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Il presidente del Consiglio Conte durante la conferenza stampa di fine anno

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HA INIZIATO citando Moro e per questo a vari osservatori il discorso di Conte è apparso “moroteo”, ma si tratta di una lettura di maniera della retorica del grande politico democristiano. Quella all’uditorio appariva soporifera per l’ampio periodare, per il gusto ad intrattenersi molto a lungo a sviscerare i problemi, per la continua sottolineatura della loro complessità.

Dentro però c’era molta sostanza e anche tanta “visione”, solo che si avesse la pazienza di analizzare. Conte non ha fatto nulla di tutto questo: ha annegato quasi tutte le questioni in un arringare avvocatesco di vecchia maniera, quasi sempre in una fuga dall’affrontare i temi critici (gli avvocati nelle loro arringhe non devono mai ammettere di avere torto).

Che sia stato abile non c’è dubbio. Prendete la risposta alla questione posta dal nostro direttore sulla gravità delle sperequazioni fra Nord e Sud: ha subito sottolineato che lui “da uomo del Sud” era sensibilissimo al tema ed ha snocciolato impegni sugli interventi previsti a ristoro della situazione, ma ha lasciato cadere del tutto la notazione che il collo di bottiglia della situazione andasse individuato nella conferenza stato-regioni: meglio non stuzzicare cani che dormono. In fondo è filato via tutto così.

Per i contenuti che interessano in questa sede, cioè per la situazione politica, non ha detto quasi nulla. Quasi perché si è esposto su un unico argomento, la riforma della legge elettorale, affermando di avere intenzione di “prendere una iniziativa” in materia: una novità, perché sin qui aveva sempre sostenuto che quello era argomento di natura parlamentare e non di governo.

Siccome il primo approccio non era infondato, possiamo chiederci come mai abbia cambiato idea (se poi davvero farà qualcosa e non ha parlato tanto per annunciare un impegno che poi immaginava sarebbe stato lasciato cadere).

Probabilmente è stata la spia di una vaga strategia con cui rispondere alla sfida di un possibile ricorso alle elezioni anticipate: chi pensa a quell’esito, sappia che si dovrà passare per un confronto sulla riforma elettorale, terreno scivoloso tanto per Renzi quanto per LeU, ma anche per M5S. Ci penseranno loro a bloccare tutto, a meno di non cedere ad un proporzionalismo senza sostanziali sbarramenti che metterebbe in difficoltà anche il mondo del centro-destra, dove non manca una certa tensione/ambizione al fiorire di micro formazioni che disperderebbero i consensi.

Per il resto Conte si è trincerato dietro il mantra del, mi occupo di quel che accade, non di quel che potrebbe eventualmente accadere: se si presenteranno nuove condizioni le affronterò, ma certo non sarò io a favorire il loro verificarsi.

Questo sta dietro alle reiterate affermazioni che lui non pensa a sostituire la squadra di cui si sente “capitano” (dal punto di vista costituzionale un modo piuttosto discutibile di considerare un governo, specialmente se di coalizione con ministri non scelti da lui); che non ha intenzione di fondare un partito suo; che se la maggioranza venisse meno andrà in parlamento perché ciascuno si assuma pubblicamente le sue responsabilità.

Anche questa è un’affermazione curiosa. Tutta l’attuale crisi della maggioranza si sta svolgendo in un modo che più pubblico di così è difficile da immaginare, visto che avviene su tutti i media possibili e immaginabili e considerato che andrebbe in parlamento dopo un fatto assolutamente pubblico come sarebbero le dimissioni dal governo degli esponenti di uno dei partiti della coalizione.

Andare in parlamento avrebbe dunque solo due significati.

1) Il premier suppone che il partito che ritira i suoi ministri dal governo non avrebbe il coraggio di negargli l’appoggio esterno e per questo è necessario un esplicito passaggio parlamentare.

2) Il premier e gli alleati che gli sono rimasti fedeli credono che in parlamento esista la possibilità di sostituire i voti del partito che lascia con altri voti, ma in questo caso si avrebbe di fatto un nuovo governo con tutti i problemi del caso, a partire dal fatto che si tratterebbe di un esecutivo sorretto da un gruppo di persone che non hanno una neppure vaga investitura rappresentativa per operare in questa direzione.

Naturalmente è assolutamente comprensibile che Conte si sia trovato nella condizione oggettiva di non potere dire nulla sulla fibrillazione politica di cui si trovava a far parte. Se avesse affrontato il tema avrebbe di fatto aperto quantomeno una pre-crisi e non la si può avere il giorno di San Silvestro, quando la sera il Presidente della Repubblica deve parlare agli italiani (in termini di speranza) e quando è evidente che dato il contesto avremmo avuto uno scorcio finale di pausa natalizia avvelenato da una situazione ingestibile.

Il premier lo sa benissimo e dunque si limita a dire che si affronteranno tutti i problemi “ad inizio gennaio”, termine sufficientemente vago per non rovinare le feste a nessuno e per avere il tempo di organizzare almeno un tentativo di gestione della crisi. Invece un punto interessante delle sue risposte lo si ricava dal modo con cui ha evaso le domande sul Recovery Plan. Si è capito bene che a Palazzo Chigi ci si è arresi a rivedere a fondo tutto quel che si era cercato di fare con spavalderia degna di miglior causa.

È stato detto che si farà in fretta, né ci si poteva esprimere diversamente, ma l’ammettere che l’obiettivo è giungere a conclusione in febbraio, termine ultimo fissato dalla Commissione UE, significa riconoscere che si è abbastanza in alto mare e al tempo stesso offrire il Recovery come lo spazio per rappattumare la maggioranza.

Speriamo non nei termini in cui si è lavorato per la legge di bilancio, perché sarebbe un disastro.


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