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Negli ultimi anni ricorre l’espressione “è diventato virale” riferita a un post, uno scatto fotografico, un video.

Nel nostro vocabolario, e di lì a poco anche nel nostro immaginario, l’espressione “virale” ha perso la sua carica potenzialmente negativa di virulenza, limitandosi a indicare un’enorme quantità di condivisioni, una valanga di profitti, al di là di ogni valutazione critica della qualità.

Il coronavirus proveniente dalla Cina rende evidente che certi prodotti virali possono farci ammalare o addirittura ucciderci. Mentre per il corpo questo principio ci è chiaro e le mascherine protettive vanno esaurite nelle farmacie, per l’anima si capisce meno (o fa comodo non capirlo) e non si applicano filtri.

Vivere senza contagiarsi è impossibile: i pensieri, le parole e le azioni degli altri sono materia viva che entra a far parte del nostro modo di pensare, di parlare e di agire, e noi stessi, a nostra volta, contagiamo.

Anche le canzoni, come ogni forma di comunicazione, ci influenzano.

Un concorrente del Festival di Sanremo di quest’anno, tra i brani della sua discografia, ne ha uno in cui dice “Si chiama Gioia, ma beve e poi ingoia […] Si chiama Gioia perché fa la troia”. A dimostrazione della parità di genere, la conduttrice dell’Altro Festival è una rapper famosa per aver cantato “Vuole uno spicchio della mia pesca, mhmm, frutta fresca”, ripetendo un orgasmico “Ah, Ah”, a cavalcioni su una gigantesca mortadella.

Non parlo di morale, perché a parlare di morale si finisce nel solito trabocchetto: un pensiero giusto viene definito “bacchettone” e l’immondizia viene promossa a “provocazione”, con l’unico risultato di alzare l’audience.

Voglio parlare di canzoni perché Sanremo dovrebbe essere il Festival della canzone. Mi chiedo e vi chiedo: – Che si intende per canzoni? “Cose” accessoriate di parole e testo? Che c’è di bello in testi simili? Che c’è di artistico? Basta raggiungere con i propri video milioni di visualizzazioni per essere considerati artisti? Si cerca l’originalità anche a costo di dire l’indicibile, senza porsi il dubbio: “Ci sarà un motivo se nessuno l’ha mai detto?”
La canzone “E penso a te” di Lucio Battisti e Mogol non cercava l’originalità a tutti i costi: ogni frase si concludeva allo stesso modo, eppure non risultava mai ripetitiva né ossessiva. In ogni ripetizione c’era la calamita di un ritorno della mente al pensiero più caro.

Le canzoni non sono soltanto la colonna sonora della nostra esistenza: hanno il potere di stimolare un sentimento, che si tratti d’amore, di riflessione, di libertà o di rivoluzione.

Certi testi, invece, stimolano il vuoto. Amplificare il vuoto nelle persone è pericoloso, perché scatena un malessere difficilmente governabile, che potrebbe implodere o esplodere.

Quando si parla di baby gangs, di baby squillo, della violenza, dell’ineducazione o della maleducazione dei giovani e meno giovani, chiediamoci se stiamo rafforzando il loro sistema immunitario o se stiamo esponendoli a virulenti prodotti virali.

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