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Il presidente del Consiglio Giuseppe Conte durante la presentazione del Piano per il Sud

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Un Piano fatto in collaborazione con molti ministeri con al centro il tema dello sviluppo del Sud. Ma con il rischio che possa essere un libro dei desideri e delle speranze. Per un Mezzogiorno che ha anche 21 milioni di abitanti e solo sei milioni di persone che lavorano, compresi i sommersi.

Anche Svimez afferma che le esigenze di saldo occupazionale per queste aree sono nell’ordine di oltre tre milioni. Rispetto a questo che è il tema fondamentale i programmi che il piano propone devono essere approfonditi ed operativi.

Non si parla, infatti, di quale saldo occupazionale in più si possa avere e con quali strumenti ed in quanti anni.

In quali settori se in agricoltura, se nel turismo o nel manifatturiero. In compenso si parla molto di visione, di formazione, di asili nido che peró, se la natalità  diminuisce e lo spopolamento e la desertificazione avanzano, diventano inutili. Troppe promesse e troppi piani vi sono stati nel passato per non essere scettici. Ma aver lanciato da Gioia Tauro un New Deal che mette al centro il vero problema/opportunità del Paese è già di per sé un gran merito.

Per questa buona volontà riconosciuta, va concentrata l’attenzione sullo strumento che i governi precedenti hanno già messo in cantiere. Infatti la risposta al problema della mancanza di posti di lavoro può venire dalle Zes: le cosiddette zone economiche speciali, già sperimentate in Cina ma anche in Polonia e che avevamo proposto già nel 1999, con una dizione molto più immaginifica TIR, territori ad incremento rapido, che laddove sono state create stanno funzionando ed hanno prodotto risultati, in termini di aumento del Pil e di occupazione, importanti. Il rischio è invece che stanno diventando strumento per le classi dominanti estrattive locali per continuare a dare vantaggi ai propri clientes. La risposta ai problemi  occupazionali del Mezzogiorno può venire dal manifatturiero e dalla logistica e certamente le Zes possono diventare uno strumento che può dare quella accelerazione importante. Nel Piano vi sono alcune proposte che se rese operative faciliteranno la loro attuazione.

Attrarre investimenti dall’esterno è molto complicato, in un momento in cui il sistema economico mondiale che con i dazi di Trump, la Brexit ed il Coronavirus soffre di un momento recessivo. D’altra parte la competizione per attrarre investimenti è dura e le aree che competono sono tante e spesso anche con molti più vantaggi di quanto noi nel Mezzogiorno possiamo offrire! Noi abbiano bisogno per primo di una infrastutturazione adeguata ed a tale impegno il piano dedica un interro capitolo. Forse bisogna fare in modo che l’alta velocità/capacità Napoli Bari si faccia in tempi stretti, perché, come ci insegnano i genovesi con il loro ponte, il tempo non è una variabile indipendente. Tre miliardi destinati all’alta capacità Salerno Reggio Calabria mi pare non possano che prevedere che piccoli aggiustamenti della linea.

Ci vogliono 20 miliardi per l’alta velocità vera se deve riguardare 400 km, visto che costa 50 milioni a km. Ma il problema che mi pare più importante è quello che succederà nei 10 anni, quando potranno esserci governi e maggioranze diverse! È necessario che alcune dei provvedimenti siano catenaccio, in maniera che non si possa tornare indietro e che abbiano un controllo di garanzia dell’UE. Come accade con le clausole di salvaguardia dell’aumento dell’IVA. Per esempio sull’obbligo del 34 per cento o sui diritti di cittadinanza, per cui nascere a Trento debba essere uguale che nascere a Reggio Calabria! Oggi non è così mentre ci si preoccupa dell’attuazione dell’autonomia differenziata, che invece rischia di fare veramente male al Sud. Ampia fiducia nella buona volontà ma con le dovute preoccupazioni: troppe delusioni ha già scontato il Sud. 


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