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La politica se ne sta abbastanza col fiato sospeso in attesa di vedere come andranno le primarie del PD di Roma e Bologna. Per il resto, a parte un importante intervento di Draghi che cerca di evitare intoppi alla campagna vaccinale per il solito caos mediatizzato sui vaccini, poco da segnalare. Giusto la manifestazione a sostegno dei referendum sulla giustizia di Radicali e Lega con un improvvido intervento del presidente dell’ANM che si schiera a contrasto del meccanismo referendario (non delle proposte in campo il che sarebbe del tutto legittimo). Verrebbe da chiedersi se ai magistrati, almeno a quelli che vogliono occuparsi di politica, non sia il caso di imporre un po’ di conoscenza, oltre che del diritto, di storia delle istituzioni.

Per il momento però il focus è sull’attesa di vedere come uscirà il PD dalla prova delle primarie, rivendicate da Letta come un tratto caratterizzante del partito. Il fatto è che le primarie così come sono state concepite in una stagione a forte trazione populista hanno rivelato tutte le loro fragilità. Anziché essere basate su liste di elettori del partito che le promuove o dei partiti che si presentano in coalizione, liste stilate quando non ci sono in vista le candidature per cui si iscrivono quelli che vogliono partecipare ad un evento politico e non fare i fan del loro beniamino, sono aperte a chiunque quando sono noti a chi si presenta ad un seggio i candidati, purché dichiari del tutto senza controllo di essere un elettore della coalizione e versi un insignificante obolo (due euro).

I pasticci di questo sistema sono diventati ben noti, ma nelle prime esperienze servivano a far “vedere” masse di consenso verso questo o quel personaggio che si voleva mettere in campo: fosse Romano Prodi o Matteo Renzi, il sugo era più o meno quello. Adesso il sistema sta implodendo e, paradossalmente, per due ragioni opposte: a Roma perché non c’è competizione rispetto al candidato di bandiera del PD (dunque rischio di scarsa partecipazione), a Bologna perché la competizione è molto aspra fra un “designato” dalla nomenclatura ed una candidata che, a suo tempo bastonata da quella nomenclatura, cerca una rivincita sostenuta da una componente PD che vorrebbe ribaltare il quadro di potere locale.

Non sappiamo se sarà così nei risultati, ma nello schema si ripete quel che successe a suo tempo con Guazzaloca, che anche lui non era inizialmente estraneo al mondo della sinistra bolognese, ma che era stato sprezzantemente messo da parte per far posto ad una scialba candidatura espressa dal gruppo dirigente locale (una persona che non solo è stata sconfitta, ma è rapidamente del tutto sparita dalla scena pubblica).

A consegnare Isabella Conti a Matteo Renzi furono infatti le consorterie locali del mondo delle costruzioni che univano privati e coop (tutti poi travolti dal ridimensionamento del mercato immobiliare) che giudicarono intollerabile che una giovane sindaca del PD si permettesse di annullare una loro impresa di cementificazione, la quale aveva l’ostilità di una larga fetta dell’opinione pubblica. In quella difficile contingenza l’unico che sostenne la battaglia della Conti fu l’allora segretario nazionale Renzi, che aveva ancora fiuto per i sentimenti della gente, sicché non ci si può stupire se lei poi, riconfermata sindaca con percentuali bulgare, lasciò quel partito che tanto pesantemente l’aveva osteggiata per seguire colui che l’aveva difesa.

Raccontata questa storia, che non è molto nota a livello nazionale, la contesa di Bologna, molto aspra da una parte e dall’altra, finisce per diventare lo specchio delle due direzioni che stanno davanti al PD: il suo candidato sponsorizzato da Letta e altri big nazionali, Matteo Lepore, che incarna la virata verso Sardine, Cinque Stelle, estrema sinistra; la sua competitor, Isabella Conti, che punta a raccogliere tutti quelli che non vogliono vedere Bologna come portabandiera di questo pastrocchio politico nazionale. Pensare che comunque finisca una contrapposizione di questo genere porti ad una ricomposizione dei due elettorati nelle urne vere ci sembra una pia utopia.

Sarà piuttosto un piccolo, mal organizzato test sul futuro orientamento del PD: una prova che quel partito avrebbe fatto meglio ad evitare.


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