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Illustrazione di Roberto Melis

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Viviamo, è giusto il caso di ricordarlo, in un tempo in qualche modo sospeso. Come se non si sapesse bene come comportarsi, con un occhio al recente, tragico passato di pandemia e uno proiettato in un futuro che mai come ora ci appare fosco, nebuloso, indecifrabile. E siamo pure divisi fra le domande che riguardano il futuro prossimo – domani, questa settimana, fine mese – e uno più lontano: quando finirà? Quando potremo tornare a fare tutto quello che facevamo prima? Quando potremo dire di esserci veramente messi alle spalle questo incubo? Nessuno lo sa, neanche gli scienziati sono concordi questa volta. Siamo come naufraghi in un mare di informazioni che ci sballottolano a destra e a sinistra, in avanti e indietro, su e giù come le percentuali. Il tempo si è come cristallizzato in questa tremenda, drammatica situazione.

Ci conforta solo un fatto: non è la prima volta, è già successo, e l’umanità ne è già uscita altre volte. Le pandemie sono una costante, purtroppo, nella storia della salute del mondo. Anche se oggi appare così difficile pensare al futuro.

Sia chiaro. Qualcuno dice che non torneremo mai più al passato, così come lo conoscevamo. E forse ha ragione. Perché se vogliamo andare veramente a fondo delle cose, questa pandemia – che forse non è una pandemia ma è peggio – ce la siamo cercata e in molti casi si è trasformata in sindemia, cioè in una situazione nella quale diverse patologie interagiscono sulla popolazione. L’infezione da SARS-CoV-2 si intreccia con una serie di altre patologie non trasmissibili seguendo disuguaglianze profondamente radicate nelle nostre società. È insomma il concentrarsi di questo tipo di malattie su uno sfondo di disparità sociali ed economiche che ne inasprisce gli effetti negativi.

E allora il futuro, visto così, non potrà che essere medicalizzato: la gran parte di noi aspetta il vaccino con il fiato sospeso, in attesa di uscire dall’incubo. E forse diventerà normale un futuro di tamponi, controllo della temperatura per entrare negli spazi chiusi, app di tracciamento sui nostri smartphone e tutto quello che si potrà inventare per una sorta di sorveglianza molecolare che verrà accettata come benefica e salvifica. Un futuro fatto di un sistema di controlli permanenti che evitino contatti e contagi fra possibili portatori di virus. Accetteremo di essere controllati e sorvegliati per non contagiarci. E nessuno forse penserà che risolvere situazioni di degrado e disagio ambientale, sociale ed economico potrebbe essere la prima arma di contrasto al dilagare dei virus; di questo e anche dei prossimi. Perché si può partire dalle piccole cose, come lavarsi le mani, e lavorare per eliminare le conseguenze delle disuguaglianze, prima di ridursi a vivere un futuro totalmente medicalizzato.


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