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Il ministro dello Sviluppo economico Giancarlo Giorgetti

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Arriva il semaforo giallo del governo sull’affare Tim. Ad accenderlo è il ministro dello Sviluppo economico Giancarlo Giorgetti intervenuto in Parlamento. Ha spiegato che finora Kkr ha comunicato una semplice disponibilità ad acquistare il gruppo telefonico per 10,8 miliardi ( 0,505 euro per azione) . Troppo poco per attivare una procedura d’infrazione. Tanto più che il fondi americanoha tenuto a precisare che non vuole fare operazioni ostili. Si metterà in moto solo con il via libera del governo e del consiglio d’amministrazione di Tim.

“In ogni caso – ha precisato il ministro – se Kkr, o qualcun altro, dovesse formalizzare il lancio dell’opa si attiverà la golden power” che affida al governo poteri speciali. Non è certo lo stop che speravano i sindacati (adesso parlano di “effetto Alitalia” tenendo migliaia di esuberi). Proprio per questo il titolo, dopo lo spavento inziale, ha ricominciato a salire.

Alla fine della giornata chiude con un rialzo dell’1,65% a 0,47 euro lasciando intendere che Piazza Affari considera la partita tutt’altro che chiusa. Il blocco governativo, infatti, potrà essere rimosso rispettando le indicazioni fornire da Draghi: “Tim – aveva detto il premier – è un dossier di straordinaria importanza in cui le priorità sono la protezione dell’occupazione, della tecnologia, frontiera fondamentale in termini prospettici e che fa parte del Pnrr e la protezione della rete”.

Una puntualizzazione doverosa considerando che all’ammodernamento della rete attraverso la rete ottica sono destinati 6,7 miliardi pari al 27% dii tutti i finanziamenti previsti per la transizione digitale.. Giorgetti su questo punto è stato molto chiaro: È indiscutibile che all’interno di Tim esistano degli asset di natura strategica per cui è indispensabile il controllo pubblico”. Una precisazione che lascia immaginare una qualche forma di separazione fra le varie componenti del gruppo. Si tratta di capire come sarà declinata questa separazione.

L’accordo dell’anno scorso per la rete unica tenuto a battesimo dal governo Conte prevedeva la costituzione di una società separata chiamata AccessCo di cui Tim avrebbe avuto la maggioranza lasciando però la governance a Cdp. Una costruzione molto fragile che l’arrivo di Draghi e Colao ha mandato in soffitta. Al momento non c’è ancora un progetto alternativo.

Nel frattempo molte cose sono cambiate. A cominciare dall’azionariato di Open Fiber, l’altro protagonista nella partita della fibra ottica. È uscito di scena Enel ed è entrato con il 40% il fondo australiano Macquarie. Cdp ha la maggioranza del 60%. E’ stata rivoluzionata anche la governance: il presidente Franco Bassanini lascerà il passo a Barbara Marinali e Mario Rossetti da direttore generale diventerà amministratore delegato.

“Oggi ci sono due operatori in concorrenza tra loro: Tim e Open Fiber e si possono valutare eventuali sinergie”, ha previsto Giorgetti, spiegando che bisogna considerare due obiettivi strategici: una rete in fibra ottica capillare in tutto il paese e tutelare asset strategici nelle telecomunicazioni (la rete fissa, il cloud, i cavi sottomarini, la cyber security Il governo, ha infine assicurato Giorgetti, segue il dossier con “estrema attenzione” e “ha costituito un comitato con il compito di valutare i progetti sulla rete”.

Proprio il ministro insieme alla sottosegretaria, Anna Ascani, e al ministro della Transizione digitale, Vittorio Colao, oggi ha avuto al Mise un incontro con i sindacati sul caso Tim, definito “insoddisfacente” dalla Uilcom che spera in un prossimo incontro “per poter ascoltare finalmente l’idea del governo sulla strategia del settore e in particolare sul futuro di Tim”. La Uilcom ha ribadito la sua contrarietà a uno spezzatino del gruppo.

In una lettera congiunta le segreterie nazionali di Slc Cgil, Fistel Cisl e Uilcom Uil hanno espresso tutte le loro perplessità sul caso: “non riteniamo sia esagerato paventare un finale molto simile a quello che ha coinvolto Alitalia. Un gruppo che occupa oltre 40mila addetti, in un’operazione di spezzatino, inevitabilmente andrebbe a causare migliaia di esuberi che il Paese non può permettersi, e che noi con forza intendiamo scongiurare”.

I sindacati hanno voluto chiarire bene che la loro non è una posizione contraria a logiche di mercato che favoriscano una concorrenza leale sulla qualità dei servizi erogati alla cittadinanza, ma qualunque scelta va fatta scongiurando drammi occupazionali.

Per loro la sfida tecnologica fra Stati Uniti e Cina vede come unica speranza di resistenza per l’Europa una stagione di aggregazioni continentali a partire dai vari campioni nazionali. Per cui “se l’Italia vuole giocare un ruolo in questa partita importantissima deve avere un proprio campione, un’azienda paese a controllo pubblico che possa giocare la propria partita. Altrimenti questo governo condannerà il Paese a un ruolo di mero mercato sullo scacchiere europeo e internazionale, aperto a qualsiasi acquisizione e senza alcuna prospettiva industriale”.


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