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È un accordo necessario ad entrambi, quello raggiunto tra Mediaset e Vivendi. I particolari dell’intesa sono noti: rinuncia alle azioni legali re ciproche, la cessione entro cinque anni delle quote detenute dalla fiduciaria Simon, pari al 19,9% delle azioni Mediaset con Vivendi che, alla fine, rimarrà azionista con il 4,61% delle quote.

La vicenda Mediaset-Vivendi e la sua conclusione vanno però viste come lo specchio della crisi di un modello industriale delle comunicazioni,nato negli anni 80 e affermatosi nei due decenni successivi. Mediaset era un gruppo integrato verticalmente per la diffusione di contenuti. Vivendi è il maggiore azionista di Telecom, il maggiore operatore telefonico, proprietario della Rete di telecomunicazioni indispensabile per qualsiasi cittadino o impresa. Le idee e i comportamenti degli italiani sono stati influenzati da Mediaset. Le loro comunicazioni private o d’affari transitano per la rete di Telecom, oggi TIM (ricordate lo scandalo intercettazioni?). La rete ha bisogno di contenuti per vendere la fibra ottica al posto della Dsl in rame: e TIM, insieme a Dazn, compra i diritti del calcio.

Non a caso, sia Vivendi, sia Mediaset, sia Telecom Italia hanno lanciato una pay tv. Canal Plus in Francia ancora resiste, Premium e Cartapiù poi Dahlia Tv hanno spento i segnali. Vivendi, non a caso, intendeva comprare Premium, la pay tv di Mediaset, e solo successivamente, dopo aver verificato i conti di Premium (ad accordo già firmato!) comincia la scalata a Mediaset.

Uno dei perchè dell’accordo di questi giorni ha due nomi non europei: Netflix e Amazon. L’offerta a basso costi di contenuti sulla Rete, con una profilazione sistematica degli spettatori, per dar loro un’offerta “su misura”, mette in crisi le tv a pagamento di tutto il mondo. Resistere ai colossi dello streaming in un paese solo è impossibile, di fronte a gruppi che acquistano e producono a livello globale, acquisendo anche i dititti di produzioni nazionali e diffondendoli in Rete. Amazon ha già messo un piedi nei diritti per la Champion’s League in Italia, in gran parte andati a Sky.

La pubblicità, a sua volta, si sposta dai media di comunicazione, che vendono pubblici ma non individui, a Internet. Svenarsi per acquisire il controllo di Mediaset, appare un investimento ad altissimo rischio. Non a caso Mediaset non é più un gruppo intergrato verticalmente, avendo ceduto la maggioranza di Ei Towers, che gestisce la rete di trasmissione, a una società formata da Cassa Depositi e Prestiti e dalle maggiori banche nazionali.

Quella rete, negli anni, varrà sempre meno, perchè la televisione.si trasferirà progressivamente sulla Rete. Sia Vivendi sia Mediaset devono allargare il proprio mercato, consolidandosi a livello europeo, per avere economie di scala nella produzione di contenuti e negli investimenti tecnologici (la tv sta cambiando standard). Vivendi si opponeva al progetto Mediaset for Europe, per ragioni di “blindatura” delle azioni Fininvest in Mediaset. Ora il progetto ripartirà, con entrambi i gruppi in gara per la tv francese M6 ma , soprattutto, impegnati a riconvertire i propri modelli industriali, per avere contenuti sempre più personalizzabili e utilizzabili su qualsiasi piattaforma.

In Italia la situazione è complicata dal fatto che la Rete è controllata da una società che investe nei contenuti. La 7 era di Telecom. Stream Tv, antagonista di Telepiù (poi Sky) aveva Telecom tra i maggiori azionisti. TimVision viene offerto in abbonamento coimune con Amazon Prime. Quanto ha perso Telecom nel mondo della televisione? La grande domanda che si pongono i politici mondiali è: bisogna favorire od ostacolare l’integrazione tra le major dei contenuti e i controllori delle Reti? Sky, tra le tante è controllata dalla statunitense Comcast, proprietario di reti. Per evitare che Telecom potesse “ingoiare” Mediaset, si fece quella norma della legge Gasparri poi diventata Testo unico della radiotelevisione, che vietava a chi controllava più del 40% del mercato delle Tlc di controllare il 10% del Sic. Telecom non poteva acquistare Mediaset e l’Agcom, nel 2017, impone a Vivendi di cedere una quota di azioni ad una fiduciaria, applicando proprio la legge Gasparri. Dopodichè arriva la Corte di Giustizia europea, nel settembre 2020, ad annullare la delibera dell’Agcom e a dar ragione alle tesi di Vivendi. Il Governo italiano, centrosinistra incluso, non ha mai dato retta alle sentenze della Corte di Giustizia e fa quindi approvare un emendamento che impone all’Agcom, entro sei mesi, di disapplicare le fusioni tra Tlc e mondo televisivo.

In questo scenario in movimento, tra interessi politici e interessi privati, tra sentenze e norme in contraddizione tra loro, tra nuovi soggetti multinazionali che si avviano a controllare il mercato dei contenuti e i singoli utenti che ne fruiscono, Mediaset e Vivendi non potevano che fare la pace. Dovevano farla anche prima, magari. Ora devono nascere nuovi gruppi europei, multipiattaforma, con una forte presenza nello streaming, per andare alla conquista del mondo. Se non lo troveranno già occupato.


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