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Stretta di mano tra il presidente della Repubblica Sergio Mattarella e il presidente del Consiglio Giuseppe Conte

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Tempo di lettura 3 Minuti

UNA giornata al cardiopalma, con improvvisi oscuramenti e sbalzi di luce. C’è soltanto un dato, da cui iniziare: una telefonata del presidente della Repubblica a Matteo Renzi avrebbe scongiurato la crisi di governo. Avrebbe convinto il leader di Italia Viva a deporre le armi, dopo mesi di incitamento alla guerriglia verbale.

QUIRINALE DECISIVO

L’intervento è stato decisivo, anche se dopo quest’annuncio, la giornata è trascorsa nell’incertezza più completa. Perchè l’Italia politica, da quel momento, è rimasta appesa a un’espressione di Matteo Renzi, “approviamo questo benedetto Recovery”. Ed ha dato appuntamento a questa sera, quando a Palazzo Chigi è convocato il Consiglio dei ministri. Se fossero previsioni meteorologiche, si potrebbe parlare di freddezza tra le parti, tra renziani e governisti. Ettore Rosato, presidente di Italia Viva ha avuto da ridire a una battuta di Andrea Orlando, quando ha detto di essere contento che è passata la linea del Pd. “Non è il portavoce del nostro movimento”.

Ma a tarda sera, nonostante gli appelli, il testo definitivo del Recovery plan non era ancora approdato sulla scrivania giusta di Palazzo Chigi. Arriverà quanto prima, comunque. Ed entro domani si comprenderà se Conte resterà a Palazzo Chigi oppure se ci sarà il via libera a un governo istituzionale. E qui tra i nomi che si fanno, c’è quello di Marta Cartabia, ex presidente della Consulta.

Ma ancora non è chiaro se è appropriato parlare di rimpasto. “Dobbiamo correre” ha esclamato. Aggiungendo che “non si buttino via i soldi che non torneranno mai più. O li spendiamo bene o non spendeteli senza di noi”. Alla fine, le parole di Renzi sembrano stendere un velo di tranquillità su un quadro in continua evoluzione (ed ebollizione). La telefonata del Capo dello Stato che illumina un sentiero, finora buio, incrocia la frenata di Italia Viva che annuncia che avrà luogo stasera il Consiglio dei ministri per approvare il Recovery plan.

Poco dopo l’euforia esternata da Renzi, era calato un momento di pausa: “Non mi interessa il cambio di governo, ma come viene gestita la pandemia, noi abbiamo il più alto numero di morti, il peggior livello di Pil e siamo il Paese che ha fatto chiusure più toste, a cominciare dalla scuola”.

CRISI CONTROLLATA

Nessuno mostra di essere soddisfatto. Si delinea uno scenario di crisi controllata che passerà per le mani del presidente Mattarella. Il presidente non vuole inciampi politici nel momento in cui l’Italia attraversa le difficoltà della pandemia, quando c’è da seguire con attenzione il piano vaccinale e da tenere sotto controllo la curva pandemica che ha ripreso a salire.

Non lo è Renzi che ha fatto fatica a digerire la frecciata di Rocco Casalino, portavoce di Conte (“Se va in Parlamento a dire che lo asfaltiamo io dico, prego accomodatevi”). Né è felice Andrea Orlando, che pure sarebbe avanzato di grado in caso di cambio del manovratore (“L’accordo in generale non lo darei per fatto, ci sono molte questioni aperte. Sul Recovery siamo contenti che sia passata la nostra linea. Non è una cosa di questo governo e di questa maggioranza, è fondamentale che si metta in sicurezza e che non intralci il percorso per portarlo in Parlamento”).

LE TRENTA QUESTIONI

E tra le questioni aperte ce ne sono 30 indicate da Renzi nella lettera che ha inviato al Pd Bettini, il 6 gennaio scorso: Mes (il cui nodo se non viene sciolto rimane sul tavolo), Autostrade, Ponte sullo stretto di Messina, lotta all’evasione fiscale. Riforme, fino alle prossime elezioni comunali. Sono 100 pagine che Italia Viva vuole leggere e analizzare, con almeno una pausa di due giorni.

Ma il più complicato è il Recovery plan (vogliono dire quasi 20 miliardi di euro) sul cui esito si dovrebbero avere lumi nell’odierna serata. Il partito di Renzi ha già fatto sapere di dare l’ok. Le ministre Bellanova e Bonetti sono già pronte a uscire con una lettera. Al termine di questo oneroso capitolo, si aprirà la crisi controllata che dovrebbe passare per le dimissioni di Giuseppe Conte.

A questo punto interverrà ancora il Capo dello Stato che deciderà se accettare queste dimissioni o se invierà tutto al Parlamento. Si chiamano “dimissioni congelate”, utili per consentire a Conte di verificare la costituzione di una nuova maggioranza con un nuovo programma. In caso positivo, Mattarella accetterà le dimissioni del premier e gli conferirà un nuovo mandato. Così potrebbe avere inizio il Conte Ter per il quale sarà necessario un voto di fiducia in Parlamento.


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