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Il ministro Roberto Speranza

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Per il momento non c’è alcuna luna di miele per il governo Draghi. Anzi, si è trovato addosso dal primo giorno tutte le debolezze ereditate dalla situazione precedente. Non impatteranno subito sul percorso parlamentare che porta alla fiducia, ma peseranno e, se non riuscirà a tenerle sotto controllo, farà fatica ad ottenere i risultati che si propone, perché quelli hanno bisogno di un forte consenso nel paese e il clima per favorirlo non volge al bello.

La vicenda della drastica e improvvisa chiusura delle piste da sci è nel suo genere emblematica. Tutto deriva da una stagione precedente in cui il governo Conte alla caccia di popolarità ha ceduto alle pressioni delle categorie economiche per una strategia di promesse di riapertura: chiudiamo prima di Natale per non perdere le feste, poi chiudiamo nelle Feste di fine anno per riprendere meglio dopo, poi abbiate pazienza a gennaio, perché si riaprirà a febbraio. Il tutto condito da balletti sui colori, stupidamente vissuti come marchi d’infamia dai politici locali.

Era inevitabile che questo modo di procedere portasse ad un disastro, perché ogni impegno non mantenuto genera delegittimazione della politica, figurarsi quando l’inversione di tendenza arriva all’improvviso, dopo che tutti, dal mondo del lavoro che ruota intorno al circo della neve fino agli utenti che si sono organizzati una vacanza fidandosi di quanto asseriva il governo, si trovano spiazzati e pesantemente toccati nei loro legittimi interessi.

È dipeso da un evento catastrofico imprevedibile di quelli di fronte al quale tutti si arrendono? Non è così, o almeno non si è riusciti a rendere evidente che sia così. E qui sta il nodo che il presidente Draghi farebbe bene a sottoporre ad analisi. Quando ci sono svolte in qualche misura pesanti è necessario che in un sistema democratico ci sia un meccanismo di comunicazione adeguato e una capacità di leadership che si mette in contatto coi cittadini. In assenza di questo il sistema sbanda e lascia spazio all’emergere del suo sfilacciamento.

In questo caso il ministro Speranza ha brillato per la sua assenza, incapace di drammatizzare la situazione come andava fatto, di rivolgersi lui ai cittadini per spiegare e per garantire che si aveva in mano il controllo di una situazione della cui serietà si era davvero consapevoli. Sarebbe stato anche meglio lo avesse fatto direttamente Draghi. La prima conseguenza sarebbe stata l’identificazione da parte della pubblica opinione di una “guida” politica che aveva in mente la gestione del futuro, cosa che certo non emerge dall’ennesimo rinvio di qualche settimana di una data di apertura, in un contesto in cui, diciamoci le cose come stanno, il controllo sui comportamenti nelle varie zone colorate non è che sia splendido.

L’assenza di questa funzione di leadership ha dato spazio a due fenomeni su cui val la pena di riflettere. Il primo è lo spazio pubblico lasciato ai vari “consulenti” dei politici, con un protagonismo francamente inopportuno del prof. Walter Ricciardi.

Chi ha un ruolo di supporto ad un uomo di governo non deve occupare in prima persona un ruolo da protagonista. Le sue analisi sono un servizio al ministero e acquistano peso se vengono assunte dal governo, altrimenti rimangono ignorate. Chi vuole giocare un ruolo di protagonista nel dibattito pubblico, cosa ovviamente del tutto legittima, agisce in proprio senza che quanto propone faccia apparire un ministro come il suo sottoposto.

Naturalmente il fenomeno è complesso per il ruolo debordante che i talk show hanno assunto in questa fase. È difficilissimo costruire un “idem sentire” nel paese quando si è bombardati dalla sfilata di personaggi vari che battibeccano fra di loro come si potrebbe fare al bar, che si mettono a spargere suggerimenti alla buona, perché di meglio non si può fare nei mitici “tempi televisivi”. Eppure non si governa un paese tenuto in una costante situazione di iper-tensione (per non dire di iper-eccitazione).

Il secondo fenomeno a cui Draghi dovrà prestare attenzione è quello di una politica che è e sarà molto tentata di cavalcare le tensioni del paese.

La tregua nei fatti non c’è e va tenuto conto che le prossime scadenze elettorali amministrative non la agevolano di certo. La scelta, che capiamo benissimo essere stata obbligata, di avere un esecutivo mezzo tecnico e mezzo politico, costruito con lo sguardo agli equilibri fra e nei partiti, non pacifica il quadro. Le circostanze costringono tutte le parti in campo a concorrere all’operazione di salvataggio della nostra economia sociale con un uso opportuno dei fondi europei, ma dal lato opposto spingeranno tutte le forze a trovare il modo di rimettere in scena le loro retoriche specifiche, che serviranno loro per le prossime battaglie elettorali essenziali per marcare i rispettivi territori. Lo stiamo già vedendo.

Così il nuovo governo eredita dal passato una situazione pesante che vede insieme varie burocrazie che si sono abituate al ruolo di “servitori-padroni” e partiti che non hanno da proporre altro che le vecchie solite bandierine per segnalare all’elettorato la loro esistenza. Draghi dovrà lavorare per smontare questo contesto, perché la sua scommessa è ricostruire nel paese un consenso informato per potere affrontare una fase di ricostruzione lunga e complicata: proprio perché è un economista, sa che la fiducia è un ingrediente essenziale per questa operazione. E la fiducia va costruita.


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