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Ospedali di nuovo in affanno a causa della pandemia

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Regioni che chiudono, altre che vogliono aprire, altre ancora che si attribuiscono competenze legislative e amministrative delle quali sono prive. In un anno di emergenza pandemica, il regionalismo mette a nudo le sue criticità e le sue inefficienze. In poche parole è stato un completo fallimento. I capetti delle Regioni hanno tenuto in ostaggio i governi e hanno tentato, ognuno per proprio conto, di dettare legge.

La tanto decantata autonomia è passata da cultura dell’autogoverno responsabile a egoismo territoriale: basti pensare alla vicenda dei vaccini con alcune Regioni pronte a fare da sé senza poi riuscire nell’impresa. Vedremo poi cosa avverrà se in Campania dovesse arrivare il vaccino russo Sputnik, il primo caso di acquisto diretto di una Regione, il cui arrivo e utilizzo è legato all’autorizzazione di Ema e Aifa.

Le difficoltà incontrate, soprattutto nella prima fase dell’ondata del Covid-19, in Regioni considerate come modelli hanno evidenziato che prioritari non erano tanto i valori costituzionali, la salute in primis, quanto le rivendicazioni delle competenze in materia di sanità, esercizi commerciali e la gestione del territorio. La genesi del fallimento va ricercata sicuramente nel taglio continuo che il Sistema Sanitario Nazionale ha subito nel corso degli anni (37 miliardi di euro solo nel decennio 2010-2019), ma anche nello spostamento progressivo delle risorse residue, a livello regionale, dal sistema pubblico a quello privato, delegando a quest’ultimo le cure meno costose, e quindi più redditizie, come la diagnostica, la gestione delle case di riposo e l’assistenza domiciliare, rendendo nel contempo più fragili gli altri settori di cura del servizio pubblico, che oggi si dimostrano indispensabili nel contrastare l’epidemia. Oltre a questa combinazione letale di regionalizzazione, tagli e privatizzazioni, l’Italia si è fatta trovare sguarnita di un piano operativo per affrontare l’epidemia, tenendolo solo sulla carta, nonostante questo fosse stato fortemente raccomandato dall’Organizzazione Mondiale della Sanità.

NORD EST BOCCIATO

L’organizzazione scelta dalla regione Veneto del leghista Luca Zaia, racchiusa nei Piani Socio-Sanitari, evidenzia una visione ospedalocentrica dell’assistenza, che dequalifica la medicina di territorio. Negli ultimi anni sono stati dismessi molti ospedali e presidi territoriali, creando una rete assistenziale a maglie molto larghe. In tempo di pandemia, durante la quale è stato necessario dedicare interamente alcuni ospedali alla cura dei malati di Covid-19, come è stato fatto, ad esempio, con gli ospedali Santorso, in provincia di Vicenza, e il Magalini a Villafranca di Verona, vaste porzioni di territorio sono rimaste sguarnite per ciò che riguarda la gestione delle ordinarie emergenze (incidenti stradali, infarti, parti), aggravando il rischio di morti collaterali all’epidemia.  La privatizzazione delle attività ambulatoriali, la riduzione dei posti letto, che segna oltre 800 unità in meno nel servizio pubblico rispetto al 2013, con un concomitante ed equivalente aumento di quelle a gestione privata accreditata, hanno impedito una adeguata risposta da parte del Servizio sanitario regionale, mettendo in crisi il gestore pubblico, che risulta sempre più marginale.

Altro emblema del fallimento del regionalismo è il Friuli Venezia Giulia governato da un altro leghista, Massimiliano Fedriga, che è la peggiore regione d’Italia per incidenza del contagio. «Il fallimento della strategia di contrasto al Covid in Friuli Venezia Giulia non si può più nascondere dietro alle cascate di numeri dell’assessore Riccardi: parla per lui l’allarme lanciato dal capo della task force regionale Fabio Barbone dicendo che siamo sotto una ‘sferzata tremenda’. Il danno è fatto, ma auspichiamo che al più presto si ricominci a fare programmazione e coordinamento al posto di improvvisazione ed emergenza. Dopo un anno di pandemia, siamo stati di nuovo colti di sorpresa, impreparati e con gli ospedali saturi. Dobbiamo parallelamente porre il tema del fallimento dell’Azienda regionale di coordinamento della salute nel coordinamento delle aziende sanitarie regionali sia in sanità che nel sociosanitario». A mettere nero su bianco è uno dei membri della commissione Paritetica Stato-Regione Salvatore Spitaleri. Per l’esponente dem «una struttura tecnica all’altezza consentirebbe al decisore politico di fare le scelte in maniera più ponderata, adeguate alla macchina, in grado di essere recepite in tempo, più tempestive di quanto avvenuto con le linee di gestione approvate ad anno abbondantemente iniziato. Dall’altro, le competenze organizzative dell’Arcs avrebbero potuto programmare le esigenze dei professionisti e dei territori in modo più equilibrato, assumendo la interlocuzione tecnica ed evitando di scatenare guerre tra medici e professionisti. Dobbiamo preservare il sistema sanitario regionale affinché – conclude Spitaleri – la pandemia non faccia una ulteriore vittima: il futuro del sistema sanitario regionale».

Più che il cattivo funzionamento del sistema sanitario, il vero problema è stata l’impossibilità di accesso al servizio sanitario, di cui molte Regioni, in particolare nel Mezzogiorno, sono responsabili dal momento che esercitano una competenza legislativa e amministrativa in materia di tutela della salute.


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