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La risata di Anna Magnani

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“Ridere. Ridere. Ridere ancora. Ora la guerra paura non fa” cantava Roberto Vecchioni, nel 1977. Il famosissimo verso che fa da incipit alla sua “Samarcanda” rimbombava in stereo e juke box negli anni in cui la paura della guerra si stava sciogliendo. La Seconda guerra mondiale era un capitolo del libro di storia e, allo stesso tempo, il racconto dei nostri nonni che erano stati in trincea. I nostri padri erano, di conseguenza, cresciuti tra mille ristrettezze e sapevano bene il significato di parole come sacrificio, risparmio, oculatezza.

Una paura che sembrava allontanarsi e che vedeva nella risata proprio il suo contraltare, una nemesi virtuale, un’esplosione buona, un potente esorcismo contro quella stessa paura. Anche il conflitto del Vietnam era finito, pure Rambo era tornato a casa, stavano arrivando gli anni Ottanta e, con essi, in Italia, il boom delle televisioni private, dei programmi di intrattenimento. La risata risuonava allora nelle case e nei cinema, da Banfi a Troisi, da Pozzetto a Celentano, iniziavano a imperversare film e personaggi che proponevano una rinnovata commedia all’italiana. I muri iniziavano a scricchiolare, tre Papi si alternarono nello stesso anno, la Cina sembrava ancora più lontana di quello che ci raccontavano i libri di geografia.

Oggi però la guerra è tornata. Non ci sono eserciti ma si muore, non ci sono armi ma c’è la paura. Un’altra, una nuova paura. Ridere, ridere, ridere ancora. La guerra c’è e fa paura. Non si ride più. La si combatte, questa guerra, con uno strumento che sembra chiuderla, la risata. Tapparla. Soffocarla. La paura si affronta non armi in spalla ma mascherina in faccia. Non giubbini antiproiettile ma gel sanificante. Di quella che era una risata, quando c’è, oggi sembra che se ne senta solo un suono ovattato, quasi anonimo. Coperta da un pezzo di stoffa come quei vecchi mobili in vecchie case che si vuole riparare dalla polvere. Mortificata, la risata, nascosta come una vergogna dalla mascherina, effetto collaterale di uno strumento di protezione e di speranza. Scudo che ricaccia indietro quell’esplosione di felicità, baluardo che fa distrarre anche dalla ricerca del sorriso e impone di interrogare con maggiore insistenza lo sguardo. Lo sguardo diventato rivelatore più di quanto non lo fosse mai stato in precedenza di dolcezza, di paura, di speranza. Di identità. Spesso svelatore di tristezze intime, private, da tentare di custodire gelosamente. Potente alleato per chi è in cerca di complicità e di solidarietà nella sorte comune che impone il momento più difficile da quando i nostri nonni lasciarono la zappa e imbracciarono il fucile contro un nemico visibile ma dalle insegne diverse.

Siamo tutti più tristi in guerra. Anche in questa guerra in cui non c’è un “noi” contro “loro” quanto piuttosto un “tutti” contro un nemico solo. La condizione comune però non allevia, se non parzialmente, il senso di solitudine e di impotenza davanti alla smitragliata dei bollettini. Soli e tristi. Tristi come Piero, che provava a lasciarsi la sua guerra alle spalle, camminando contro vento e con la neve in faccia e nei versi di De Andrè andava inconsapevolmente incontro al suo destino proprio sulla strada scelta per evitarlo, esattamente come il soldato di Samarcanda. Tristi per la scoperta del valore di un bacio, di un abbraccio, anche solo di una stretta di mano, tutte cose che fino a ieri davamo per scontate, tutte cose che abbiamo perso e che oggi ci mancano terribilmente. Tutte cose delle quali vorremmo riappropriarci per rimandare indietro colpi di gomito, cuoricini fatti con le dita o mani sul petto, banali imitazioni, qualche volta venute decisamente male, del contatto umano, quello vero.

Si può ridere oggi? Si può ridere mentre un cerchio concentrico di notizie negative si fa sempre più stretto fino a prenderci alla gola? Si può ridere sotto una pioggia di proiettili che hanno sembianze di numeri, di contagi, di posti di ospedale che diventano sempre di meno? Si può ridere ascoltando il silenzio delle città, guardando i cancelli chiusi delle scuole, delle palestre, delle fabbriche? Si può ridere con le saracinesche abbassate dei cinema e dei teatri, di quei luoghi che per anni ci hanno raccontato la speranza, magari servendocela proprio stimolandoci una risata o, altrimenti, ispirandoci un sorriso. E chi ce la dà la forza, la forza che serve per ridere, per sprigionare quell’energia contagiosa che rinfranca anima e corpo, che lava via i brutti sentimenti e ci predispone alla positività?

Di questa forza, oggi, della forza di una risata tutti ne avvertiamo il bisogno e l’importanza. Dai più piccoli ai più grandi. Dall’innamorato in attesa aggrappato al telefonino al padre di famiglia che affonda la mano nei risparmi di una vita. Ridere, allora, non per sconfiggere il male ma per affrontarlo con piglio diverso, per darci coraggio, per fare forza a chi ci sta intorno. Per presentarsi più forti nelle invisibili trincee di tutti i giorni. Nel lockdown di primavera vennero rivoluzionati i palinsesti televisivi e riproposti a tutta forza i programmi di maggior successo, si fece ricorso a piene mani alle trasmissioni coi migliori intrattenitori di scuderia nella speranza che la gente potesse in qualche maniera sentirsi risarcita dalle privazioni, dalla necessità di stare a casa, e che l’animo si sentisse più sgravato dal peso della cronaca e rifocillato, perché no, anche da qualche bella e sana risata.

Per scoprirsi persone nuove. Per ritrovare la forza, la passione, l’energia. Decine di artisti attivarono le dirette sui loro canali social, i musei spalancarono le loro porte alle visite virtuali, la cultura come strumento per capire, per tracciare una strada verso un futuro diverso. Attori che intrattenevano, dialogavano, che si rendevano disponibili al confronto e a una risata. Tutto per tentare di spingersi alle spalle questo doloroso 2020 inaugurato, guarda caso, da un’altra risata, quella da Oscar, quella del Joker di Joaquin Phoenix, premiato a Los Angeles a febbraio, in un tempo che ormai sembra lontanissimo.

Al cinema, del resto, i cattivi non ridono mai. Come nelle favole, come nei romanzi. E se ridono lo fanno in maniera sguaiata, volgare, malefica, paurosa. Ma non ridono mai per ultimi. È una risata, con inchino, quella che inchioda l’aguzzino (e lo spettatore) nel finale del Truman show e che sigilla la scoperta di una vita nuova e vera. E la mascherina, allora, potrebbe non essere più una barriera ma la guaina di un’arma potente. Perché ridere, diceva Mark Twain, è l’unica arma veramente efficace a disposizione del genere umano. Ridere, allora, ridere e ridere ancora. La guerra, prima o poi, passerà.


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