34 anni in possesso di una laurea nel Mezzogiorno resta molto ampio (-23,5 e -17,5 punti percentuali, rispettivamente), confermando l’esistenza di un vasto potenziale di risorse inutilizzate.

La riduzione di divari e diseguaglianze è ora affidata al Pnrr, che per riavviare la convergenza tra Nord e Sud investe in prima battuta il 40% delle risorse disponibili.

L’Istat intanto sottolinea come tra il 2007 e il 2018, la quota di investimento sul Pil sia diminuita nelle regioni meridionali più che nel resto del Paese: – 6 punti percentuali, a fronte di un calo di 3,4 punti per il Nord-Ovest, 3,1 per il Nord-Est e 3,0 per il Centro. Nel 2018, il tasso di investimento del Mezzogiorno è stato pari al 16,2%, poco meno di quello del Centro (16,6%) ma di gran lunga inferiore rispetto alle regioni settentrionali (18,1 nel Nord-Ovest e 20 nel Nord-Est). Da qui si riparte.


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