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Andrea Cavaletto

Tempo di lettura 5 Minuti

ANDREA Cavaletto, sceneggiatore, fumettista e graphic designer italiano è uno degli autori del celebre fumetto Dylan Dog, l’indagatore dell’incubo creato da Tiziano Sclavi e pubblicato dalla Sergio Bonelli Editore. Nelle scorse settimane l’immaginifico sceneggiatore ha vissuto in prima persona l’incubo del Covid-19, passando 10 giorni ricoverato presso l’ Ospedale di Cirié, nel Canavese, alle porte di Torino nel reparto dedicato alla malattia. L’abbiamo intervistato per farci raccontare la storia della sua battaglia e della sua vittoria contro il Covid-19. Il suo stile narrativo la porta sempre nelle terre dell’orrore, anche se si tratta solo di storie inventate.

Cosa ha vissuto in un’esperienza reale così spaventosa come quella che l’ha vista protagonista?

«Da autore di film e fumetti horror, non posso negare che l’esperienza che ho vissuto, soprattutto un paio di momenti, indubbiamente mi hanno riportato ad una certa filmografia e letteratura di genere che ben conosco. Mi ricordo la sera che mia moglie mi ha accompagnato al triage, quando sono entrato in questa tenda da campo militare, davanti all’ospedale di Ciriè, dove io vivo, reggendomi a malapena in piedi. Ovviamente, ero solo. Erano le nove e mezza di sera, nella tenda era buio, c’era una luce soffusa. Mi aspettava un dottore tutto imbardato di cui io vedevo solo gli occhi, pronto a farmi diverse domande e a prendermi le misurazioni vitali. Questa è stata una scena che mi ha ricordato tantissimo Resident Evil, mi è sembra di essere pronto dietro il videogioco. In questo momento ci sorrido. Ma ti assicuro che allora non ridevo affatto. Ero terrorizzato. Un altro momento che ricordo, è stato quando sono uscito dall’ospedale 10 giorni dopo. Anche questa volta ero solo, perché ovviamente medici ed infermieri non potevano accompagnarmi, non potevano uscire dal reparto. Quando si sono aperte le porte dell’ascensore mi sono trovato nel lungo corridoio del pronto soccorso, che avevo attraversato solo 10 giorni prima in un momento di relativa calma. Dieci giorni dopo era il delirio. È stato incredibile: le gente che urlava dappertutto, ammassata ovunque, infermiere che correvano, malati… Una scena apocalittica. Non voglio esagerare, ma è così. Ho camminato in quel corridoio come se fosse in un film, come se fossi dentro l’inizio del film Salvate il soldato Ryan. Poi, la cosa che mi ha fatto particolarmente impressione, quando ho raggiunto l’uscita, sono state le persone che si spostano al mio passaggio. Io ero tutto imbardato con mascherina e guanti e uscivo dal reparto Covid-19. Si capiva quale fosse la mia situazione. La folla si è aperta come le acque davanti Mosè. È stata una strana sensazione».

La paura ha molte facce. Lo sa bene lei che ne ha scritto tante volte. Avendola vissuta in prima persona quali sono secondo lei gli aspetti più spaventosi di questa esperienza? Paura della solitudine, della morte, del futuro, di non poter interagire con i propri cari?

«Dunque, prima di prenderlo il Covid-19, avevo una fortissima ansia. Stavo estremamente attento, anche perché io sono ipocondriaco di mio. Ho cercato di starci il più lontano possibile. Ma, come si è visto, punizione divina: non è servito a niente, ho dovuto affrontarlo. Il fatto di doverlo affrontare mi ha reso un po’ più forte. Non sarò mai grato di questa esperienza, ma sicuramente mi ha aiutato ad avere una percezione diversa della paura. E dei problemi. Non so spiegarlo bene, ma adesso è un po’ come se stessi rinascendo. Mi sono spaventato moltissimo. Anche quando mi hanno detto l’esisto del tampone. Indubbiamente è stato un brutto colpo. Per quanto riguarda le paure degli altri: quelli che non sono ammalati hanno di ammalarsi. Esattamente come l’avevo io. Poi ci sono tutte le paure per un futuro che sarà indubbiamente completamente diverso da quello che ci immaginavamo fino a due o tre mesi fa. Non dico che sarà un futuro alla Madmax, ma sarà un futuro diverso. Dovremo reimparare a convivere tra di noi in un modo diverso da quello in cui abbiamo vissuto finora. Reimparare a socializzare, a lavorare, a fare qualsiasi cosa, in un modo che adesso è nuovo, ancora da definire. Questo spaventa, indubbiamente. Però non posso dirti che io sono spaventato in questo momento, perché l’ho scampata e in questo momento mi sento forte. So che affronterò le cose che verranno, come verranno…»

Questa sua esperienza personale diventerà mai una tua storia a fumetti?

«Sinceramente no. Non credo. Io sono abituato a scrivere storie horror, partendo dalla realtà, che poi però vanno esasperandosi, esagerando. Qui è già tutto esasperato. Anzi, purtroppo sembra già tutto visto, nei film, nei libri e nei fumetti che parlavano di questo argomento. Sono scene che vedo ma che ho l’impressione di aver già vissuto leggendo o guardando cose di fiction che adesso fiction non è più. Non credo proprio. Forse certe emozioni, certe riflessioni che ho fatto, certe cose a livello psicologico. Io spesso scrivo storie con aspetti psicologici. Questo sì, sicuramente, rielaborando tutto con i gusti tempi, in qualche storia finiranno».

Si è chiesto, nel corso di questa esperienza, come avrebbe reagito uno dei suoi personaggi, o magari proprio Dylan Dog?

«Ci ho pensato. Ammetto di aver pensato proprio a Dylan Dog, che è diventato un po’ un’icona della mia guarigione. Quando si è sparsa la notizia che ero uno degli sceneggiatori di Dylan Dog, mi ha fatto molto piacere vedere che medici, infermieri ed OSS correvano a chiedermi qualche autografo, dedica o sketch. Me la sono cavata bene perché fortunatamente, benché sia uno sceneggiatore, riesco a disegnare anche qualcosa. Sono riuscito ad accontentare tutti. È stato un po’ un modo per ringraziarli, l’unico modo che avevo. Ho pensato a Dylan perché lui non è un eroe. È uno come noi, uno come tanti. Credo che si sarebbe comportato più o meno come mi sono comportato io. Io ho tante delle sue fobie, delle sue paranoie, delle sue paure, quindi credo di capirlo molto bene come personaggio. Sì, mi sono sentito un po’ come Dylan Dog. Mi ha aiutato anche quello».


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