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Lorena Di Galante, prima donna a divenire capo reparto della Dia nazionale

Tempo di lettura 5 Minuti

Una mafia sempre più sofisticata, che si avvale di facilitatori scovati nel mondo politico-istituzionale, e sempre più delocalizzata, capace cioè di proiettarsi dai territori del Sud messi sotto scacco con metodi violenti verso le aree più produttive del Paese. Perché là c’è più polpa da succhiare. Ne abbiamo parlato col dirigente superiore della polizia di Stato Lorena Di Galante, prima donna a divenire capo reparto della Dia nazionale (ne dirige la seconda Sezione).

Partiamo dall’inchiesta condotta dalla Dia di Catanzaro che ha portato nelle settimane scorse all’operazione “Basso profilo”, condotta contro una presunta cricca affaristico-mafiosa che aveva importanti referenti istituzionali. Emerge uno spaccato inquietante. Molti degli indagati sono funzionari pubblici o pubblici amministratori. Sono spesso i politici i facilitatori per ottenere appalti pubblici o importanti commesse in cambio di voti dei clan. È un po’ un emblema di come si sono evolute le mafie negli ultimi anni?

«Ciò che è emerso dall’indagine di Catanzaro è la conferma che la criminalità organizzata ha ormai assunto una forma liquida, andando ad occupare gli spazi che si creano quando vi è un vuoto dovuto sia alla presenza di soggetti infedeli sia quando è possibile il condizionamento degli assetti sociali che permettono di infiltrare un sistema che prima consente di produrre profitto, poi crea reinvestimento, come a volte accade nella complessa struttura dei procedimenti degli appalti. Ciò che è stato accertato con l’indagine coordinata dalla Procura distrettuale di Catanzaro è la conferma del realizzarsi di un livello sempre più sofisticato delle associazioni criminali che si avvalgono indistintamente di professionisti e pubblici ufficiali. Nel nostro caso, è stata fotografata la capacità del principale indagato di tessere relazioni in ambienti criminali, creando un equilibrio tra le cosche interessate agli affari, riuscendo ad accontentare tutti, ognuno con la sua parte di guadagno».

La cronaca degli ultimi anni dimostra che le infiltrazioni della ‘ndrangheta sono in tutte le regioni d’Italia e in particolare al Nord, la zona più produttiva del Paese. Il fatturato delle mafie al Nord è molto più consistente rispetto agli affari al Sud. E’ un dato che chiama in causa la società civile del Nord, che con boss e loro gregari fanno spesso affari?

«La criminalità organizzata cerca di attecchire là dove vi è la possibilità di produrre profitto, la forza è creare una rete di affari che vada oltre il territorio di provenienza. Il desiderio di ricchezza facile non ha esclusivamente identità geografica, è legato principalmente alla mancanza di scrupoli di chi si vuole arricchire illegalmente».

Le infiltrazioni delle mafie nei finanziamenti europei riaccendono l’attenzione su una delle possibili opportunità di espansione dell’economia criminale durante la pandemia. Da alcune inchieste sono già emerse forme di assistenzialismo da parte dei boss alla ricerca di consenso sociale. In Italia la rilevazione delle movimentazioni economiche sospette è iniziata, come annunciato dal procuratore nazionale antimafia. Ci sono già dati sul numero di aziende coinvolte in tal senso?

«La crisi pandemica iniziata lo scorso anno è stata oggetto di attenzione già dal mese di aprile del 2020, quando il capo della polizia, direttore generale della pubblica sicurezza, prefetto Franco Gabrielli, ha istituito l’Osservatorio permanente di monitoraggio e analisi sul rischio di infiltrazione nell’economia da parte della criminalità organizzata. L’Organismo è istituito presso la Direzione centrale della Polizia criminale ed è costituito dai rappresentanti della Polizia di Stato, dell’Arma dei carabinieri, della Guardia di finanza e della Direzione investigativa antimafia che si riuniscono periodicamente per realizzare una circolarità informativa sulle evidenze del fenomeno pandemico, anche per pianificare iniziative di prevenzione e contrasto all’infiltrazione della criminalità organizzata nei settori di maggiore interesse, che in questo momento potrebbe permettere l’acquisizione illecita di patrimoni e, conseguentemente, il loro reinvestimento. Inoltre, la Commissione Europea ha adottato un Piano di azione sulla prevenzione del riciclaggio dei capitali di illecita provenienza sotteso all’attuazione di regole comuni e alla trasparenza del mercato unico. La direttiva del Consiglio d’Europa del giugno 2019 promuove, infatti, la circolarità informativa in materia finanziaria, soprattutto con il fine di attuare una sempre più significativa azione di contrasto soprattutto nei confronti dei cosiddetti reati gravi, tra i quali figurano l’associazione di tipo mafioso, il riciclaggio e il terrorismo. Al riguardo, merita una particolare menzione l’attenzione che il nostro sistema pone alle movimentazioni sospette di denaro, che sono uno dei punti di forza delle strategie di contrasto del nostro Paese: le segnalazioni di operazioni sospette. L’Ufficio per l’informazione finanziaria (Uif) della Banca d’Italia riceve dai soggetti obbligati una comunicazione qualora vi sia il sospetto che un’operazione finanziaria celi una operazione di riciclaggio ovvero qualora si sospetti che il capitale possa essere provento di attività criminali. In questo contesto istituzionale di prevenzione, dunque, più che di “aziende” parlerei di soggetti coinvolti e di settori economici aggrediti dalla criminalità, soprattutto in questo momento che vede protagonisti soggetti senza scrupoli propensi alla realizzazione di profitti illeciti sfruttando la difficoltà sociale in atto».

In Europa si sta prendendo finalmente coscienza dell’attacco globale sferrato dalle mafie e la Conferenza delle Parti sulla Convenzione Onu sulla criminalità transnazionale ha approvato all’unanimità la risoluzione italiana, il metodo Falcone, “Follow the money”, sia pure tardivamente. Ritiene che qualcosa nel resto del mondo cambierà e gli altri Stati terranno conto della legislazione italiana antimafia?

«Ritengo che vi sia già la presa di coscienza che la legislazione antimafia italiana sia un modello. Ad esempio, nel dicembre 2019, l’Albania ha istituito la Procura speciale anticorruzione (Spak) che ha competenza in materia di corruzione e criminalità organizzata. L’Albania ha condiviso il modello italiano nel contrasto all’espansione delle consorterie criminali anche con il rafforzamento dell’aggressione ai patrimoni illecitamente acquisiti e con l’individuazione dei reinvestimenti. Il recepimento di un modello europeo di legislazione antimafia da parte dei Paesi dell’Unione sarebbe un segnale forte, che permetterebbe di contrastare la transnazionalità delle organizzazioni criminali mafiose. Si realizzerebbe, così, la visione globale del metodo Falcone».


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