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Un manifestante No pass durante gli scontri di Roma (LaPresse)

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Cui Prodest? A chi giova una situazione schifosa come quella di questi giorni, di queste ore, e cioè quella di questa campagna elettorale?

Dal caso Morisi al Barone Nero, ovvero lo scandalo sessuale che coinvolge l’ex capo dei social leghisti e la vicenda della Lobby Nera raccontata da Fanpage, per arrivare, infine – sempre sperando che sia finita – all’assalto forzanuovista al palazzo della Cgil.

Le provocazioni violente fanno il gioco di chi il potere lo ha, si sa, e di tutta questa porcheria, dunque, tra i contendenti nella gara elettorale – e soprattutto nella sfida più simbolica, quella di Roma – chi ne beneficerà?

Alla risposta ci arriviamo tra poco.

Gli anni ’70 di questi giorni – la strategia della tensione e l’allarme fascismo – dureranno fino a lunedì, con Gualtieri che vince a Roma su Michetti per far tornare così la santa pace: il Papa ne sarà contento, contentissima Greta Thunberg e figurarsi la felicità di Chiara Ferragni. 

Il Pd che oggi chiede lo scioglimento di Forza Nuova si dimostra però ingrato, dovrebbe piuttosto riservare a Roberto Fiore un assessorato – Sviluppo economico e lavoro, oppure alle Infrastrutture – giusto per ringraziare gli assalitori del palazzo della Cgil i quali hanno agevolmente assicurato la volata a questa specie di Kostantin Cernienko della Ztl che è Gualtieri.

A partire da giorno 20 ottobre, a urne chiuse e col sindaco nuovo, Enrico Letta non se ne starà più col pugnetto chiuso, smetterà i toni queruli da Democrazia Proletaria, la destra sarà ricacciata nelle fogne e le Brigate Cairo – tutta La7, coi fazzoletti rossi al collo de* conduttor* – potrà restituire le istituzioni repubblicane, scampate alla bestia nera, alla democrazia e alla ritrovata libertà.

Per non parlare del Corriere della Sera che dal cerchiobottismo di Paolo Mieli è arrivato all’obiettività di Luciano Fontana – sempre a proposito di Brigate Cairo stiamo parlando – che ancora ieri affidava due servizi giornalistici, uno a Tommaso Labate e l’altro a Fabrizio Roncone per raccontare col primo la laboriosa e luminosa giornata di Gualtieri – nel lucore della via dell’avvenire – e irridere, col secondo, per tutto il pezzo, lo stralunato Michetti. 

E qui si capisce a che punto è la notte della frenesia elettorale. Quello di Roma, infatti, non è un ballottaggio per il Municipio, è un giudizio di Dio. È la sfida tra il Bene – stretto intorno all’Arco Costituzionale evocato da Peppe Provenzano – e il Male, ossia Giorgia Meloni.

La leader di Fd’I che osa portare il proprio candidato a un passo dal Campidoglio, alla testa della coalizione di centrodestra, d’improvviso diventa il mostro nazifascista cui addossare tutte le responsabilità, compresa – tra quelle storiche – questa dell’assalto alla Cgil malgrado abbia immediatamente dichiarato la sua solidarietà a Maurizio Landini con parole assolutamente sincere e non di circostanza.

Nessuna persona di buonsenso ha mai pensato di accostare Enrico Letta agli episodi di violenza politica di cui la cronaca è pur ricca. Sono tanti i gazebo, i banchetti elettorali di Lega e Fd’I devastati di cui s’è persa memoria. La sede della Cisl, attaccata nel 2020 da gruppi dichiaratamente di sinistra, non ha quasi voce e nulla di quanto è accaduto, per mano dei compagni che sbagliano, ha mai scatenato l’automatismo che nel caso di Meloni, invece, è stato immediato.

Nessuno mai ha chiesto ai leader del Pd – ma giustamente – di dissociarsi da simili azioni. Nel caso di Meloni, invece, c’è questo inaudito sabba, un vero e proprio gioco di società cui partecipano tutti come a voler considerare già nella parola “destra” un connotato negativo, una qualità minore, un destino tutto da compiere meritevole di un altolà obbligato che – con le buone o con le cattive – riesce sempre. E alla risposta alla domanda – cui prodest? – siamo alfine arrivati: riuscirà anche questa volta.

Ps.: Chiediamo a un alto dirigente del Pd dettagli sulla mozione contro Forza Nuova, e cioè quando la presenteranno, quando si discuterà e si voterà. Risposta: “Bisogna fare in fretta, discuterla e votarla entro lunedì, altrimenti non ha senso”. Un alto dirigente del Pd. Come dire, dopo i ballottaggi non si parlerà più di Forza Nuova e di antifascismo. Ecco come ragionano. Ed ecco come vincono.


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