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«IL SUD è pieno di tesori! Ma nel Nord ce n’è uno, un grosso magnete che irresistibilmente attira indietro»: queste parole di Johann Wolfgang Goethe (negli “Epigrammi veneziani” – 1796), rievocano, in salsa PNRR, un grosso problema. I massicci investimenti previsti dal nostro PNRR, finiranno per beneficiare il Nord? Il modello produttivo del Sud può fornire i beni e i servizi necessari per questi esborsi? C’è il rischio che, dopo il primo round di spesa, i giri successivi del moltiplicatore finiscano essere spesi nel resto d’Italia (o del mondo…)?

La preoccupazione è legittima, dato che, come ha scritto Pasquale Lucio Scandizzo (in un intervento su Formiche.net) la «struttura produttiva, caratterizzata da una sostanziale dipendenza delle attività economiche meridionali da quelle del Centro Nord, fa sì che gli investimenti realizzati nel Mezzogiorno presentino degli effetti indiretti (i cosiddetti moltiplicatori) interregionali di cui beneficiano soprattutto le regioni settentrionali».

Il che ci porta all’interrogativo cruciale che pende sulle risorse (cospicue e benvenute) destinate al Meridione. Troppo spesso ci chiniamo sulle destinazioni del PNRR pensando che quei fiumi di danaro, che vengono a irrorare le terre riarse delle regioni meridionali, bastino a far fiorire una nuova stagione di sviluppo. Il problema è che, se è vero che le terre del Sud possono essere riarse ma sono fertili, è anche vero che il terreno, più è fertile, più gramigna produce a non coltivarlo. E questo ‘non coltivarlo’ è andato avanti per anni, principalmente a causa dell’insufficiente quantità di risorse che lo Stato ha incanalato verso le regioni meridionali. Se guardiamo solo alle quantità e agli impatti sul Pil, la questione meridionale sembra avviata a soluzione nel post-PNRR. Le previsioni di crescita, nei prossimi cinque anni, del Pil del Mezzogiorno danno un vantaggio, nell’aumento cumulato, di più di due punti percentuali rispetto al Centro-Nord (15,3% contro il 13,2%).

Ma, perché questo restringimento dei divari territoriali continui negli anni a venire, i fiumi di danaro non bastano. Oltre a re-incanalare risorse, è necessario cambiare altre rotelle dei meccanismi che determinano lo sviluppo. Soccorre qui il concetto di “Home-Market”. Quando sono presenti – come sono in effetti presenti in quasi tutte le produzioni – le economie di scala, conviene concentrare la produzione vicino al più grande mercato accessibile, in modo da beneficiare, con costi di trasporto ridotti, degli sbocchi che permettono di aumentare la produzione. Ecco spiegato il successo dell’industria del Nord, il cui Home Market è la parte più prospera dell’Europa centro-settentrionale. Il Mezzogiorno, invece, geograficamente lontano, ha finito per specializzarsi in settori maturi a bassa tecnologia: una trappola, questa, che, come scrive Scandizzo «impedisce lo sviluppo di fattori di crescita essenziali quali la tecnologia e il capitale umano. Il ritardo di sviluppo che consegue dalla attuale specializzazione produttiva e, allo stesso tempo le potenzialità di crescita stanno quindi nella capacità di orientare gli investimenti pubblici e privati nella direzione dello sviluppo dei fattori produttivi (soprattutto il capitale umano) e della mobilità, delle infrastrutture di trasporto e, più in generale, della logistica».

Ecco quindi la necessità di accostare la “quantità” degli investimenti al Sud con importanti aspetti di qualità. Qual è lo Home-Market dell’apparato produttivo del Mezzogiorno? La risposta sta nella cartina, che vede Calabria e dintorni come il centroide del Mediterraneo. Tutto questo richiede che gli investimenti siano diretti alle infrastrutture di trasporto – porti e non solo – necessarie a fare del Sud lo hub geografico del Mare Nostrum. E, per quanto riguarda la struttura produttiva, è chiaro che in quel caso il Mezzogiorno dovrà affrancarsi dalle manifatture a bassa tecnologia, che migrano nei Paesi rivieraschi. Dovrà reinventarsi salendo nella scala del valore aggiunto e facendo leva su quel capitale umano che il Sud possiede e che, a parte le isole di eccellenza nel Mezzogiorno, oggi in gran parte emigra verso il resto d’Italia o all’estero. Ecco – di nuovo – la necessità di investire le risorse del PNRR destinate al Mezzogiorno anche nell’istruzione e nella formazione.

E la digitalizzazione? Qui bisogna sfatare un equivoco. Nelle regioni italiane è in ritardo. Ma la minorità del Sud non è un problema di offerta. Come già rimarcato su queste colonne (vedi “Il Quotidiano del Sud” del 31 agosto), traendo spinto da un recente studio della Banca d’Italia («I divari infrastrutturali in Italia: una misurazione caso per caso», di Mauro Bucci, Elena Gennari, Giorgio Ivaldi, Giovanna Messina e Luca Moller, nella collana «Questioni di Economia e Finanza») l’offerta – cioè la disponibilità della rete – è generosa con il Sud, ma la fruizione dei servizi digitali è molto più elevata al Nord. Come recita la Relazione annuale 2020 dell’Agenzia per le Comunicazioni, “in definitiva, tali evidenze mostrano ancora una volta la necessità di affiancare alle politiche di offerta (grazie alle quali si sono raggiunte importanti coperture della banda larga e ultra-larga nella gran parte delle zone del Paese) interventi dal lato della domanda, ossia che stimolino la diffusione dei servizi presso la popolazione italiana”.

Quindi, gli interventi di miglioramento del capitale umano spontaneamente porteranno a una più alta domanda di servizi digitali, rispetto ai quali l’offerta è già congrua. Insomma, cercate – nella crescita – quantità e qualità. E «tutto il resto vi sarà dato» (Matteo, 6-33).


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