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Attilio Fontana

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Il caso camici continua a scuotere la Lombardia e la sua giunta. Tanto che secondo gli addetti ai lavori il governatore leghista Attilio Fontana potrebbe non arrivare al 2023. Quando è esploso il caso di un ordine da 75mila camici da Regione Lombardia alla ditta del cognato e della moglie di Fontana la giunta si è stretta intorno al presidente, la stessa Lega ha iniziato a parlare di assalto alla Lombardia. Ma ormai la barricata inizia a scricchiolare perché la Guardia di Finanza sta approfondendo le indagini analizzando i telefonini personali del governatore e di altre persone a lui vicine indagate e non tra cui la moglie, gli assessori Davide Caparini e Raffaele Cattaneo, il capo della segreteria della presidenza della Regione, Giulia Martinelli, e altri membri dello staff regionale.

I CAMICI

La ricerca di informazioni è ampia, ma precisa come sottolineato dai pm: la ricerca è basata su più di 50 parole chiave, tra cui camici, moglie, fratello, cognato, donazione, tessuti, certificazioni, Trivulzio, mascherine, restituzione, consegna, ordine, Aria, bonifico, Svizzera. Mentre i tecnici sono al lavoro e i telefonini stanno per essere riconsegnati ai proprietari emergono nuovi dettagli. Negli atti i pm indicano anche un audio inviato a Dini da Paolo Zanetta, direttore di produzione di Dama (azienda del cognato e della moglie di Fontana), il 6 maggio. Nel messaggio Zanetta, riassume la Procura, spiega che “un soggetto di Centrocot (Centro tessile cotoniero, ndr) ha avuto notizia da Raffaele Cattaneo che le aziende riconvertite hanno diritto a 10 milioni di euro da dividersi”. Ci sono anche alcuni messaggi del 16 maggio tra Dini e Zanetta sulla trasformazione della “fornitura in donazione”, che avviene proprio quel giorno. Dini scrive: “Ovviamente tutti dico tutti sono nella lista di fornitori di camici. Armani, Herno, Moncler. Gli unici coglioni siamo noi”. E Zanetta: “Ma lo mandi a cagare e fatturiamo lo stesso”. Dini replica: “Non posso”.

IL CONTO IN SVIZZERA

Proprio la trasformazione da ordine a donazione è al centro delle indagini, per altro arricchitesi del capitolo Svizzera: per risarcire il cognato Fontana ha tentato di pagargli 250mila euro dal proprio conto in Svizzera. Tentativo che ha allertato il reparto antiriciclaggio della Banca d’Italia. La scelta del governatore attuata “per evitare speculazioni politiche”, “non sembrò una buona idea” a Filippo Bongiovanni, l’ormai ex dg di Aria (la centrale acquisti di Regione Lombardia) che il 16 aprile scorso aveva formalizzato l’ordine di fornitura per 513mila euro nei confronti dell’azienda Dama. Come emerge dagli atti, Bongiovanni, indagato, riferisce che Giulia Martinelli, capo della segreteria di Fontana, gli aveva confermato il legame societario con la famiglia del presidente. “A questo punto mi confidai anche con il segretario generale Turturiello”, spiega riferendo che il 18 maggio “si presentò presso il mio ufficio (…) una dipendente di Regione Lombardia (…) che apparteneva verosimilmente allo staff del Presidente e mi chiese l’Iban di Dama”.

“Io le chiesi il motivo ma mi rispose ‘non glielo posso dire’ – prosegue Bongiovanni davanti ai pm –. Non trovando l’Iban nelle mail pervenute da Dama, ci recammo in Regione da Superti (vice dg di Regione Lombardia, ndr) e gli chiesi spiegazioni. Superti mi chiarì che il Presidente intendeva pagare la fornitura di camici, per evitare speculazioni politiche. A me non sembrò una grande idea, ma mi limitai ad eseguire la richiesta e a procurare l’Iban per il tramite del Direttore Amministrativo Roberto Gussago”, che “mi scrisse una mailindicandomi il solo Iban”. Tra l’altro saranno analizzati dalla GdF anche i cellulari di Roberto Gussago, dipendente di Aria, di Pier Attilio Superti, vice dg di Regione Lombardia, e di Antonello Turturiello, segretario generale della Regione. Nessuno di loro è indagato.

GLI ALTRI CASI

Ma il caso camici non è l’unico che sta stringendo il cerchio intorno a Fontana: in questi giorni la Guardia di Finanza di Pavia sta portando avanti anche le indagini sul caso Diasorin-San Matteo e proprio per questo filone è stata chiesta la copia dei contenuti del telefono del governatore lombardo. Una scelta contestata dallo stesso Fontana: “Credo abbia usato il termine giusto, perché oltretutto non è neanche circoscritto alla fattispecie contestata ma è quella che si definisce ‘pesca a strascico’” ha risposto a chi gli ha chiesto se ritiene un atto “invasivo” l’acquisizione dei contenuti del suo telefono da parte della Gdf di Pavia nell’ambito del caso Diasorin, come lo ha definito il suo legale. Quanto agli eventuali profili di incostituzionalità della copia forense dei messaggi, profilati dal suo avvocato Jacopo Pensa, Fontana ha spiegato: “Il mio avvocato faceva riferimento al fatto che io evidentemente ho sì delle chat con parlamentari, ministri, uomini politici che evidentemente mi rivelano della cose che magari è meglio che rimangano tra di noi”.

Dunque valutate di fare ricorso? “Per una questione formale penso proprio di sì, perché penso che certi principi fondamentali vadano rispettati a prescindere”, ha aggiunto il governatore. Ma nonostante la tranquillità che cerca di ostentare, Fontana è sempre più accerchiato e politicamente debole. Mentre pubblicava una foto di una sua visita a Mattia, il paziente 1 di Lodi, le opposizioni si preparano al dopo: “Fontana non arriva alle elezioni del 2023. Lo dico da settimane – ha scritto l’europarlamentare del Pd ed ex assessore del comune di Milano, Pierfancesco Majorino, sulla sua pagina Facebook – Tra inchieste, intrecci torbidi, affari di famiglia e calo di consensi (come nessun altro Presidente di Regione) non resta lì, bisogna preparare una proposta forte”.

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