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“Il consiglio di amministrazione”, tela dipinta dal tedesco George Grosz all’inizio degli anni Venti del secolo scorso

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Pubblichiamo uno stralcio tratto dal libro “Il Cigno nero e il Cavaliere bianco” di Roberto Napoletano, pubblicato nel 2017 per le edizioni La Nave di Teseo.

Pubblichiamo uno stralcio tratto dal libro  “Il Cigno nero e il Cavaliere bianco” di Roberto Napoletano, pubblicato nel 2017 per le edizioni La Nave di Teseo.

SE IL CAPITALISMO PRIVATO DELLA RENDITA SI MANGIA TUTTO

“La classe manageriale al paese l’ha data l’Iri e, criminalizzando prima e smantellando poi l’Iri, si è creato un deserto manageriale e, alla fine, si è indebolita la classe imprenditoriale del paese. All’Iri sono successe le stesse cose che sono successe al paese: la storia la raccontano i vincitori, ma la conoscono i vinti. Quaranta anni fa, in Italia, avviammo la prima fibra ottica al mondo, uscì dal laboratorio di Torino di Telecom Italia, eravamo i primi sul pianeta terra. Nel ’96 Pascale vara il progetto Socrate che vuol dire portiamo la fibra ottica in tutte le case del paese, gli fu detto che voleva fare il Grande Fratello, adesso non sappiamo dove prendere i soldi per farla. Sono passati più di vent’anni. L’indebitamento di quella stet/Telecom era pari allo 0,2% dell’ebitda, praticamente l’indebitamento era nullo, poi è arrivata a quattro volte l’ebitda, venti volte più grande in termini percentuali. Quella Telecom ha regalato la telefonia cellulare al mondo, questa piccola grande rivoluzione è nata in casa nostra, con le nostre teste e con le nostre mani.

TELECOM E TIM

Telecom e Tim investono in Italia ogni anno otto/diecimila miliardi di lire, siamo i primi in Brasile, vinciamo la gara come primo operatore in India, siamo il primo operatore radiomobile in Grecia. Tim privatizza l’operatore di telefonia mobile in Bolivia, vince insieme a Bouygues la terza licenza radiomobile in Francia e acquisisce la licenza gsm in Serbia. Secondo operatore mobile in Cile, insieme ai tedeschi della Dt, la nostra Tim vince la gara per la privatizzazione di Radiomobil, l’operatore radiomobile della Repubblica Ceca, acquista da sola il 25% di Mobilkom Austria e le licenze gsm in Spagna e in Ucraina. A fine ’98 Tim è il leader della telefonia mobile a livello mondiale per avanguardia dei servizi, numero di clienti gestiti nel proprio paese e nel mondo, per efficienza, capitalizzazione di borsa, basso livello di indebitamento. Oggi siamo niente, in mezzo ci è passato il capitalismo privato italiano e si è mangiato tutto, il cash flow servirà per pagare i debiti e non gli investimenti, poi è arrivato il capitalismo finanziario-predone dei francesi.

IL MIGLIORE

Flavio Cattaneo è stato il migliore, non sono amico, non lo conosco, non c’è dubbio che è stato il migliore da quando siamo andati via noi, è l’unico degno di essere chiamato manager. Ovviamente non è più lì”. Questo lungo racconto appartiene all’ingegnere meccanico Vito Gamberale, primo lavoro al credito industriale dell’Imi, e io lo sottoscrivo totalmente. In questo paese quando si pronuncia il suo nome bisognerebbe alzarsi in piedi perché quella Tim numero uno del mondo l’ha creata lui, ma ovviamente si è riusciti a fargli fare tre mesi di carcere per una storia ridicola di tre assunzioni napoletane (quando la Telecom, azienda privatistica, ne assumeva 6.000 all’anno) salvo poi assolverlo perché il fatto non sussiste e riconoscergli il più alto risarcimento di Stato per avere subìto un grave errore giudiziario. Vergogne italiane.

GESTIONE IMPROVVISATA

Gamberale: “Mi trovai in mezzo a una gestione improvvisata e imbarazzante, andai da Draghi e gli feci vedere la lettera di dimissioni e lui mi pregò di non presentarla”. E poi si chiede: “Lascia perdere me, ma come è possibile che in Italia ogni volta che c’è un manager di successo questo si dimette e nessuno si chiede perché? Te la do io la risposta: perché ogni volta dietro c’è una tresca opaca, il successo disturba, non piace, a maggior ragione non piace l’indipendenza”

PRIMI AL MONDO

Ci riempiamo la bocca di tecnologia, innovazione, rete, eravamo i primi al mondo e siamo finiti pieni di debiti nelle mani del raider bretone con la moquette sullo stomaco. Ascoltiamo Gamberale che, forse, impariamo qualcosa: “I meriti non sono miei, prima di me viene Pascale, poi arrivo io e i migliori cervelli italiani. Vorrei, però, chiarire una cosa: Pascale non si opponeva alla privatizzazione della Telecom, voleva solo che fosse fatta in modo che non scalfisse la potenza di Telecom, voleva aumentare il flottante senza fare entrare imprenditori privati italiani. Voleva che si seguisse lo schema di Eni e Enel, le migliori privatizzazioni che sono state fatte, e, cioè, senza togliere il ruolo di riferimento dello stato”. Invece che è successo? Si fece il capolavoro di regalare la Telecom al primo gruppo industriale del paese, la Fiat di Agnelli, che con lo 0,6% del patto di sindacato al 6%, il famoso nocciolino, assume la guida del gruppo attraverso Ifil e uomini suoi come Rossignolo e un giovanissimo Di Leo.

PERMESSO NEGATO

Alla Telecom non fu permesso di fare quello che si fece all’Enel con Tatò e all’Eni con Bernabè. Pascale non poté fare altro che andarsene. Evidentemente c’era un appetito dell’imprenditoria privata italiana sull’industria del futuro che andava soddisfatto. Ci può stare, ma allora non metti alla testa dell’azienda delle telecomunicazioni il responsabile degli acquisti della Fiat che tu stesso avevi licenziato o arrivi a profanare Telecom mettendomi a fianco come direttore generale un impiegato dell’Ifil di 27 anni che non si è mai occupato come Rossignolo di telecomunicazioni. Mi trovai in mezzo a una gestione improvvisata e imbarazzante. Andai da Draghi, direttore generale del Tesoro, e gli feci vedere la lettera di dimissioni”. E lui che cosa disse? “La prego, non lo faccia, non la presenti, crediamo di potere fare cambiare le cose”. Cambiasti opinione? Risposta secca: no. Allora te ne andasti? “No, per cortesia istituzionale aspettai qualche giorno.

VISIONE INDUSTRIALE

Il 14 giugno del ’98 mi chiama, Romano Prodi, l’unico presidente del Consiglio con una visione industriale e capacità di gestione, e mi dice a muso duro: Vito perché non ritiri quella lettera di dimissioni? Fui irremovibile e, siccome era lui, spiegai che non sarei potuto stare nemmeno un minuto di più con quelle persone. Gli dissi vedrai entro un anno cadranno, sbagliai per difetto, perché caddero dopo tre mesi”. Lo guardo, vedo che si incupisce e gli chiedo: “Vito, che succede? Che cosa ti passa per la testa? “Vuoi proprio che te lo dica?” “Sì, assolutamente.” “Allora, ti dico a che cosa sto pensando: lascia perdere me, ma come è possibile che in Italia ogni volta che c’è un manager di successo questo si dimette e nessuno si chiede perché? Te la do io la risposta: perché ogni volta dietro c’è una tresca opaca, il successo disturba, non piace, a maggior ragione non piace l’indipendenza”. Purtroppo, hai sacrosantamente ragione, come sempre. Che brutto paese!

CAPITANI CORAGGIOSI

Te la senti, Vito, di proseguire con questa storia, mi piace come la racconti, te la senti di raccontarci che cosa avviene dopo? “Perché no, dopo Prodi arriva D’Alema e ci fu l’opa dei capitani coraggiosi, debito di fatto scaricato sulla società comprata, era diventato di moda ciò che ai tempi di Sindona era reato e, cioè, avere scaricato sulla banca acquistata il debito per acquistarla”. Sei consapevole che stai dicendo cose pesanti, puoi spiegarcele meglio? “Guarda, la spiegazione è più semplice di quello che pensi e la conosci bene. I capitani coraggiosi ci mettono pochi miliardi di lire, per acquistare meno del 30% fanno un’opa limitata, vanno da Lehman Brothers, si fanno finanziare e fanno l’operazione a debito. La società che aveva fatto l’opa fu poi fatta gravare su Telecom e, quindi, il debito fatto per comprare Telecom pesò direttamente su Telecom”. Gamberale si riferisce all’Olivetti di Roberto Colaninno di Mantova e ai suoi soci bresciani capitanati da Emilio Chicco Gnutti. Colaninno farà poi molto bene con la Piaggio rilanciandola nel mondo. Gamberale riprende il suo ragionamento: pressati dal sistema bancario i capitani coraggiosi vendono a Pirelli, affiancata da Edizioni Holding, e riescono anche a fare l’affare della loro vita, loro sono ricchi, di innovazione non se ne vede più. Entra in scena Marco Tronchetti Provera che fa l’opa residuale su Tim e, quindi, scarica altro debito su Telecom. Pirelli si prende tutta la governance, Autostrade non conta. Tronchetti all’inizio si impegna molto, poi sale la tensione sullo scandalo dei dossieraggi e vende riuscendoci anche lui a guadagnare. Intanto Telecom-Tim in tutti questi anni si carica sulle spalle un debito non di natura espansiva né di natura industriale perché il debito che la affligge è debito da auto-acquisizione, il cash flow servirà per pagare i debiti e non gli investimenti. Riappare Gabriele Galateri di Genola, arriva Bernabè, ma è andata, il primato mondiale lo abbiamo perso perché non abbiamo avuto più i soldi per fare ricerca e innovazione, tutti i soldi andavano a pagare i debiti che i privati avevano contratto con le banche per comprare la società ma avendo l’abilità di scaricarli in tutto o in parte sulla società in modo che questa si impoverisse e loro si arricchissero”. Vito, ma Pirelli tramite Olimpia entra mettendoci di suo e senza caricare debiti su Telecom.

BOLLA DOSSIERAGGI

Prima della bolla romana dei dossieraggi, Tronchetti fa da manager un lavoro duro, intuisce prima degli altri la convergenza tra fisso, mobile e contenuti e aumenta la quota estera dei ricavi internazionali. Esattamente come farà lo stesso lavoro duro dopo in Pirelli cedendo quote prima ai russi e, poi, la maggioranza ai cinesi dove, però, Camfin resta azionista e la governance garantisce l’italianità. “Sì, d’accordo, ma i termini della questione per la società, parlo per Telecom e per Tim, non cambiano di un millimetro. I debiti contratti da queste operazioni finanziarie, alla fine, hanno gravato sull’operatività dell’azienda”. Che cosa gli volete dire? Niente, no! È tutto vero. Che brutta pagina per il capitalismo italiano! Anche di questa pagina francamente c’è un po’ da vergognarsi (…)


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