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Mario Draghi in visita a bari all'Itis Cuccovillo

Tempo di lettura 7 Minuti

Con le mani in pasta nella storia, l’Italia si presenta forte davanti all’Europa, e a concorrere tornano l’idealismo, la capacità e la dedizione. La crescita, la competenza e l’innovazione. Tutte materie di cui i giovani restano massimi esperti. E Mario Draghi ne prende atto, scendendo fin dentro al tacco dell’elegante stivale italiano. Nella scuola pugliese, fin dentro il cuore del Mezzogiorno, dove alle incertezze e alle paure, si contrappongono le ambizioni dei giovani. Il coraggio, l’ostinazione, il senso altissimo dell’onore e del paese.

Ed è ai giovani che vuole parlare l’Italia. Ai giovani, vogliono rivolgersi la sua politica e il suo civismo. Ai giovani, Mario Draghi, vuole mettere nelle mani la bandiera. Perché essi sono il vessillo e l’orgoglio. Il petalo dorsale del paese. L’investimento più importante e longevo da fare.

È vero, presidente, troppo spesso l’Italia si è dimenticata dei suoi ragazzi e delle sue ragazze. Per troppo tempo, il capitale giovanile di cui l’Italia è ricca, è stato messo al margine della sua crescita, non rendendola mai effettiva.
Se il presente passa, il futuro è già passato. Le attese dei nostri ragazzi, devono ritornare al centro delle azioni di governo. Essere la punta di diamante di un governo attivo, la “giovane Italia”, fondata sull’Italia unita.

Il paese più bello del mondo siamo noi, l’Italia tutta intera che resiste.
L’istruzione, presidente Draghi, deve abbattere le disuguaglianze, rendendo il paese pari, e mai più impari. L’opera che istruisce, deve essere una grande opera. Abbastanza grande, da stare alla base della sua crescita.

L’Italia non può scontare, sulla pelle delle nuove generazioni, la vecchiezza dei suoi sistemi malfunzionanti, o bruttamente rivisti. Li strappi del tessuto sociale giovanile vanno ricuciti e dalla mano di uno stesso tessitore. E lo Stato è maestro. L’Italia è nella sua giovane visione che deve aprirsi al mondo. Spalancando le sue bellezze, le sue capacità, la sua forza, i sui ragazzi e le sue ragazze.

Se è forte la scuola, diventa fortissimo il paese.

È nella scuola che, oltre a formare, bisogna individuare le inclinazioni dei singoli ragazzi, intercettare i loro talenti. Ma serve una scuola unitaria, in un paese unitario, entrambi in grado di permettere ai giovani del Nord e a quelli del Sud, di essere identificati inequivocabilmente come giovani italiani, e poter partecipare tutti, in egual misura, attivamente e democraticamente, alla vita del paese. E dice bene lei, presidente, è questione di dovere civile e giustizia sociale. Si avvii una trasformazione epocale allora, che non risulti però semplice progetto di governo occasionale, ma una necessità civile. E ogni programmazione diventi ambiziosa, coinvolgendo la scuola. Affinché essa sia riconosciuta come il principale partner della trasformazione.

Vanno colmati i divari di genere è vero, ma parimenti a quelli culturali e a quelli geografici. Il Sud ha bisogno di recuperare l’idea dell’Italia, e l’Italia ha urgenza di puntare sul suo Sud. Una fucina di occasioni e opportunità per tutto il paese. Serve una riscoperta fiduciosa delle parti, e che solo alla genialità dei giovani può essere affidata. Lo Stato si faccia allora mandante, e nomini i suoi ragazzi, mandatari. Li metta nelle condizioni di trasformare, o anche solo riorganizzare, l’Italia. E faccia uscire dalle loro mani, e dalle loro menti, il paese in cui sognano di vivere. Che non è un azzardo questo atto di fiducia, ma una bella e importante sfida. I giovani hanno coraggio, determinazione, e quando serve sanno essere “giustamente” incoscienti. E ogni giovane “giustamente” incosciente, è già un uomo geniale.

La scuola è il vero motore di ricerca del paese. Non ve ne sono altri. È la fonte di approvvigionamento in assoluto. Ed è tra le pieghe dell’umano che essa racconta e rappresenta che è possibile intercettare moralità, onore, cuore che batte. Efficienza, capacità, valore. Individuare il dato mancante per la ricostruzione. Ma va sostenuta e accompagnata, la scuola. E dalle forza di governo. Dalla centralità del paese.

Va proseguita in quel poi che a tutt’oggi, al Sud soprattutto, risulta ancora troppo debole. Nelle aree spoglie, in quelle depresse. In Calabria ad esempio, la scuola è sola. Il post-scuola è un’offerta che non si riesce a dare. L’elemento mancante. L’assenza di grandi imprese pubbliche e private, non innesca processi di rapido sviluppo economico, e l’emigrazione intellettuale riempie ancora i treni di lunga percorrenza. Ecco, qui l’investimento dovrebbe essere maggiore. Anche sproporzionato, se vogliamo, rispetto al resto del paese, e giusto il tempo di mettere il linea l’Italia. Ma se ciò non accade, se per fare l’unità ne sono stati spediti mille, a continuare la frammentazione ne partiranno milioni.

Il Sud sarà anche pigro, ma sulla misura dell’offerta è davvero troppo povero. E la scuola da sola, pur producendo ricchezza, non essendo mantenuta dall’indotto, non è in grado di trattenerla.

Il cambio di passo deve essere totale. Deve avere la natura di un fatto e non di un proclama. La scuola ha un compito unico ed inequivocabile. È Stato ed è scuola. Se falla questa istituzione qui, falla il paese. Se crolla, viene giù tutto. È per questo dunque che è necessario educhi e convintamente a partire dall’identità culturale delle singole unità territoriali che la costituiscono. A partire dai paesi che organizzano le regioni. E secondo il principio dell’antropologia. Valorizzando e non deprimendo. Integrando e non escludendo. Centralizzando invece la formazione umana sulla varietà delle culture legate ai luoghi e alla storia, a cui i suoi singoli studenti appartengono. Quella stessa storia che ha dato all’Italia i giovani migliori di sempre, e che viene tramandata dalla straordinarietà della letteratura, in cui il valore dell’Italia viene espresso approfonditamente e mai di sintesi. L’arte nobile di cui siamo i figli, e con cui i nostri ragazzi dovranno potersi continuare a formare.

Ma ci sono ancora troppe carenze, presidente, gap, che forse sono mancanze dovute magari a leggerezze di parte, o a questioni di logiche differenti, ma che purtroppo non consentono di affermare l’equità fin qui esaltata. Sempre la Calabria, soffre ad esempio, e gravemente, la totale esclusione dai libri di testo. Quella dei suoi genti, intendo. E questo nonostante abbia dato all’Italia, le mani e le menti dei suoi giovani migliori. Corrado Alvaro, all’età di dieci anni, lasciò la sua San Luca e l’Aspromonte per avere una buona istruzione. Suo padre lo pretese. È nel collegio Mondragone a Frascati che infatti si alimenta l’uomo mediterraneo e lo scrittore europeo. Saverio Strati, lasciò la sua piccola Sant’Agata del Bianco alla volta di Firenze, dopo essere stato allievo di Giacomo Debenedetti all’università di Messina, e per dare vita all’opera letteraria italiana più importante del secondo novecento. Eppure nessuno di loro ha mai accompagnato la formazione dei nostri giovani. Di quelli italiani, intendo. Di tutto il paese. Che al fianco di Verga e Pirandello avrebbero dovuto trovare almeno Corrado Alvaro. E istruirsi con il suo pensiero, la sua poetica, l’Europa che ha rappresentato. In fondo la politica è una forma alta di letteratura, e la letteratura una forma nobile di politica. E la storia a metà non è una buona storia.

Se la scuola è da considerarsi una forma di bellezza, allora sia, ma si dia ai giovani questa occasione. Si completi l’offerta, presidente. Il sapere, oltre a rendere umani, monetizza. E il Pnrr insegna che va saputo gestire, che un buon investimento va saputo fare. Ha bisogno di teste pensanti, di menti sapientemente e ben formate. E non vi sarà alcun buon investimento se non si ha un piano di formazione “culturale” importante e forte in grado di riunire le due Italie. E il primo vero piano nazionale di ripresa e resilienza deve essere fondato sulla scuola. Sulla sua architettura umana, che è la sola formula “salvatrice” contro la depressione attuale che il paese soffre, in grado peraltro di dare alla scuola inanimata, l’anima, e al paese infelice, la felicità. I giovani messi al centro della politica economica del paese, non come figuranti ma protagonisti, sarebbero il vero effetto speciale di un Pnrr sapientemente gestito.

Nei mesi passati, nella prospettiva di una “giovane Italia”, quale principio di sviluppo ottimale del paese, proprio la Calabria, chiede al Ministero dell’Istruzione, nella persona del Ministro Patrizio Bianchi, e attraverso un manifesto pubblico (https://calabria.live/il-manifesto-degli-scrittori…/ ) proposto dalla sottoscritta, e sottoscritto da intellettuali, scrittori, docenti, liberi professionisti e rappresentanti vari della società civile, politica e culturale italiana, – fatto recapitare peraltro anche alla segreteria della sua presidenza – una rielaborazione delle linee guida, con le quali viene consigliato alla scuola italiana lo studio degli autori del ‘900, affinché vengano iscritti a regime, anche i nomi, almeno i più rilevanti, dei geni letterari calabresi, tra tutti Corrado Alvaro.

La Calabria ha bisogno di conoscere la propria storia, l’Italia la storia della Calabria. Entrambi percorsi necessari affinché le nuove generazioni, quelle della scuola appunto, vengano introdotte e intelligentemente all’Europa e al resto del mondo. Corrado Alvaro diceva che non si conosce l’Italia se non si conosce l’Italia meridionale.

Senza lo studio a scuola dell’epopea novecentesca italiana, narrata ‘anche’ dai calabresi, letti e tradotti in tutto il mondo, il paese mancherà sempre di un pezzo di storia essenziale, e gli studenti italiani verranno ripetutamente privati di una visone sociale, morale, civile e culturale, vera. Reale.

Presidente, l’Italia va da “Quel ramo del lago di Como che volge a mezzogiorno”, fin dove “Non è bella la vita dei pastori in Aspromonte”.
Eccolo il buon paese, eccola la buona scuola.

L’offerta deve essere completa, presidente Draghi. Oltre che braccia, i giovani devono essere menti potenti e indipendenti. E gli investimenti economici devono essere equiparati a quelli culturali. I soli in grado di nutrire con latte buono il futuro che verrà.

Non ci lasci indietro, presidente. Si faccia uno di noi, così come ha fatto a Bari. I nostri giovani, sono già cittadini del mondo, serve solo riconoscergli ufficialmente questo incarico. Chiedere aiuto non è un peccato, è un atto di coraggio.

Giusy Staropoli Calafati


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