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Il presidente della Repubblica che sarà eletto a breve, avrà l’opportunità storica di attraversare ben tre legislature. Dovrà portare a compimento questa legislatura che scadrà nel 2023 (ma potrebbe finire anche prima, se le cose dovessero precipitare).

Presiederà quindi la 19esima legislatura che – già lo sappiamo – sarà connotata da una novità straordinaria: la riduzione del numero dei parlamentari. Un fatto nuovo nella storia delle nostre istituzioni che non potrà non avere delle conseguenze importanti sul loro funzionamento.

Nel frattempo, l’Italia dovrà tener fede ai suoi impegni per la realizzazione di un Piano nazionale di ripresa e resilienza che ha una durata di sei anni, dal 2021 al 2026, e una dimensione totale di 672,5 miliardi di euro (312,5 sovvenzioni, i restanti 360 miliardi prestiti a tassi agevolati) tutti provenienti dai finanziamenti europei stanziati dal Next Generation Eu.

Infine, aprirà una terza legislatura nel 2028, sempre che la precedente si concluda a scadenza naturale. Si apre, insomma, per il futuro inquilino del Quirinale – chiunque sia – una stagione molto impegnativa.

Ma queste scadenze possono richiamare un mandato politico esplicito per il presidente della Repubblica? Non serve scomodare qualche sommo costituzionalista né impegnarsi in dotte disquisizioni per ricordare che la figura del capo dello stato, nella Costituzione italiana, è nettamente distinta da quella del presidente del consiglio. L’inquilino del Quirinale deve muoversi tra paletti abbastanza precisi che non prevedono un impegno diretto nell’attività esecutiva né in quella legislativa.

Usando dei termini un po’ più grossolani possiamo dire che il capo dello stato non è eletto per fare attività politica. In questi giorni, non a caso, l’espressione “super partes” è tra quelle più gettonate.

E tuttavia. Difficile negare che ognuno dei 12 presidenti in carica della storia della Repubblica abbia interpretato con una qualche originalità il suo ruolo. Specie a partire dal momento in cui la crisi del ruolo dei partiti si è fatta più evidente.

Sandro Pertini per esempio, con una scelta assolutamente politica, affidò per primo l’incarico di presiedere il governo a un laico come Spadolini, dopo decenni di incontrastato dominio della Dc. Subito dopo la caduta del Muro di Berlino e poco prima dello scoppio di Tangentopoli,

Francesco Cossiga, nell’ultimo biennio del suo mandato, sicuramente conscio della crisi emergente del sistema politico, cominciò – come si disse allora – a ‘picconarlo’ abbandonando del tutto l’immagine di grigio notaio incarnata fino al quel momento.

Oscar Luigi Scalfaro tentò di governare le spinte antisistema di quella fase storica, cercò di conciliare l’indirizzo bipolarista e maggioritario della ‘Seconda Repubblica’ con il quadro costituzionale vigente, provo a gestire per primo l’eccezionale epifania politica di Silvio Berlusconi.

Non è stato un caso, se Carlo Azeglio Ciampi, già governatore della Banca d’Italia, presidente del consiglio e ministro dell’economia, sia stato il presidente che ha accompagnato l’uscita dalla Lira e l’ingresso dell’Italia nell’Euro.

E che dire di Giorgio Napolitano, il presidente che chiuse l’esperienza dell’ultimo governo Berlusconi praticamente con un atto d’imperio, allo scopo di salvare l’Italia dal precipizio economico? “Re Giorgio” è anche stato il primo capo dello stato ad accettare la rielezione pur di avviare un percorso di riforme costituzionali. Sappiamo come finì: tutto si arenò nelle sabbie mobili dell’inerzia parlamentare, nonostante il tentativo della commissione Letta.

Lo stesso Sergio Mattarella, riconosciuto da tutti come figura super partes, ha spesso fatto pesare il suo ruolo: per esempio quando, di fronte alla paralisi dei partiti dopo le elezioni del 2018, diede l’incarico di formare il governo a Carlo Cottarelli; quando, nel nome della difesa dell’Euro e della collocazione pro-Ue dell’Italia, impedì a Paolo Savona di fare il ministro dell’Economia nel governo gialloverde; infine quando, dopo la caduta del governo Conte 2, diede l’incarico a Mario Draghi, la figura che meglio di tutte poteva incarnare l’autorevolezza e la competenza necessarie per condurre in porto il Pnrr.

Insomma, come ha ricordato Mattarella nel suo ultimo discorso di capodanno, è vero che il capo dello stato deve “farsi carico esclusivamente dell’interesse generale, del bene comune come bene di tutti e di ciascuno”. Ma è anche vero che l’interpretazione di che cosa sia – in concreto e nel contesto storico – questo bene comune costituisca la vera sfida di ogni settennato.

Un esempio? Non c’è alcun dubbio che l’attuazione del Piano di ripresa e resilienza resti in cima agli obiettivi del paese da qui al 2026. Il prossimo PdR dovrà accompagnare questo percorso, a partire dalla definizione del governo, per raggiungere quel risultato che coincide esattamente con l’interesse generale del paese nell’ancoraggio saldo all’Unione europea.

Ma, dopo anni in cui i partiti hanno cercato di nascondere la polvere sotto il tappeto, c’è un’altra sfida che ritorna: quella delle riforme istituzionali. Le democrazie occidentali funzionano sulla base di due requisiti fondamentali: soggetti politici forti e istituzioni forti. Non sempre i due requisiti sono presenti contemporaneamente. In Francia per esempio, i partiti attraversano la stessa crisi di quelli italiani, ma le istituzioni – grazie al semipresidenzialismo – garantiscono il buon funzionamento del governo. In Germania, il sistema stabile dei “due partiti e mezzo” è stato travolto, ma la cultura politica e la capacità coalizionale delle leadership garantisce la stabilità di governo. In Italia, invece, sono deboli sia le istituzioni (già tre governi in questa legislatura e potrebbe essercene un quarto) che i soggetti politici (tale è la frammentazione che nessuna coalizione è oggi in grado di eleggere da sola il presidente della Repubblica alla quarta votazione).

In più, la pandemia ha fatto emergere con chiarezza il difficile equilibrio tra autonomie regionali e governo centrale. Infine, nella prossima legislatura, la riduzione dei parlamentari apre nuovi scenari. Per affrontarli sarà probabilmente necessario mettere mano alla legge elettorale e adeguare i regolamenti parlamentari rivedendo i numeri dei gruppi e la composizione delle commissioni.

L’efficacia del nostro bicameralismo perfetto e la stabilità dei governi sono altri temi da affrontare con urgenza. Anche per far contare di più l’Italia nel contesto europeo. Finora abbiamo retto grazie a figure di grande carisma come Mario Draghi e Sergio Mattarella. Ma non può funzionare sempre così. Il prossimo capo dello stato, la cui influenza condizionerà ben tre legislature, sarà certamente interpellato da queste sfide.


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