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L'ex Ilva di Taranto

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Il ritorno dello Stato imprenditore è un bene o un male? Il covid ha rilanciato il tema visto l’emergere di nuove crisi. Possiamo anche aggiungere che, in realtà lo Stato non si è mai ritirato e ha sempre mantenuto una presenza di primissimo piano.

Non a caso rappresenta il principale investitore sulla Borsa di Milano di cui controlla il 30% della capitalizzazione complessiva. In totale il “sistema” delle nuove partecipazioni statali (Tesoro, Cdp, Invitalia) a fine 2019 ha fatturato 241,4 miliardi, utili superiori a 26,8 miliardi, investimenti per 35 miliardi e occupano 471.000 persone.

Calcolando tutte le società italiane con più di 250 addetti, le 32 società controllate dallo Stato – che sono solo una parte delle oltre 6.000 partecipazioni pubbliche complessive -, rappresentano quasi un quarto dei ricavi totali e un decimo degli occupati.

Un perimetro a geometria variabile. Sulle telecomunicazioni, infatti, si vede l’intenzione di fare un passo indietro. Il progetto della rete unica è ormai saltato tanto da non essere stato inserito nel Pnrr. Ora è in corso una formidabile retromarcia. Cdp che nei piani di Conte e Patuanelli doveva essere il pivot del progetto ha cambiato orientamento.

Sembra intenzionata a ritirarsi da Tim (di cui possiede il 10% senza rappresentanza in consiglio) e anche sul futuro di Open Fiber è in corso una revisione strategica. Come ha spiegato il ministro Colao l’idea che sta prevalendo è un’altra: concorrenza dove il mercato lo consente. Affidamenti con gara ad un solo operatore nelle dove più bassa è la domanda.

Lo Stato, invece, torna in grande stile nella siderurgia con progetto di recupero per l’ex Ilva: Mario Draghi ci punta per rilanciare la filiera siderurgica in Italia con l’aiuto del Recovery Fund. Con l’aumento di capitale di AmInvest Co. Italy Spa (la società che è affittuaria dei rami di azienda di Ilva in amministrazione straordinaria) da 400 c’è stato il rinnovo del consiglio con l’ingresso di tre amministratori di peso indicati dallo Stato (tra cui il presidente) e tre espressi da Arcelor Mittal (tra cui l’ad).

I nomi di designazione pubblica sono Stefano Cao, amministratore delegato uscente di Saipem, Carlo Mapelli (Politecnico di Milano) e Franco Bernabè, più volte al vertice di grandi gruppi quali Eni e Telecom, cui andrà la presidenza. A chiederglielo è stato direttamente il presidente del Consiglio Mario Draghi, con il quale c’è un rapporto che risale ai tempi della gioventù.

La sfida è ambiziosa. Si tratta di far decollare un piano di transizione ecologica e di decarbonizzazione dell’impianto di Taranto, che renda giustizia alla bellezza del territorio (e alla salute dei suoi abitanti), e allo stesso tempo di rilanciare la produzione italiana dell’acciaio, collocando la trasformazione dell’Ilva all’interno di un processo di rivalutazione complessiva del sistema siderurgico del Paese.

Per Bernabè si profila un ruolo da traghettatore: assicurare un futuro all’industria dell’acciaio e renderla ecosostenibile. Quando si creeranno le condizioni per l’ascesa dello Stato al 60% dell’Ilva – tramite una nuova ricapitalizzazione (prevista tra poco più di un anno) – si rimescoleranno ancora le carte: a quel punto l’azionista pubblico avrà il diritto di nominare l’amministratore delegato, mentre ai privati spetterà di indicare il presidente.

Il nuovo assetto produttivo, prevede la progressiva sostituzione degli attuali altoforni a coke con impianti a gas. Un passo in avanti notevole dal punto che consentirebbe di dimezzare le emissioni rispetto alla tecnologia corrente. La fornitura andrà messa a gara, scegliendo tra i «big» del mercato tra i quali si segnalano in particolare Tenova Hyl (gruppo Rocca, ha un contratto di licenza con la Danieli) oppure la Midrex, che fa parte del gruppo Kobe Steel.

Ogni linea sarebbe «costruita in ombra», ovvero in parallelo agli altoforni esistenti e senza interrompere l’attività, e potrebbe essere completata in una trentina di mesi, garantendo ciascuna una produzione di 2-2,5 milioni di tonnellate l’anno. Ultimata la trasformazione chissà che cosa sarà rimasto dell’eccezionale momento di mercato, che secondo gli analisti garantisce oggi un margine di 350 euro ogni tonnellata di acciaio prodotta. Il che significa, in pura ipotesi, che raggiungendo quota 6 milioni di tonnellate a Taranto si potrebbero incassare più di 2 miliardi di euro l’anno. Senza contare, infine, la possibilità di rifornire il mercato italiano, non ultimi i siti produttivi genovesi i cui operai sono scesi in strada, e dai cui contenitori di latta dipende buona parte del sistema agro-alimentare nazionale.


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