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Sebino Nela

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In campo lo chiamavano Hulk: braccia e gambe possenti, forza esplosiva, generosità infinita. I tifosi della Roma fomentavano il suo agonismo cantando «picchia, Sebino!».

Ma c’è anche un altro Nela, fuori dal campo, una persona dalla vita intensa, spesso sfregiata dal destino «come quelle dei film». È la vita del «Sebastiano picchiato», come scrive il giornalista Giancarlo Dotto nell’introduzione del libro Il Vento In Faccia e La Tempesta Nel Cuore (ed. Piemme, 2021), che proprio Dotto ha realizzato insieme a Nela.

Alla soglia dei 60 anni, compiuti nel marzo scorso, Nela si è così messo a nudo, mostrando il volto privato dell’uomo Sebastiano dietro quello celebre del calciatore Sebino.

Com’è nata l’idea del libro?
«Da un’intervista che mi fece Dotto sul Corriere Dello Sport. La mattina stessa la Mondadori chiamò Dotto dicendogli che voleva che ne ricavassimo un libro. Lui me ne parlò, io ci pensai e ripensai. La decisione ufficiale la presi nel marzo 2020, il giorno prima del lockdown, durante un pranzo con Dotto a Testaccio».

Cosa rappresenta il vento in faccia?
«Sarebbe stato scontato come titolo Correndo Correndo, la canzone che mi ha dedicato Antonello Venditti. Così con la casa editrice abbiamo deciso di prendere spunto dalle mie origini: il vento in faccia è da molti considerato un ostacolo, ma per noi liguri è abitudine. Metaforicamente rappresenta le difficoltà della vita».

Nella sua ce ne sono state diverse, a cominciare dalla malattia.
«Da calciatore ho subito vari infortuni, ma la differenza è che il cancro è imprevedibile e può rivelarsi fatale. Questo aspetto mi ha provato molto. È stata un’esperienza dura, ho passato nottate intere in bagno a rimettere e ho fatto due anni e mezzo di chemioterapia».

Quale sensazione ha provato quando ha capito d’aver sconfitto il cancro?
«È stata una soddisfazione. Sono passati dieci anni dalla prima operazione e oggi faccio quello che facevo prima: mangio, bevo, fumo. Ma non è mai finita. Chi ha superato il cancro convive con la paura che possa tornare. Ogni cinque mesi devo fare degli esami e già due giorni prima inizio a essere nervoso. Si vive con la speranza».

Cosa ha imparato da questa esperienza?
«Noi maschi abbiamo un cattivo rapporto con i medici. Sbagliamo. Ho imparato che la prevenzione è fondamentale. Il mio consiglio è farsi controllare periodicamente».

Eppure nel libro scrive che la malattia non è stato il suo dolore più grande.
«È così. Nella vita ho dovuto prendere delle decisioni difficili. Non so se sono state giuste in senso assoluto, ma sono quelle che ritenevo più giuste in quel momento. Le esperienze negative servono anche per crescere».

Le è pure capitato di sparare un colpo di pistola.
«A quei tempi tra diversi calciatori c’era l’abitudine di portare con sé un’arma. A me è capitato di usarla. L’ho fatto per aiutare la mia ex moglie che aveva problemi di droga. Una sera mi sono trovato in una situazione delicata, sono stato minacciato e ho avuto questa reazione».

Successivamente ha avuto paura?
«Certo. Per un po’ di notti non ho dormito, mi aspettavo che gli agenti mi suonassero alla porta mettendo fine, di fatto, alla mia carriera di calciatore. Non è avvenuto, sono stato fortunato».

Ha detto che diversi calciatori giravano armati. Quanto è cambiato il calcio rispetto a quando giocava lei.
«Era un altro mondo. Noi vivevamo appieno il rapporto con la città, i tifosi, i giornalisti. Oggi i calciatori vivono blindati, nessuno può più avvicinarli nemmeno per un autografo. Nell’epoca dei social ogni piccola leggerezza può trasformarsi in un caso, quindi le stesse società sono più attente».

Eravate più spontanei e politicamente scorretti. Come quel dito medio che mostrò in faccia a un allenatore avversario.
«Quella fotografia è diventata famosa. C’entrava poco la Roma. Ero arrabbiato con questo allenatore, Jim McLean, perché aveva offeso l’Italia e gli italiani prima della semifinale di ritorno di Coppa Campioni tra la sua squadra, il Dundee, e la Roma. Il risultato ci diede ragione e lo aspettammo al varco».

Ai suoi tempi episodi del genere, di agonismo accentuato, capitavano più spesso?
«Ho iniziato a giocare a calcio in serie B col Genoa negli anni 70. All’epoca nei sottopassaggi degli stadi, soprattutto in provincia, ne succedevano di cotte e di crude. Per fare il calciatore dovevi essere pronto a tutto».

Lei lo era.
«Ci ho messo del mio. Sono stato lanciato in prima squadra da ragazzino, l’impatto è stato difficile, ma me la sono cavata».

Ci metteva del suo anche quando c’era da difendere qualche compagno di squadra.
«Ho avuto la fortuna di giocare con Genoa, Roma e Napoli. Non ho fatto altro che portare in campo il grande senso d’appartenenza di queste tre squadre. Per me un compagno era come un fratello: intervenivo per difenderlo, soprattutto quando era più giovane».

L’addio dalla Roma è stato uno dei suoi dolori più grandi, vero?
«Avrei voluto finire la carriera alla Roma. Ma purtroppo s’era creata una frattura nello spogliatoio».

Un doppio addio doloroso: nel 2020 c’è stato anche quello da dirigente dei giallorossi. Esclude il ritorno?
«Non credo ci sia possibilità, anche se noi ex calciatori potremmo essere una risorsa per le società per cui abbiamo giocato. Ovviamente dobbiamo studiare ed essere preparati: nulla ci è dovuto».

Che ricordo conserva dei due anni a Napoli?
«Bellissima esperienza, calcistica e umana. Città stupenda, pubblico che mi ha accolto meravigliosamente».

E il ritorno all’Olimpico contro la Roma da avversario?
«Non fu facile, ero teso per tutta la settimana. Così una volta il mio compagno di squadra Di Canio, sperando di rincuorarmi, dopo un gol corse in panchina ad abbracciarmi. A qualcuno non andò giù, ma non sapeva cosa avevo dentro quei giorni».

Crede che la sua vita potrebbe diventare un film?
«Pur avendo ricevuto proposte di fare l’attore, non ci avevo mai pensato. Ma perché no? La mia storia può essere uno spunto cinematografico».


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