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Sia che si tratti di una nuova ondata o del proseguo della Grande Epidemia (come la chiamano ormai i tecnici e, in coda a loro, i media, i dati del contagio da Covid-19 stanno sollevando parecchie preoccupazioni, tanto da indurre il governo a prorogare lo stato d’emergenza fino a tutto il prossimo mese di gennaio e ad imporre un giro di vite – per ora limitato ad alcune misure – allo scopo di rafforzare la prevenzione. In realtà, si ha l’impressione che le prescrizioni – soprattutto quelle prioritarie riguardanti l’utilizzo della mascherina – siano dettate a richiamare l’attenzione dell’opinione pubblica sulla nuova situazione, piuttosto che garantire una maggiore efficacia nel contenimento del contagio.

LA PREVENZIONE

In ogni caso, indossare la mascherina, secondo le regole, è un atto di educazione e di rispetto degli altri, e, per di più, comporta il solo rischio che si appannino gli occhiali. Le bravate dei no mask sono pericolose per i partecipanti alle iniziative da loro promosse, ma anche per le persone con cui verranno a contatto. Capisco che, in un Paese libero, non è consentito vietare l’esercizio dei diritti che costituiscono l’essenza della democrazia. Ma se le autorità non sono in grado – come è capitato più volte – di far rispettare le regole nelle situazioni di reale pericolo (come la manifestazione in Piazza San Giovanni a Roma o le adunate all’insegna dei selfie di Capitan Salvini), non ha senso prendersela con la movida e criminalizzare i giovani.

A Roma si sono radunati gruppi di varie umanità. Il fatto che non fossero tanti (come è avvenuto in altre capitali europee) non va sottovalutato. Per questi motivi occorre calibrare bene i prossimi interventi, confidare nel buon senso delle persone piuttosto che imporre dei comportamenti persecutori come il “numero chiuso’’ per le ricorrenze famigliari e, in pratica, il divieto dei raduni privati. In che modo le autorità potranno disperdere le cene in famiglia? Avvalendosi delle delazioni del vicino di casa e facendo irruzione nelle abitazioni private? Abbattendo le porte se il proprietario rifiuta d’aprire? Ma il passaggio cruciale di questa fase – dobbiamo esserne consapevoli – è un altro. Se occorre un supplemento di cautela e disciplina per contenere il virus malefico, si proceda con razionalità, ordine, efficienza e rigore.

IL TERRORISMO

È però più importante impedire che riparta un secondo virus, ben più insidioso del primo: il contagio del panico. Sotto quest’aspetto è fondamentale il contributo – che può essere negativo o positivo – dei media. Durante la prima fase – è la mia opinione – i media – soprattutto televisivi – sono stati più nocivi di uno sciame di cavallette (è capitato anche questo nei mesi scorsi) su di un campo di grano. Hanno contribuito a terrorizzare l’opinione pubblica, martellandola per intere giornate con veri e propri bollettini di guerra a scadenze fisse e titillando il protagonismo dei virologi “l’un contro l’altro armati’’.

Nessuno pretende di imporre ai media la “linea politicamente corretta’’, ma è loro dovere – in questo momento – rappresentare al Paese le sostanziali differenze che esistono oggi nella lotta al contagio rispetto a quelle dei primi mesi dell’anno. Bisogna togliere dalla testa della gente l’equazione contagio = morte. È ormai accertato che essere positivi non significa più essere gravemente malati e a rischio della vita, ma, nella maggior parte dei casi, essere asintomatici o lievemente indisposti.

I nosocomi, prima presi d’assolto, si sono rafforzati, si avvalgono di protocolli sperimentati e di terapie più efficaci (anziché sperare in una vaccinazione salvifica è molto più opportuno e razionale dedicarsi alla prevenzione e, soprattutto, alla cura). Nei giorni scorsi un famoso giornalista, contagiato anch’esso, ha descritto, in un programma televisivo, le sofferenze a cui ha dovuto assistere tra i ricoverati da Covid-19. Probabilmente, se avesse potuto fare un giro in altri reparti avrebbe trovato analoghe sofferenze tra gli affetti da altre gravi patologie, i quali – come è già avvenuto – rischiano di vedersi rimandare interventi chirurgici importanti per la loro salute e sopravvivenza.

I VERI DATI UTILI

Un giorno ci diranno – spero almeno come stima – quante persone sono decedute in conseguenza della priorità riconosciuta ai malati di coronavirus. È necessario che l’informazione fornisca un contributo di conoscenza più approfondita. Non è di nessun aiuto fornire quotidianamente tre numeri: quello dei nuovi contagiati, dei decessi e dei guariti. Occorre rendere pubblici – immagino che le istituzioni preposte dispongano di questi dati – i profili sanitari dei contagiati (specie se deceduti), il loro ambiente di vita, le circostanze del contagio, se si tratta di luoghi pubblici, di posti di lavoro, di locali privati o di incontri senza distanziamento sociale, di uso del trasporto pubblico.

Negli ultimi giorni i tg hanno detto che 4/5 dei contagi avvengono in famiglia. È evidente che il virus per entrare tra le mura domestiche non suona due volte come il postino: il covid viene “’come un ladro nella notte’’. Ma se questa è la realtà, che cosa potrebbe risolvere il ripristino del lockdown se non ammazzare del tutto un’economia gravemente ferita, ma ancora vitale? Abbiamo imparato a nostre spese che il virus non se ne va perché non trova più nessuno da infettare. Aspetta con pazienza la riapertura. E quindi ce lo ritroveremo, per necessità, all’uscita dall’apnea per riprendere fiato. È meglio, allora, prendere tutte le precauzioni del caso, sia pure con ragionevolezza, ma accettare l’idea di dover convivere per un tempo indefinito con il virus. Come ha detto Ignazio Visco nell’intervista al Corriere della sera (ripetendo un concetto già espresso nelle sue Considerazioni finali) l’evoluzione della pandemia è una variabile imprevedibile ed è la principale ragione dell’incertezza sul futuro prossimo. In quella sede istituzionale Visco mise in evidenza anche i buoni motivi della speranza. Oggi, di questi motivi ne esiste qualcuno in più. Intanto, sappiamo che almeno per ora, nei grandi agglomerati di persone la situazione sembra sotto controllo. I dati riguardanti le scuole – forniti dal ministro Azzolina – non sono allarmanti. Ciò è vero anche per quanto riguarda il mondo del lavoro. Il riferimento è dato dal numero degli infortuni da Coronavirus.

LE CHIUSURE SBAGLIATE

Dall’inizio dell’anno a fine luglio sono stati 51mila i lavoratori colpiti (sul lavoro e in itinere è considerato infortunio) e più di 270 i decessi.  L’analisi per professione evidenzia che la categoria dei tecnici della salute, essendo in prima linea, è quella più coinvolta da contagi. Tutto ciò dimostra comunque che i siti “organizzati’’ secondo le regole disposte, sono quelli meno insicuri; e che, per questo motivo, sarebbe sbagliato, ad esempio, chiudere i negozi, i bar, i ristoranti e quant’altro di simile dove i gestori di quell’attività sono i primi a essere interessati a disporre le cose in modo corretto, per la sicurezza non solo dei clienti e degli avventori, ma di loro stessi, dei dipendenti e dei famigliari.

Prudenza, serietà, dunque; evitare però l’abisso del lockdown, che a questo punto determinerebbe effetti più gravi di qualunque pandemia. Certo non aiutano persone come Vittorio Sgarbi che va in tv a sostenere che negli Usa ci sono meno morti, in percentuale sulla popolazione, che in Italia. Salvo ribadire più volte, senza ombra di dubbio, che gli abitanti degli States sono un miliardo (quando in verità sono meno di 330 milioni) senza che nessuno – conduttrice e altri ospiti – lo corregga.

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